domenica 3 gennaio 2010

Da uno scritto di Luciano di Samosata per riflettere....



ΜΥΙΑΣ ΕΓΚΩΜΙΟΝ
ELOGIO DELLA MOSCA


Luciano di Samosata scrisse la seguente orazione, che fa parte del genere ἐγκώμια ἂδοξα o ἂδοξοι ὑποθέσεις, per dimostrare che potesse parlare di qualunque cosa tessendone le lodi e far apparire anche un insetto, disprezzato da sempre con vigore da tutti, “ bello et utile et necessario” ( parafrasando le parole che molti secoli dopo userà Francesco d’Assisi per descrivere altre creature di Dio).
Dunque leggete con attenzione e senz’altro subito dopo anche voi guarderete questo animaletto in modo del tutto diverso!



La mosca non è il più piccolo dei volatili, se si paragona alle zanzare, ai tafani, e ad altri più tenui insetti; ma di tanto è maggiore di questi, di quanto è minore dell’ape. È alata non come gli altri, che hanno piume per tutto il corpo, e penne più forti per volare, ma come i grilli, le cicale e le api.
Ha le ali d’una membrana tanto più delicata delle altre, quanto una veste indiana è più sottile e morbida d’una greca; e di color cangiante, come i pavoni, se si guarda bene quando si compiace di sciorinarle al sole. Vola non come i pipistrelli sbattendo l’ali continuamente, né come i grilli a salto, né come le vespe con violenza e stridore, ma si piega facilmente per ogni verso che vuole nell’aria. Ed ha ancora un’altra cosa, che non vola in silenzio, ma fa un certo suono, non acerbo come quello delle zanzare e dei tafani, non ronzante come delle api, non pauroso e minaccioso come delle vespe, ma di tanto più melodioso, di quanto il flauto è più soave della tromba e dei cembali. Dell’altre parti del corpo la testa piccolissima è attaccata al collo, e gira intorno, e non è fissa come quella dei grilli; gli occhi sporti in fuori, e molto simili al corno; il petto ben formato, donde si spiccano i piedi, non molto stretti come quelli delle vespe; il ventre è munito anch’esso, come una corazza, di larghe fasce e di squame. Si difende non con la coda, come la vespa e l’ape, ma con la bocca, e la proboscide, che ha come quella dell’elefante, e con la quale si pasce, e piglia, e si attacca, e ci ha come una ciotoletta alla punta: da questa esce un dente, con cui punge, e poi beve il sangue: beve anche il latte, ma il sangue le è dolce, ed ella non fa punture molto dolorose. Ha sei piedi, e cammina con soli quattro, usando dei due davanti come di mani: ed è bello vederla camminare su quattro piedi, portante tra le mani sollevata qualche briciola, proprio a guisa umana e come facciamo noi. Nasce non così come è, ma prima verme, da cadaveri di uomini e d’altri animali; indi a poco spicca i piedi, mette l’ali, e di rettile diventa volatile: ingravida, e partorisce un piccol verme, che di poi è mosca. Vivendo in compagnia degli uomini, nella stessa casa, alla stessa mensa, si ciba di ogni cosa, tranne l’olio, che è la sua morte, se ne beve. Ed essendo di corta vita (che brevissimo spazio l’è assegnato a vivere), vuole stare sempre in piena luce, e farvi tutti i fatti suoi. La notte sta cheta, e non vola, né ronza, ma per paura si raccoglie e non si muove.
Di accorgimento posso dire che ne mostra assai quando sfugge il suo insidiatore e nemico, il ragno; il quale l’apposta, ed essa lo guarda di fronte, declinando l’assalto, per non essere presa nelle reti, né cader tra le branche di quell’animaletto.
Del suo coraggio e della sua forza non dobbiamo parlar noi; ma il più magnifico dei poeti, Omero, volendo lodare un fortissimo eroe, non lo paragona per forza al leone, al leopardo, al cinghiale, ma alla mosca, per l’ardire e l’intrepidezza e la perseveranza del suo assalto: e dice ardire non temerità; che scacciata, dic’egli, non se ne va, ma pur torna al mordere(1). Tanto si compiace di lodare la mosca, che non una volta sola né in poche parole fa menzione di lei, ma spesso, ed il verso si abbellisce quando la ricorda(2). Ora descrive uno sciame di mosche che vola sul latte(3); ed ora quando Pallade svia la saetta da Menelao acciocché non lo colga in parte vitale, rassomigliandola ad una madre che veglia sul suo pargoletto dormente, egli porta un’altra volta la mosca per paragone(4). E dice anche bellamente che esse vanno in serrate frotte, e i loro sciami chiama genti. Tanto poi è gagliarda che quando morde, trapassa non pure la pelle dell’uomo, ma del bue ancora e del cavallo, e fa male all’elefante entrandogli tra le rughe, e con la sua proboscide, secondo la sua grandezza, offendendolo. Nel mescolarsi e congiungersi sono liberissime: e il maschio non come i galli monta e scende subito, ma resta molto tempo a cavallo alla femmina; ed ella porta il marito, e insieme volano per l’aria così congiunti senza che il volo li disturbi. Se le mozzi il capo, la mosca vive molto col resto del corpo, e respira. Ma la più gran cosa che è nella sua natura voglio dirla io, perché mi pare che Platone questa sola cosa trascurò nel suo discorso su l’immortalità dell’anima. La mosca morta, sparsavi cenere sopra, risuscita, si rigenera, e rivive un’altra vita da capo; cosa da persuadere tutto il mondo che l’anima anche delle mosche è immortale, perché ella ritorna, e riconosce, e suscita il corpo, e fa volare la mosca; e cosa che fa tenere per vera la favola di Ermotimo di Clazomene, il quale aveva una specie di anima che spesso lo lasciava, e se n’andava pe’ fatti suoi, poi tornava, rientrava nel corpo, e faceva alzare Ermotino.
La mosca oziosa e scioperata fruisce delle fatiche altrui, e da per tutto trova mensa imbandita: le capre sono munte per lei, l’ape lavora per lei come per gli uomini, e i cuochi per lei condiscono le più saporose vivande, che ella assaggia prima dei re, e aggirandosi su le mense, banchetta con loro e gusta di ogni cosa. Covo o nido non fa in un luogo, ma col vagante volo va errando di qua e di là, a guisa degli Sciti, e dovunque la notte la sorprende, quivi fa casa e letto. Intanto all’oscuro non fa niente, come ho detto, né facendo cosa suole nasconderla, né crede turpe ciò che fa in piena luce. Racconta la favola che una volta c’era una donna chiamata Mosca, assai bella, ma ciarliera, chiacchierina, e canterina, e rivale della Luna, che tutte e due erano innamorate d’Endimione. E poi perché quando il garzone dormiva ella lo svegliava continuamente ruzzando, cantando, ballando, quegli se ne sdegnò, e la Luna che l’odiava la mutò in mosca: e perciò essa ora rompe il sonno a tutti quei che dormono, ricordandosi ancora di Endimione, e specialmente ai più giovani e più delicati. E quel suo mordere, e quel suo desiderio di sangue non è ferocia, ma segno di amore che porta ai giovani, dei quali ella gode come può, e ne sfiora la bellezza. Fu ancora negli antichi tempi una donna di questo nome, poetessa, molto bella e savia. Ed un’altra cortigiana famosa in Atene, della quale il comico poeta diceva:

Questa Mosca gli ha morso proprio il cuore. (5)

Così la comica leggiadria non sdegnò, e la scena non ributtò il nome della mosca: né igenitori hanno a vergogna di chiamare così le loro figliuole. Anzi con grande lode la Tragedia ricorda della mosca in quei versi:

Oh che brutta vergogna! Anche la mosca
Con forte petto salta addosso all’uomo,
Ghiotta di sangue; e voi uomini armati,
Voi sbigottir delle nemiche lance!
(6)

Avrei molte cose a dire di Mosca la Pitagorica, se la sua storia non fosse nota a tutti. Ci sono ancora alcune mosche assai grandi, che alcuni chiamano soldatesche, ed altri, canine: fanno un asprissimo ronzio, ed hanno un volo velocissimo; vivono lungamente, e durano tutto l’inverno senza cibo, standosi attaccate specialmente ai soffitti . Una cosa è maravigliosa in queste, che esse fanno insieme e da maschio e da femmina, e montano ciascuna alla sua volta, come quel figliuolo di Venere e di Mercurio, che aveva doppia natura e doppia bellezza. Molto altro avrei da dire, ma basta qui, per non fare, come dice il proverbio, d’una mosca un elefante.
( traduzione di Luigi Settembrini)

NOTE:
1. cfr. Omero, Iliade, XVII, vv. 570-573 ( καί οἱ μυίης θάρσος ἐνὶ στήθεσσιν ἐνῆκεν, / ἥ τε καὶ ἐργομένη μάλα περ χροὸς ἀνδρομέοιο / ἰσχανάᾳ δακέειν, λαρόν τέ οἱ αἷμ’ ἀνθρώπου∙ / τοίου μιν θάρσευς πλῆσε ϕρένας ἀμϕί μελαίνας = gli ispirò in cuore l’ardire della mosca /che, pur cacciata, molto alla pelle dell’uomo / s’attacca, per morderla, il sangue umano le è dolce: / di simile ardire gli empi i neri precordi).
2. cfr. Omero, Iliade, XIX, vv. 31 ( μυίας, αἵ ῥά τε φῶτας ἀρηїφάτους κατέδουσι = le mosche, che gli uomini uccisi in guerra divorano)
3. cfr. Omero, Iliade, II,vv. 469-471 ( Ἠΰτε μυιάων ἀδινάων ἒθνεα πολλά, / αἳ τε κατά σταθμὸν ποιμνήϊον ἠλάσκουσιν / ὥρῃ ἐν εἰαρινῇ, ὃτε τε γλάγος ἂγγεα δεύει = Come sono numerosi i nugoli fitti di mosche / che volano intorno per una stalla di pecore / a primavera, quando il latte empie i secchi) e XVI,vv. 641-643 ( […] ὡς ὃτε μυῖαι / σταθμῷ ἒνι βρομέωσι περιγλαγέας κατά πέλλας / ὥρῃ ἐν εἰαρινῇ, ὃτε τε γλάγος ἂγγεα δεύει = Come le mosche / ronzano nella stalla sui vasi colmi di latte / a primavera, quando il latte empie i secchi).
4. cfr. Omero, Iliade,IV,vv.130-131 ( ἡ δὲ τόσον μὲν ἒεργεν ἀπὸ χροός, ὡς ὃτε μήτηρ / παιδὸς ἒεργῃ μυῖαν, ὅθ’ ἡδέϊ λέξεται ὕπνῳ = ella lo allontanò dal tuo corpo, tanto quanto una madre / allontana una mosca dal figlio, che in dolce sonno riposa).
5. verso di un ignoto commediografo(= fr.475 Knock).
6. verso di un ignoto tragediografo(= fr.295 Nauch).

giovedì 31 dicembre 2009

IL CAMMINO DI DIKE di Anna Jellamo




Dalla quarta di copertina:

Qual è l'origine dell'idea di giustizia che è alla base della nostra cultura?
Tradizione vuole che la data ufficiale dell'ingresso di questo concetto nella storia del pensiero occidentale sia il V secolo a.C.: con i Sofisti, con Socrate, e con i grandi tragici. Ma che cosa c'è dietro l'esplosizione di questo tema nell'età d'oro della civiltà ellenica?
In questo libro, rigoroso e accessibile al tempo stesso, l'autrice si propone di indagare l'origine arcaica del concetto di giustizia in un'epoca in cui filosofia,
teologia e poesia fanno ancora parte di quell'unico grande patrimonio condiviso dai "sapienti".
La storia dell'idea di giustizia è quella del suo lento procedere attraverso i sentieri dell'epos omerico e della poesia esiodea, dei racconti mitici e teogonici, della poesia lirica ed elegiaca, fino agli scarni frammenti dei primi filosofi.
In questa nozione arcaica di giustizia sono già presenti tutti gli elementi che ancora oggi la connotano: la reciprocità, la simmetria, l'uguaglianza, la proporzione.
Socrate rappresenta il momento in cui il pensiero della giustizia raggiunge la consapevolezza di sé, ma è un pensiero che ha già alle proprie spalle secoli di storia e le cui tracce sono giunte fino a noi.

mercoledì 30 dicembre 2009

Un'interessante lettura "L'eleganza del riccio"


L' eleganza del riccio
un libro di Barbery Muriel pubblicato da E/O nella collana Dal mondo


L’eleganza del riccio è stato il caso letterario del 2007 in Francia: ha venduto centinaia di migliaia di copie grazie a un impressionante passaparola e ha vinto il Prix des Libraires assegnato dalle librerie francesi.
Siamo a Parigi in un elegante palazzo abitato da famiglie dell’alta borghesia. Ci vivono ministri, burocrati, maîtres à penser della cultura culinaria. Dalla sua guardiola assiste allo scorrere di questa vita di lussuosa vacuità la portinaia Renée, che appare in tutto e per tutto conforme all’idea stessa della portinaia: grassa, sciatta, scorbutica e teledipendente. Niente di strano, dunque. Tranne il fatto che, all’insaputa di tutti, Renée è una coltissima autodidatta, che adora l’arte, la filosofia, la musica, la cultura giapponese. Cita Marx, Proust, Kant… Dal punto di vista intellettuale è in grado di farsi beffe dei suoi ricchi e boriosi padroni. Poi c’è Paloma, la figlia di un ministro ottuso; dodicenne geniale, brillante e fin troppo lucida che, stanca di vivere, ha deciso di farla finita (il 16 giugno, giorno del suo tredicesimo compleanno, per l’esattezza). Fino ad allora continuerà a fingere di essere una ragazzina mediocre e imbevuta di sottocultura adolescenziale come tutte le altre, segretamente osservando con sguardo critico e severo l’ambiente che la circonda.

Due personaggi in incognito, quindi, diversi eppure accomunati dallo sguardo ironicamente disincantato, che ignari l’uno dell’impostura dell’altro, si incontreranno solo grazie all’arrivo di monsieur Ozu, un ricco giapponese, il solo che saprà smascherare Renée.

Le pagine scivolano leggere fra i dotti rimandi e la lingua forbita di Renée e il parlato acerbo di Paloma, mentre l’ironia pungente non risparmia l’ipocrisia imperante nei quartieri chic. Quando ci s’imbatte in tale miscela di leggerezza e umorismo, cultura e profondità, è un piccolo miracolo.

martedì 29 dicembre 2009

L'arte della vita di Zygmunt Bauman



"Quale che sia il contante e il credito di cui disponiamo, non troveremo in un centro commerciale l'amore e l'amicizia, i piaceri della vita familiare, la soddisfazione di prenderci cura dei nostri cari o di aiutare un vicino in difficoltà, l'autostima per un lavoro ben fatto, la gratificazione dell'«istinto di operosità» che chiunque possiede, la simpatia e il rispetto dei colleghi di lavoro e delle altre persone con cui abbiamo a che fare; e non potremo ottenere la libertà dalle minacce dell'indifferenza, del disprezzo, delle offese e dell'umiliazione."

Il denaro, il potere procurano la felicità?

Bauman apre questo suo saggio con una dettagliata analisi di come sia errato ciò anche se oggi sembra che dire potere d'acquisto sia lo stesso che dire felicità.


"Etichette, marchi e loghi sono i termini del linguaggio del riconoscimento"; difatti vengono esibiti per evidenziare un ruolo o una posizione sociale.
Non è da sottovalutare l'umano bisogno di affermarsi.
Ma allora come si può apprendere l'arte della vita?
La risposta viene da Bauman "dobbiamo tentare l'impossibile".
Perché la felicità richiede di essere sempre un gradino sopra gli altri, ma la stima degli altri è fondamentale per dare basi all'autostima...
Se delusi procediamo nella ricerca spasmodica della felicità.
"Lascio ai lettori, afferma Bauman, di decidere se la coercizione a cercare la felicità nella forma praticata nella nostra società dei consumatori liquido-moderna, renda felice chi vi è costretto."

dalla quarta di copertina:
" La nostra vita è un'opera d'arte, che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no".

domenica 27 dicembre 2009

Una poesia di Erri de Luca per essere presente nel blog



VALORE (di Erri De Luca)
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finche’ dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e’ risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varra’ piu’ niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che .
Considero valore sapere in una stanza dov’e’ il nord, qual’e’ il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

L'isola sotto il mare di Isabel Allende


In sintesi
Il nuovo romanzo di Isabel Allende, L'isola sotto il mare. Un romanzo storico che si svolge tra l'isola di Santo Domingo e la Louisiana, dal 1770 al 1810. Un personaggio femminile memorabile: Zaritè Sedella, detta Tété. Un affresco potente una storia veramente popolare nella tradizione del feuilleton, con colpi di scena, rapide virate dell'amore e soprattutto un gusto maestoso del narrare.
Descrizione
Le eroine di Isabel Allende recano tutte il medesimo tratto dominante: la passione. Sono le passioni a scolpirne il destino. E Zarité Sedella, detta Tété, ultima incarnazione della donna come la vuole Isabel, non fa eccezione. 1770, Santo Domingo, ora Haiti. Tété ha nove anni quando il giovane francese Toulouse Valmorain la compra perché si occupi delle faccende di casa. Intorno, i campi di canna da zucchero, la calura sfibrante dell'isola, il lavoro degli schiavi. Tété impara presto com'è fatto quel mondo: la violenza dei padroni, l'ansia di libertà, i vincoli preziosi della solidarietà. Quando Valmorain si sposta nelle piantagioni della Louisiana, anche Tété deve seguirlo, ma ormai è cominciata la battaglia per la dignità, per il futuro, per l'affrancamento degli schiavi. È una battaglia lenta che si mescola al destarsi di amori e passioni, all'annodarsi di relazioni e alleanze, al muoversi febbrile dei personaggi più diversi - soldati e schiavi guerrieri, sacerdoti vudù e frati cattolici, matrone e cocottes, pirati e nobili decaduti, medici e oziosi bellimbusti. Contro il fondale animatissimo della storia, Zarité Sedella, soprannominata Tété, spicca bella e coraggiosa, battagliera e consapevole, un'eroina modernissima che arriva da lontano a rammentarci la fede nella libertà e la dignità delle passioni.



Sono a metà del romanzo.....ed è veramente entusiasmante!

lunedì 21 dicembre 2009

Il racconto dell'isola sconosciuta







Josè Saramago

Nato in Portogallo, cresciuto mantenendosi con il suo lavoro, dopo aver scritto diversi libri e combattuto fino alla fine il regime dittatoriale di Salazar, Josè Saramago raggiunge il successo negli anni ’80. Dopo “Memoriale del convento” e “Zattera di pietra” ci regala ancora un altro capolavoro nel 2003: “Il racconto dell’isola sconosciuta”.
L’uomo che voleva una barca, il protagonista di questo libro, desiderava andare alla ricerca dell’isola sconosciuta, un’isola che non esiste sulle cartine geografiche. “E qual è quest’ isola sconosciuta di cui volete andare in cerca” obiettava il Re, ascoltando la sua richiesta “Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta”.
L’uomo che voleva una barca credeva di essere solo, ma il destino, quel destino che ci riserva molte sorprese, che “ha già allungato la mano per toccarci la spalla, e noi siamo ancora lì a mormorare” cambia la rotta del suo percorso mettendolo anche a contatto con diversi personaggi.
Ebbene, Saramago ci guida in un viaggio dentro noi stessi, nell’autoconoscenza, nella nostra più profonda interiorità, prendendo simbolicamente il mare, segno dell’infinito e di tutto ciò che è ancora a noi sconosciuto, perché “se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei”..
L’isola sconosciuta quindi è in ognuno di noi e l’avventura narrata in questo racconto rappresenta quel viaggio misterioso che è la vita.

Saramago racconta le vicende del protagonista con un linguaggio semplice e innovativo nello stesso tempo. Utilizza simboli come la barca, il mare, le isole per rappresentare l’ universo entro il quale le vicende umane si svolgono. Universo esteriore ed interiore.