martedì 23 marzo 2010

Pensieri e parole...non troppo lontane: Rashid Husayn

Nato a Masmas in Galilea nel 1936, è stato traduttore in arabo ed ebraico; ha redatto il giornale “al-Fagr” (L’Alba) fino al 1962 quando ne venne imposta la chiusura dalle autorità israeliane. Nel 1967 fu sospeso dall’insegnamento e costretto a lasciare il suo paese per gli USA. Nel 1973 fu a Damasco, dove ha diretto la radio damascena in lingua ebraica. Durante il breve soggiorno siriano fondò il centro di ricerche al-Ard (La terra) e il giornale omonimo. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie. È morto a New York nel 1980, nel corso di un incendio, in circostanze mai chiarite.

GERUSALEMME NEGLI OCCHI

Il colore dei tuoi occhi è la palma
il colore dei tuoi occhi è la vigna.
Palma e vigna. Sì, per Gerusalemme
è il mio amore il colore dei tuoi occhi
caro, sì, mille volte,
per mille volte caro,
il colore dei tuoi occhi ferito
come il mio canto, bello
come il mio amore, lungo
come in me la prigionia.
Il colore dei tuoi occhi è mio padre
e pianta melograni e fichi.
Dice: saranno figli
e canteranno,
per le notti canteranno.
Sì, fico e melograno. È Saladino
il colore dei tuoi occhi,
colore pena per vili,
colore mietitura,
il colore dei tuoi occhi raccolto,
il colore dei tuoi occhi rivolta
del mio paese. Il colore
dei tuoi occhi, paziente
come mia madre, generoso come
le mie pianure, orgoglio
dei miei monti, il colore
dei tuoi occhi colombe
aquile nel mio cielo
nella rivolta mia.



NON VOGLIO

Nel mio paese non voglio
che i ribelli feriscano una spiga,
non voglio che un bambino,
qual si sia, porti una bomba,
non voglio, no, non voglio
che mia sorella prenda il fucile,
non voglio quello che volete voi…
ma che cosa farebbero i profeti
se i cavalli degli assassini
s’abbeverassero dei loro occhi?
Non voglio, no, un bambino
a dieci anni un eroe,
non voglio frutto di bombe
dal cuore dell’albero mio,
non voglio che dei rami
dei miei giardini si facciano forche,
non voglio nelle aiuole
forche in legno di rosa,
qui nella terra mia.
Non voglio quello che volete voi
ma dopo il rogo del paese mio
e dei compagni miei
e della giovinezza,
come può il canto non farsi fucile?



ODIARE, FORSE?

Odiare forse un popolo
la cui carne fu cenere
sotto una mano iniqua?
Odiare anche i bambini
- l’età dei miei fratelli-
se hanno un padre che beve
vino sulle mie lacrime?
Pure l’odio al carnefice,
e il perdono ai suoi figli,
sarà, sempre, sarà ancora,
nonostante la miseria?

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