La biblioteca “De Nobili” ( di Catanzaro) ospita la lezione del professore Federico Procopio sulla figura femminile nella poesia
Dietro ogni libro c'è l'umanità che resiste al tempo. Puoi trovarlo ingiallito, qualche carattere ha perso consistenza, le pagine assottigliate forse. Ma il tuo libro, magari quello del liceo resiste: è dentro te, sulle sue pagine ci sono passate le tue emozioni di adolescente, la tua rabbia, il tuo amore. E ora che sembra tutto dominato dai flussi di bit, lo prendi in mano quel libro. Inizi a leggere i distici scritti in una lingua che qualcuno ancora si ostina a definire “morta”. Morta una lingua vibrante di accenti, di versi ritmati? Morta
una lingua di dei e di eroi? Ti sale una vampata di orgoglio:quei versi li sai ancora tradurre, li sai declinare con gli accenti esatti. E allora ringrazi chi ti ha insegnato a viverla, quella lingua. Chi ti ha insegnato a leggere. Sarà successo questo a tutti i catanzaresi raccolti nei giorni scorsi nella biblioteca “De Nobili” per assistere alla lezione del professore Federico Procopio: il “loro” professore, il professore di papà, di mamma. La sua conversazione su “Personaggi femminili nella poesia drammatica classica, interpreti del pensiero di Euripide, Aristofane,Seneca contro la guerra”, è stata ancora un atto di amore verso i classici. Verso ogni discepolo. Un omaggio alla femminilità vera, fatta di “squisita delicatezza, gentilezza e garbo” anche quando è inserita nella più grande delle tragedie, una tragedia senza tempo e senza un perché: la guerra. Tanto quella cantata negli stasimi - “dove sta il poeta” ha sottolineato Procopio - , che quella che irrompe nell'animo di madre, di moglie, di sovrana, di schiava. Nella sala “Augusto Placanica”, si sono così materializzate figure di cui forse, nessuno parla mai: poetesse come Mirtide che osò gareggiare con Pindaro, Telesilla che armò le donne di Argo per respingere Sparta, Prassilla l'ubriacona. Di loro non restano che pochi frammenti, o i “tributi metrici” dei versi “telesillei”e“prassillei”. Accanto ad esse, le figure sospese tra Teatro e Mito: Alcesti, Ecuba, Medea, Prassitea, Amore, sacrificio, dolcezza, pietà, onore: nelle loro personalità è tutta l'Umana vicenda. Dalla femminilità nella poesia, alla femminilità nel dramma più assurdo, più vero: la guerra. Parola che in ogni parte del mondo, in ogni lingua, ha un suono inquietante, cattivo, duro. Realtà che “è senza un perché”, come la rosa nel pensiero del Silesius, ha sottolineato Federico Procopio. “Leggere, rileggere, imparare a leggere, per poter dire: io so leggere”: La lezione del professor Procopio, da studente l'avrai presa come “metodo”, e invece da adulto si carica di significati nuovi. Suona come un incitamento a riappropriarsi della dimensione umana, come se ogni lettura sia un atto di rispetto verso sé stessi, verso chi quei versi li ha creati nel tempo.
GIOVANNI FAZIA
Articolo tratto da : IL QUOTIDIANO DI CALABRIA di Sabato 23 gennaio 2010
Dietro ogni libro c'è l'umanità che resiste al tempo. Puoi trovarlo ingiallito, qualche carattere ha perso consistenza, le pagine assottigliate forse. Ma il tuo libro, magari quello del liceo resiste: è dentro te, sulle sue pagine ci sono passate le tue emozioni di adolescente, la tua rabbia, il tuo amore. E ora che sembra tutto dominato dai flussi di bit, lo prendi in mano quel libro. Inizi a leggere i distici scritti in una lingua che qualcuno ancora si ostina a definire “morta”. Morta una lingua vibrante di accenti, di versi ritmati? Morta
una lingua di dei e di eroi? Ti sale una vampata di orgoglio:quei versi li sai ancora tradurre, li sai declinare con gli accenti esatti. E allora ringrazi chi ti ha insegnato a viverla, quella lingua. Chi ti ha insegnato a leggere. Sarà successo questo a tutti i catanzaresi raccolti nei giorni scorsi nella biblioteca “De Nobili” per assistere alla lezione del professore Federico Procopio: il “loro” professore, il professore di papà, di mamma. La sua conversazione su “Personaggi femminili nella poesia drammatica classica, interpreti del pensiero di Euripide, Aristofane,Seneca contro la guerra”, è stata ancora un atto di amore verso i classici. Verso ogni discepolo. Un omaggio alla femminilità vera, fatta di “squisita delicatezza, gentilezza e garbo” anche quando è inserita nella più grande delle tragedie, una tragedia senza tempo e senza un perché: la guerra. Tanto quella cantata negli stasimi - “dove sta il poeta” ha sottolineato Procopio - , che quella che irrompe nell'animo di madre, di moglie, di sovrana, di schiava. Nella sala “Augusto Placanica”, si sono così materializzate figure di cui forse, nessuno parla mai: poetesse come Mirtide che osò gareggiare con Pindaro, Telesilla che armò le donne di Argo per respingere Sparta, Prassilla l'ubriacona. Di loro non restano che pochi frammenti, o i “tributi metrici” dei versi “telesillei”e“prassillei”. Accanto ad esse, le figure sospese tra Teatro e Mito: Alcesti, Ecuba, Medea, Prassitea, Amore, sacrificio, dolcezza, pietà, onore: nelle loro personalità è tutta l'Umana vicenda. Dalla femminilità nella poesia, alla femminilità nel dramma più assurdo, più vero: la guerra. Parola che in ogni parte del mondo, in ogni lingua, ha un suono inquietante, cattivo, duro. Realtà che “è senza un perché”, come la rosa nel pensiero del Silesius, ha sottolineato Federico Procopio. “Leggere, rileggere, imparare a leggere, per poter dire: io so leggere”: La lezione del professor Procopio, da studente l'avrai presa come “metodo”, e invece da adulto si carica di significati nuovi. Suona come un incitamento a riappropriarsi della dimensione umana, come se ogni lettura sia un atto di rispetto verso sé stessi, verso chi quei versi li ha creati nel tempo.
GIOVANNI FAZIA
Articolo tratto da : IL QUOTIDIANO DI CALABRIA di Sabato 23 gennaio 2010
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