venerdì 5 febbraio 2010

Shoah






Il premio speciale under 19 UNIVERSITA’ IULM ha premiato 11 dei 193 ragazzi che hanno partecipato al premio. Così ne ha parlato Giovanni Puglisi Rettore dell’università IULM:
“Il Premio festeggia quest’anno un traguardo significativo:cinque edizioni. Tantissimi gli under 19 che anche quest’anno hanno risposto al nostro bando. Sono tutti autori al debutto,iscritti alle Scuole Superiori di II grado,accomunati dalla passione dello scrivere e dal sogno di vedere pubblicati i loro elaborati. Da tutta Italia un’intera nuova generazione di scrittori racconta paure,di incertezze, di malattie e di sconfitte. E lo fa con toni crudi e,al limite,disincantati.[..] Cosa rende, in fin dei conti, degno di nota un racconto? L’inventio innanzitutto, ovvero lo spunto di partenza, che deve essere accattivante e originale. Ma questo non basta, bisogna dover “disporre” il contenuto in modo convincente. La dispositivo è particolarmente complessa e richiede una vera e propria abilità di scrittura. E poi va da sé, occorre un’elocutio corretta che metta armonia fra sintassi e logica del pensiero. E’ proprio su questi criteri che si è basata la nostra selezione.[..] L’invito è quello di leggere con attenzione queste brevi opere: sono dirette, forse acerbe in alcuni casi, ma sicuramente in grado di regalare emozioni.”


Ne riporto allora una, forse la più adatta per questo periodo post-giornata della memoria.

JUD

"Dai, colpiscilo! Che c'è, ti manca il coraggio?". "Scommettiamo?". "Dieci che non riesci neanche a centrarlo!".
Hans era concentratissimo: prese la mira, tese il braccio e lanciò la pietra. E ci riuscì. Il ragazzo colpito si rifugiò velocemente nel vicolo. "Questo è culo, però!", esclamò Franz.
"Ma quale culo! Obiettivo centrato in pieno, alla testa! Su, sgancia i soldi!", rispose Hans.
Hans e Franz erano al settimo cielo: erano sul muro! Joseph, il padre di Hans, faceva la guardia proprio lì e li aveva portati a vedere finalmente il ghetto di cui parlava tutta la città.
"Dai Anne, si può sapere cos'hai? Ci stai tenendo il broncio da quando siamo arrivati!", esclamò Hans, rivolto a una ragazza dai folti capelli biondi e dalla carnagione estremamente chiara. La ragazza si voltò e lo fissò nei suoi penetranti occhi scuri. "Lo sai che non volevo venire qua!", rispose.
"Ma come? Ma ti rendi conto dove sei? Lo sai che tra qualche mese qui confluiranno ebrei da tutte le parti d'Europa?".
"Oh, sai che bello! Guarda, quasi non mi reggo in piedi dall'emozione!", ribattè sarcastica.
"Ah, vero!Com'è che dici tu? <>! A volte dimentico che hai avuto il barbaro coraggio di diventare amica di uno di loro! Chissà cosa ne penserebbe tuo fratello, che è partito per il fronte con i tedeschi... può darsi che lui sarebbe riuscito a farti ragionare!".
Gli occhi di Anne si infiammarono: con uno scatto sul viso si voltò verso Hans e lo afferrò per la collottola. "Non osare!", disse a denti stretti. Rimasero così a fissarsi, viso a viso, per qualche secondo.
"Allora, chi scende con me?", esclamò Hans, cercando di cambiare discorso. "Papà mi ha dato una pistola e ha detto che se vogliamo possiamo fare un giro nel ghetto!".
Anne, con sorpresa di Hans, decise di seguirlo, ma Franz non volle accodarsi: la scusa ufficiale era che si annoiava, ma Hans ed Anne sapevano bene che Franz aveva paura di addentrarsi tra i vicoli del ghetto.
I due ragazzi scesero delle scalette ripide e incominciarono a gironzolare. Cucito sulla giubba avevano la scritta ARI, "Ariano": era l'unico modo per passeggiare tranquillamente per le stradine di quel quartiere. Procedevano a passo spedito, fiancheggiando quelle case diroccate dalle quali ogni tanto scorgevano persone nascondersi al loro passaggio. Ma il silenzio tombale in cui si muovevano, fu ben presto rotto da delle urla. Hans ed Anne si voltarono: nel casale a fianco una giovane donna dalla folta chioma ramata, distesa su un mucchio di paglia, li guardò ed esalò il suo ultimo respiro. Quello sguardo li aveva fulminati e la scena che si presentava al loro occhi era agghiacciante:tra le braccia della donna, una bimba con un panno lurido a mo' di pannolino piangeva e si dimenava. Al polso, come la madre, recava un marchio segnato nella carne: JUD, per "Juden", "Ebreo".
Anne si avvicinò per prendere la bambina, ma Hans intervenne. "Che cosa fai?", esclamò.
"Sei forse cieco? Non vedi che questa bambina ha appena perso sua mamma? La voglio portare da tuo padre, non possiamo lasciarla qui!", gli rispose Anne. "Qua mi sa che la cieca sei tu! Non vedi cos'ha sul polso? Non vedi che è una sporca ebrea? Farà la fine che merita! E adesso andiamocene da qui, ne ho abbastanza di questo posto!".
Ma mentre Hans trascinava Anne con forza per tornare indietro scorse, per la prima volta da quando conosceva la ragazza, un'ombra di disprezzo sul suo volto.
Quella notte Hans non riusciva a dormire. Era rimasto lì, disteso sul letto, a fissare il soffitto della sua stanza: sapeva bene che cosa lo tormentava, ma ammetterlo era difficile. Eppure, nel giro di un'ora, con la giubba ARI e la tessera di riconoscimento del padre, era sgattaiolato fuori dalla finestra. In pochi minuti fu davanti alle porte del ghetto. Con la tessera del padre e il suo aspetto più da ventenne che da diciassettenne, entrare fu un gioco da ragazzi. Arrivò di corsa al casale della mattina: la mamma era ancora lì, con la bocca rimasta contratta in uno spasimo di dolore, ma la bimba non c'era più. Con una punta di delusione, Hans incominciò a frugare per la stanza, quando, d'un tratto, sentì dei rumori e vide un'ombra muoversi furtiva da dietro le finestre. Spaventato, prese in mano la pistola e urlò!"Chi va la?". "Scemo, abbassa quella pistola", gli rispose una voce familiare.
Hans sembrava non credere al suoi occhi quando dal buio della stanza vide emergere la sagoma di Anne con la bimba in braccio.
"Lo sapevo che saresti venuto!", esclamò la ragazza. "Dì la verità: i sensi di colpa ti stavano distruggendo...". "Come sei arrivata fin qui?", domandò sbigottito.
"Beh, tu hai tuo padre", rispose, osservando la giubba di Hans. "Io il mio amico ebreo: i suoi consigli si sono rivelati più utili di quanto tu creda...".
"Ok, ok... colpito e affondato. Ma adesso abbiamo un bel problema: dove nascondiamo la bambina?". A questo ci ho già pensato io, la porterò a casa mia".
"Ma dove la nascondi a casa tua?", domandò perplesso Hans. "Fidati, ho un piano".
"Ok... allora ci vediamo domani a casa tua per discutere meglio il da farsi. Entrambi si salutarono così, tornando alle loro rispettive abitazioni. Il mattino seguente, come promesso, Hans andò a casa di Anne. "Allora? Dov'e la bimba?", le chiese appena la vide. "L'ho nascosta nella casetta che costruimmo insieme sull'albero", rispose.
Fu un vero tuffo nel passato per Hans: si era completamente dimenticato di quel rifugio che avevano costruito quand'erano piccoli. Ma d'altronde, oramai non ricordava neanche più da quanti anni lui e Anne erano amici. Anne era praticamente la sua amica da sempre: c'era sempre stata per lui come lui c'era sempre stato per lei. Nonostante le mille differenze e incomprensioni che a volte li dividevano, li univa un legame forte.
"Guai se i miei genitori sapessero di Sara", disse Anne. "Sara?", domando Hans.
"Si, Sara: ho deciso di chiamarla così. Ho letto su un libro che Sara in ebraico significa <>.

Con tutti gli altri principi e le altre principesse come lei, Sara un giorno dovrà avere la forza di perdonare quello che la nostra gente sta facendo loro".
Hans non sapeva cosa dire. Tutti gli insegnamenti ricevuti gli avevano inculcato che lui era superiore, perfetto, puro; ma ora guardando gli occhi della bambina che aveva di fronte si sentì debole, fragile. Quegli occhi sembravano chiedere scusa per qualcosa di non commesso.
"Uffa, ecco che ricomincia a piangere!", esclamò Anne. "Dai tienila un po' tu, può darsi che con te si calmi".
"Io? No, no... ho paura di farle male, non so neanche come tenerla in braccio!" rispose Hans. "Ti faccio vedere io".
Anne gli adagiò quel fagottino tra le braccia: a quel contatto, Hans sentì come un'esplosione all'altezza dello stomaco, nei pressi del cuore. Incominciò ad accarezzare con un dito la mano piccola e paffuta della bimba: Sara smise di piangere e, mentre accennava un sorriso, prese a stringere il dito di Hans. "Oh, ma sei proprio forte!", esclamò il ragazzo.
Anne accarezzò la fronte di Sara e, sorridendo, alzò lo sguardo negli occhi commossi di Hans. "Si, è proprio una bimba forte", rispose.

Qualche mese dopo

"Ma come si è fatta grande la nostra Sara! Questa bimba cresce sempre di più ogni giorno che passa!", esclamò Hans, spostando dalla fronte della piccina quella che oramai era diventata una bella chioma ramata.
Era passato qualche mese , Hans e Anne erano riusciti a prendersi segretamente cura della piccola Sara. Ogni giorno cercavano di rubare un po' di cibo dalla dispensa per poter sfamare la bambina, e ogni notte, dopo aver fatto credere ai propri genitori di essere andati a letto, fuggivano al rifugio per passare la notte con la piccina. Ma per quanto fossero abbastanza abili, erano consapevoli di essere equilibristi che si muovevano su di un filo sospeso nel vuoto. "Li senti questi rumori?", domando Anne.
"Certo che li sento... ma perche ti preoccupi? Staranno fucilando qualcuno, come al solito", rispose Hans. "Dobbiamo andarcene da qui", ribattè secca la ragazza.
"Ah si? E come ce ne andiamo... volando? Ti devo forse ricordare che l'unico modo per uscire dalla città e passare dalla dogana? Lì controllano chi è ebreo e Sara ha il marchio JUD sul polso!".
"Potremmo uscire dal lato del bosco senza farci vedere dalle SS. Se non ci vedono non ci costringeranno a passare per la dogana!".
"E poi una volta fuori che facciamo?", obietto Hans. "Tutta la nazione è in mano ai tedeschi!".
"Ogni notte, fuori dalla città, c'è un italiano che aiuta gli ebrei, li nasconde nella sua ambasciata! Mel'ha detto il mio amico ebreo...".
"Basta! Basta!", esclamò arrabbiato il ragazzo, interrompendo Anne. "Ma possibile che ogni volta ripetiamo sempre le stesse cose? E poi chi è questo dannato amico ebreo? E' presente in tutti i nostri discorsi... non ne posso più!".
Anne si affacciò dal rifugio: ogni volta che Hans parlava del suo amico, lei si rabbuiava. II ragazzo osservò il volto di Anne, illuminato dalla fioca luce di una candela mossa dal vento: il viso incorniciato da quei folti capelli biondi aveva lo stesso chiarore della luna che la ragazza ammirava alta nel cielo. "Non esiste nessun amico ebreo",sentenziò laconica Anne.
A quelle parole, Hans posò la bimba nella culla che le aveva costruito, e si avvicinò perplesso alla ragazza, sedendosi al suo fianco. "Fu qui che lo scoprii", continuò Anne. "Avevo deciso di seguirlo perchè ultimamente si comportava in modo sempre più strano e la notte lo sentivo fuggire dalla finestra della sua camera per farvi ritorno sempre più tardi. Non potevo credere ai miei occhi quando vidi mio fratello, disteso sul pavimento del rifugio, baciarsi appassionatamente con un altro uomo". Hans la fissò sbigottito.
"Ma mi sa che non sono stata l'unica a vederlo", proseguì Anne, con gli occhi gonfi di lacrime. "Dopo qualche giorno mio padre lo cacciò di casa, dandogli del sodomita e denunciandolo alle autorità".
Hans abbracciò Anne, che singhiozzava sempre più forte, mentre con una mano le accarezza i suoi chiari capelli.
"Ti prometto che andremo via da qui, Anne", affermò deciso il ragazzo. "E porteremo con noi tuo fratello dal ghetto". "Mio fratello non è più nel ghetto", replicò secca Anne.
Hans capì. Comprese finalmente che il "ragazzo ebreo" di cui tanto aveva parlato Anne, era oramai solo un fantasma.
"Ha tentato la fuga qualche settimana prima che trovassimo Sara, ma è stato ammazzato".
Hans asciugò le lacrime dal viso angelico di Anne; solo ora che la vedeva così fragile, si rendeva conto di quanto fosse stupenda la sua amica.
"Noi ce la faremo, te lo prometto", rispose il ragazzo. "Scapperemo da questa città e saremo finalmente felici".
Hans la guardò a lungo negli occhi, in quegli occhi verdi colmi di lacrime che avevano tanto sofferto e si accorse di quanto le loro labbra fossero vicine.
Il pianto della piccola Sara riportò bruscamente i due ragazzi alla realtà, e la realtà era peggio del previsto: solo allora si resero conto che il padre di Anne, Heinrich, era salito sulla casetta e li stava fissando.
"Cosa ci fa lui quà? E perchè quella schifosa ebrea e con voi?", urlò ad Anne, mollandole un sonoro ceffone. "Perchè non rispondi? Parla!", ripetè gridando.
Al secondo schiaffo Hans non ci vide più: con tutta la forza che aveva nelle mani, sferrò un pugno al padre di Anne. Heinrich dopo aver barcollato per qualche secondo, perse l'equilibrio e cadde tramortito giù dal rifugio, ai piedi dell'albero. “ti sei fatta molto male?", domandò Hans, accarezzandole la guancia.
"No, non ti preoccupare", rispose Anne, sorridendogli. "Ma ora dobbiamo pensare a scappare. Appena mio padre riprenderà conoscenza non esiterà a denunciare la presenza di Sara alle SS". Hans annuì, avvolse Sara in una coperta e corse con Anne verso casa sua, dove in una borsa cercò di raccogliere tutto quello che poteva: cibo, acqua, farmaci, indumenti, una matita e un foglio che infilò nella tasca dei pantaloni.
Anne e Hans, con Sara in braccio, si incamminarono così per le strade buie. Con l'aiuto delle tenebre la città aveva indossato la sua solita veste di dolore. La flebile luce di qualche lampione contornava di mostruoso le ombre delle SS che sorvegliavano le strade; il vento sembrava trapassare i corpi come un pugnale; il silenzio aveva il rumore della misericordia non ascoltata.
Hans e Anne erano arrivati, davanti a loro c'era la dogana: una fila di persone aspettava di uscire dalla città. I due ragazzi cercarono di sgattaiolare dal lato del bosco senza farsi vedere, ma una SS fischiò. Erano stati visti. Il soldato si avvicinò. "Dove credevate di andare?", chiese sospettoso, puntandogli il fucile contro.
"Volevamo uscire dalla città", rispose Hans, cercando di mantenere il sangue freddo.
"Dovete fare la fila e passare alla dogana, non lo sapete?", domandò sempre più diffidente.
"Vorrà dire che vi accompagnerò personalmente", concluse beffarda la SS.
I ragazzi, scortati dal soldato, si misero in fila. "Cosa facciamo adesso?", bisbigliò Anne.
"Ho un'idea, ma mi devi promettere che qualsiasi cosa accada alla dogana, tu non farai nulla", rispose Hans. "Questo non me lo puoi chiedere e non te lo posso promettere", ribattè la ragazza. "Fidati di me, Anne", sussurrò il ragazzo. "Andrà tutto bene".
Hans le strinse forte la mano e con un sorriso cercò di infonderle la speranza che animava il suo cuore. Ma mentre Anne non lo vedeva, prese una pietra affilata da terra e, dopo averci armeggiato e averla gettata, pescò la matita e il foglio dalla tasca dei suoi pantaloni: scrisse molto velocemente qualcosa che infilò repentinamente tra le coperte della piccola Sara, prima di stamparle un dolce bacio sulla fronte e darla in braccio ad Anne. Era il loro turno.
"Qual'è il vostro nome?", domandò il doganiere. "Siamo Hans, Anne e Sara Konig", rispose Anne. "Motivo del viaggio?". "Dobbiamo far visita ad alcuni parenti". Il doganiere li scrutò a lungo. "Mostratemi i polsi, compreso quello della bambina!", esclamò.
"Ma come... non vede che siamo ariani?", rispose Anne, cercando di guadagnare tempo. I1 doganiere puntò il fucile contro di loro.
"Poche storie! Noi dobbiamo controllare chiunque esca dalla città, soprattutto ora, dato che poco tempo fa qualcuno ha denunciato un ebreo in fuga con due ariani. Vi ripeto, mostratemi i polsi!".
Hans sentì la sua anima risalire dal profondo: un giorno l'uomo avrebbe guardato a tutto ciò con orrore e si sarebbe vergognato di ogni sua azione; forse avrebbe capito che non esiste una razza ma un unico cuore, comune a tutta l'umanità. "Sono io l'ebreo che cercate!", esclamò Hans.
Tirò indietro la manica della maglia e mostrò i segni che si era impresso poco fa con la pietra sul suo polso: JUD.
"Ho costretto questi due ariani a venire con me per facilitarmi la fuga", continuò. Anne era inebetita, scossa dal folle gesto del suo amico. Ma Hans le sorrise, come non le aveva mai sorriso prima: le vennero in mente le parole che il suo amico aveva pronunciato poco prima. Amare lacrime caddero dai suoi occhi e bagnarono la fredda strada.
Hans fu subito portato via dal soldato. Neanche un saluto, un abbraccio, un bacio: l'avrebbero portato via e non sarebbe mai più tornato indietro.
Nella confusione generale che si era creata, Anne riuscì ad abbandonare la città senza che il doganiere controllasse nè il suo polso nè, soprattutto, il polso della piccola Sara. Ed era mentre si allontanava che sentì rimbombare gli spari: come suo fratello, anche Hans ora non c'era più.
Nella boscaglia che limitava la città scorse Giorgio, l'italiano che le avrebbe aiutate: Anne si volto per l’ultima volta a guardare la sua città, stringendo forte a sè Sara. Si stava incamminando verso il bosco, quando dovette fermarsi: qualcosa era caduto dalla coperta della bambina. Lo raccolse: scritte a matita su un foglio c'erano queste parole: "Abbi cura di Sara. Ti amo".
Giovanni Merone




Come tutte le fiabe che ci hanno raccontato da piccoli, sapevamo, anzi, eravamo più che certi che già prima che s’incominciasse a leggere la storia,che il bene avrebbe trionfato,il male abbattuto, e sapevamo che, anche se la pagine erano 10,20 o 30, comunque sarebbero andare le cose,alla fine avremmo trovato stampato un bel “..e vissero felici e contenti” o male che ci vada “..e vissero per sempre felici e contenti” Sarebbe bello se la felicità durasse davvero per sempre. Sarebbe bello dire che la Shoan non è mai esistita, eppure sono morte tante persone che avevano una sola colpa, la più grave: quella di esistere. Ma che uomini saremmo se la felicità costante e duratura albergasse sempre nel nostro cuore? Saremmo uomini vuoti, che non rischiano mai, che non si preoccupano mai degli altri e che tanto meno preferirebbero morire per salvare il prossimo come ha fatto Hans:un ragazzo ariano attaccato al suo ARI stampato sui suoi vestiti più di ogni altra cosa. Arrivando alla fine della nostra storia potremmo chiederci: “E l’amore che trionfa su tutto? Non è forse appena morto?”
No,invece è appena nato:è un amore che va oltre le “razze” oltre un fucile sparato dietro la schiena, va oltre un marchio impresso con raffinatezza su un giubbino o con violenza su un polso, va oltre l’odio e la presunzione di togliere la vita a qualcuno. Così le lacrime di Anne bagnano la strada fredda, un sorriso d’incoraggiamento di Hans e uno sparo ribalta la situazione; e una lettera sulla quale è scritta una piccola parola che da quel momento farà sentire ancora più incolmabile ed opprimente l’assenza di Hans. Tutta un’amicizia, un viaggio con Anne, forse troppo breve, sta dentro una parola,quella parola che Hans non era mai riuscito a dirle. Assunta Scozzafava


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