venerdì 2 aprile 2010

Il valore dei libri di Assunta Scozzafava ( direttamente dal suo blog...!)

Ecco cosa scrive Assunta ( una mia diletta alunna) sul suo blog pensando alla lettura...

...Prima d'iniziare questo meraviglioso viaggio che ci porterà ad esaminare il valore dei libri e molti romanzi tra l'incanto e la realtà,ragione e antiragione,tra dimensioni paradisiache e drammatiche..ci tengo ad augurare un caloroso benvenuto a tutti!

Quante volte ci sarà capitato di prendere in mano una penna e voler creare un autentico capolavoro ispirandoci a grandi autori,o di voler scrivere anche un diario segreto? E quanti invece un libro? la voglia di lasciare il segno,un qualcosa che di noi perduri per sempre affascina e intrigherà sempre..
La scrittura rende immortali. Un libro quindi cos'è? E' fatto di carta; contiene una storia..ma affermando ciò ci troveremo difronte ad una mezza verità. Un libro è un viaggio dentro se stessi alla ricerca della meta che ognuno di noi desidera. Un libro è una vita che ci appartiene,che possiamo esplorare,vivere. Molte volte si legge un libro per avere una risposta ad ogni nostra domanda .. ma non credete che in fin dei conti,se questo fosse vero,non ci servirebbe più leggere? Non sarebbe forse vana la nostra esistenza se conoscessimo tutti i segreti della vita? Un libro può dare certezze, risposte e altre domande,porta ad un traguardo e ci pone su una nuova strada per conseguirne un altro. E' un profumo di pagine ignote e da scoprire, è l'armonia di qualcosa che alla sua conclusione,comunque,lascerà il segno;la classica frase:C'è sempre da imparare!
Come potrebbe quindi un libro dare tutte le risposte che vogliamo se le sue pagine sono state composte da uomini? Uomini che cercavano anch'essi risposte e hanno scritto nella speranza di colmare la loro sete di sapere.
L'uomo:un essere affascinante,colmo di sentimenti, emozioni ed esperianze,che regala ogni giorno un frammento della sua anima agli altri ogni giorno. Così è un libro ma esso non da risposte, solo si lascia interpretare e custodisce l'anima del suo autore nel segreto delle sue stesse parole; così come fa un amico,un amico che non ha orecchi,ma solo un grande cuore silenzioso di carta sul quale scrivere..sapendo di essere capiti!

Il seguente è il suo link
http://ilprofumodeilibri.blogspot.com/

giovedì 1 aprile 2010

I grandi classici... ci insegnano

noi siamo come nani seduti sulle spalle dei giganti. Vediamo quindi un numero di cose maggiore degli antichi, e più lontane. E non già perché la nostra vista sia più acuta, o la nostra statura più alta, bensì perché essi ci sostengono a mezz'aria e ci innalzano di tutta la loro gigantesca altezza”.
Bernardo di Chartres

martedì 23 marzo 2010

Pensieri e parole...non troppo lontane: Rashid Husayn

Nato a Masmas in Galilea nel 1936, è stato traduttore in arabo ed ebraico; ha redatto il giornale “al-Fagr” (L’Alba) fino al 1962 quando ne venne imposta la chiusura dalle autorità israeliane. Nel 1967 fu sospeso dall’insegnamento e costretto a lasciare il suo paese per gli USA. Nel 1973 fu a Damasco, dove ha diretto la radio damascena in lingua ebraica. Durante il breve soggiorno siriano fondò il centro di ricerche al-Ard (La terra) e il giornale omonimo. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie. È morto a New York nel 1980, nel corso di un incendio, in circostanze mai chiarite.

GERUSALEMME NEGLI OCCHI

Il colore dei tuoi occhi è la palma
il colore dei tuoi occhi è la vigna.
Palma e vigna. Sì, per Gerusalemme
è il mio amore il colore dei tuoi occhi
caro, sì, mille volte,
per mille volte caro,
il colore dei tuoi occhi ferito
come il mio canto, bello
come il mio amore, lungo
come in me la prigionia.
Il colore dei tuoi occhi è mio padre
e pianta melograni e fichi.
Dice: saranno figli
e canteranno,
per le notti canteranno.
Sì, fico e melograno. È Saladino
il colore dei tuoi occhi,
colore pena per vili,
colore mietitura,
il colore dei tuoi occhi raccolto,
il colore dei tuoi occhi rivolta
del mio paese. Il colore
dei tuoi occhi, paziente
come mia madre, generoso come
le mie pianure, orgoglio
dei miei monti, il colore
dei tuoi occhi colombe
aquile nel mio cielo
nella rivolta mia.



NON VOGLIO

Nel mio paese non voglio
che i ribelli feriscano una spiga,
non voglio che un bambino,
qual si sia, porti una bomba,
non voglio, no, non voglio
che mia sorella prenda il fucile,
non voglio quello che volete voi…
ma che cosa farebbero i profeti
se i cavalli degli assassini
s’abbeverassero dei loro occhi?
Non voglio, no, un bambino
a dieci anni un eroe,
non voglio frutto di bombe
dal cuore dell’albero mio,
non voglio che dei rami
dei miei giardini si facciano forche,
non voglio nelle aiuole
forche in legno di rosa,
qui nella terra mia.
Non voglio quello che volete voi
ma dopo il rogo del paese mio
e dei compagni miei
e della giovinezza,
come può il canto non farsi fucile?



ODIARE, FORSE?

Odiare forse un popolo
la cui carne fu cenere
sotto una mano iniqua?
Odiare anche i bambini
- l’età dei miei fratelli-
se hanno un padre che beve
vino sulle mie lacrime?
Pure l’odio al carnefice,
e il perdono ai suoi figli,
sarà, sempre, sarà ancora,
nonostante la miseria?

sabato 27 febbraio 2010

Italo Calvino-Perché leggere i classici


Cominciamo con qualche proposta di definizione.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo...» e mai «Sto leggendo...»

Questo avviene almeno tra quelle persone che si suppongono «di vaste letture»; non vale per la gioventù, età in cui l'incontro col mondo, e coi classici come parte del mondo, vale proprio in quanto primo incontro.
Il prefisso iterativo davanti al verbo «leggere» può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d'ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture «di formazione» d'un individuo, resta sempre un numero enorme d'opere fondamentali che uno non ha letto.
Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint-Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i grandi cicli romanzeschi dell'Ottocento sono più nominati che letti. Balzac in Francia si comincia a leggerlo a scuola, e dal numero delle edizioni in circolazione si direbbe che si continua a leggerlo anche dopo. Ma in Italia se si facesse un sondaggio Doxa temo che Balzac risulterebbe agli ultimi posti. Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s'incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza. Anni fa Michel Butor, insegnando in America, stanco di sentirsi chiedere di Emile Zola che non aveva mai letto, si decise a leggere tutto il ciclo dei Rougon-Macquart. Scoperse che era tutto diverso da come credeva: una favolosa genealogia mitologica e cosmogonica, che descrisse in un bellissimo saggio.
Questo per dire che il leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d'averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest'altra formula di definizione:

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l'uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l'origine. C'è una particolare forza dell'opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà:

3. I classici sono libri che esercitano un'influenza particolare sia quando s'impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

Per questo ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch'essi cambiano, nella luce d'una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l'incontro è un avvenimento del tutto nuovo.
Dunque, che si usi il verbo «leggere» o il verbo «rileggere» non ha molta importanza. Potremmo infatti dire:

4. D'un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5. D'un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

La definizione 4 può essere considerata corollario di questa:

6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Mentre la definizione 5 rimanda a una formulazione più esplicativa, come:

7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato(o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

Questo vale per i classici antichi quanto per i classici moderni. Se leggo l'Odissea leggo il testo d'Omero ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure d'Ulisse sono venute a significare durante i secoli, e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni. Leggendo Kafka non posso fare a meno di comprovare o di respingere la legittimità dell'aggettivo «kafkiano» che ci capita di sentire ogni quarto d'ora, applicato per dritto e per traverso. Se leggo Padri e figli di Turgenev o I demoni di Dostoevskij non posso fare a meno di pensare come questi personaggi hanno continuato a reincarnarsi fino ai nostri giorni.
La lettura d'un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all'immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l'università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d'un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario. C'è un capovolgimento di valori molto diffuso per cui l'introduzione, l'apparato critico, la bibliografia vengono usati come una cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da dire e che può dire solo se lo si lascia parlare senza intermediari che pretendano di saperne più di lui. Possiamo concludere che:

8. Un classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.

Non necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che l'aveva detto lui per primo (o che comunque si collega a lui in modo particolare). E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta d'una origine, d'una relazione, d'una appartenenza. Da tutto questo potremmo derivare una definizione del tipo:

9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire,
tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.


Naturalmente questo avviene quando un classico «funziona» come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne che a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i «tuoi» classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta; ma le scelte che contano sono quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola.
È solo nelle letture disinteressate che può accadere d'imbatterti nel libro che diventa il «tuo» libro. Conosco un ottimo storico dell'arte, uomo di vastissime letture, che tra tutti i libri ha concentrato la sua predilezione più profonda sul Circolo Pickwick, e a ogni proposito cita battute del libro di Dickens, e ogni fatto della vita lo associa con episodi pickwickiani. A poco a poco lui stesso, l'universo, la vera filosofia hanno preso la forma del Circolo Pickwick in un'identificazione assoluta. Giungiamo per questa via a un'idea di classico molto alta ed esigente:

10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell'universo, al pari degli antichi talismani.

Con questa definizione ci si avvicina all'idea di libro totale, come lo sognava Mallarmé. Ma un classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d'opposizione, d'antitesi. Tutto quello che Jean-Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m'ispira un incoercibile desiderio di contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui. C'entra la sua personale antipatia su un piano temperamentale, ma per quello non avrei che da non leggerlo, invece non posso fare a meno di considerarlo tra i miei autori. Dirò dunque:

11. Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve
per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.


Credo di non aver bisogno di giustificarmi se uso il termine «classico» senza fare distinzioni d'antichità, di stile, d'autorità. (Per la storia di tutte queste accezioni del termine, si veda l'esauriente voce Classico di Franco Fortini nell'Enciclopedia Einaudi, vol. III). Quello che distingue il classico nel discorso che sto facendo è forse solo un effetto di risonanza che vale tanto per un'opera antica che per una moderna ma già con un suo posto in una continuità culturale. Potremmo dire:

12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello,riconosce subito il suo posto nella genealogia.

A questo punto non posso più rimandare il problema decisivo di come mettere in rapporto la lettura dei classici con tutte le altre letture che classici non sono. Problema che si connette con domande come: «Perché leggere i classici anziché concentrarci su letture che ci facciano capire più a fondo il nostro tempo?» e «Dove trovare il tempo e l'agio della mente per leggere dei classici, soverchiati come siamo dalla valanga di carta stampata dell'attualità?».
Certo si può ipotizzare una persona beata che dedichi il «tempo-lettura» delle sue giornate esclusivamente a leggere Lucrezio, Luciano, Montaigne, Erasmo, Quevedo, Marlowe, il Discours de la Méthode, il Wilhelm Meister, Coleridge, Ruskin, Proust e Valéry, con qualche divagazione verso Murasaki o le saghe islandesi. Tutto questo senza aver da fare recensioni dell'ultima ristampa, né pubblicazioni per il concorso della cattedra, né lavori editoriali con contratto a scadenza ravvicinata. Questa persona beata per mantenere la sua dieta senza nessuna contaminazione dovrebbe astenersi dal leggere i giornali, non lasciarsi mai tentare dall'ultimo romanzo o dall'ultima inchiesta sociologica. Resta da vedere quanto un simile rigorismo sarebbe giusto e proficuo. L'attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pur stabilire «da dove» li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco dunque che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d'attualità. E questo non presume necessariamente una equilibrata calma interiore: può essere anche il frutto d'un nervosismo impaziente, d'una insoddisfazione sbuffante.
Forse l'ideale sarebbe sentire l'attualità come il brusio fuori della finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre seguiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza. Ma è ancora tanto se per i più la presenza dei classici s'avverte come un rimbombo lontano, fuori dalla stanza invasa dall'attualità come dalla televisione a tutto volume. Aggiungiamo dunque:

13. È classico ciò che tende a relegare l'attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

14. È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l'attualità più incompatibile fa da padrona.

Resta il fatto che il leggere i classici sembra in contraddizione col nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi, il respiro dell'otium umanistico; e anche in contraddizione con l'eclettismo della nostra cultura che non saprebbe mai redigere un catalogo della classicità che fa al caso nostro.
Erano le condizioni che si realizzavano in pieno per Leopardi, data la sua vita nel paterno ostello, il culto dell'antichità greca e latina e la formidabile biblioteca trasmessigli dal padre Monaldo, con annessa la letteratura italiana al completo, più la francese, ad esclusione dei romanzi e in genere delle novità editoriali, relegate tutt'al più al margine, per conforto della sorella («il tuo Stendhal» scriveva a Paolina). Anche le sue vivissime curiosità scientifiche e storiche, Giacomo le soddisfaceva su testi che non erano mai troppo up to date: i costumi degli uccelli in Buffon, le mummie di Federico Ruysch in Fontenelle, il viaggio di Colombo in Robertson.
Oggi un'educazione classica come quella del giovane Leopardi è impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.
M'accorgo che Leopardi è il solo nome della letteratura italiana che ho citato. Effetto dell'esplosione della biblioteca. Ora dovrei riscrivere tutto l'articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli agli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani.
Poi dovrei riscriverlo ancora una volta perché non si creda che i classici vanno letti perché «servono» a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): «Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un'aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest'aria prima di morire”».

Italo Calvino, Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano 1995


venerdì 5 febbraio 2010

Shoah






Il premio speciale under 19 UNIVERSITA’ IULM ha premiato 11 dei 193 ragazzi che hanno partecipato al premio. Così ne ha parlato Giovanni Puglisi Rettore dell’università IULM:
“Il Premio festeggia quest’anno un traguardo significativo:cinque edizioni. Tantissimi gli under 19 che anche quest’anno hanno risposto al nostro bando. Sono tutti autori al debutto,iscritti alle Scuole Superiori di II grado,accomunati dalla passione dello scrivere e dal sogno di vedere pubblicati i loro elaborati. Da tutta Italia un’intera nuova generazione di scrittori racconta paure,di incertezze, di malattie e di sconfitte. E lo fa con toni crudi e,al limite,disincantati.[..] Cosa rende, in fin dei conti, degno di nota un racconto? L’inventio innanzitutto, ovvero lo spunto di partenza, che deve essere accattivante e originale. Ma questo non basta, bisogna dover “disporre” il contenuto in modo convincente. La dispositivo è particolarmente complessa e richiede una vera e propria abilità di scrittura. E poi va da sé, occorre un’elocutio corretta che metta armonia fra sintassi e logica del pensiero. E’ proprio su questi criteri che si è basata la nostra selezione.[..] L’invito è quello di leggere con attenzione queste brevi opere: sono dirette, forse acerbe in alcuni casi, ma sicuramente in grado di regalare emozioni.”


Ne riporto allora una, forse la più adatta per questo periodo post-giornata della memoria.

JUD

"Dai, colpiscilo! Che c'è, ti manca il coraggio?". "Scommettiamo?". "Dieci che non riesci neanche a centrarlo!".
Hans era concentratissimo: prese la mira, tese il braccio e lanciò la pietra. E ci riuscì. Il ragazzo colpito si rifugiò velocemente nel vicolo. "Questo è culo, però!", esclamò Franz.
"Ma quale culo! Obiettivo centrato in pieno, alla testa! Su, sgancia i soldi!", rispose Hans.
Hans e Franz erano al settimo cielo: erano sul muro! Joseph, il padre di Hans, faceva la guardia proprio lì e li aveva portati a vedere finalmente il ghetto di cui parlava tutta la città.
"Dai Anne, si può sapere cos'hai? Ci stai tenendo il broncio da quando siamo arrivati!", esclamò Hans, rivolto a una ragazza dai folti capelli biondi e dalla carnagione estremamente chiara. La ragazza si voltò e lo fissò nei suoi penetranti occhi scuri. "Lo sai che non volevo venire qua!", rispose.
"Ma come? Ma ti rendi conto dove sei? Lo sai che tra qualche mese qui confluiranno ebrei da tutte le parti d'Europa?".
"Oh, sai che bello! Guarda, quasi non mi reggo in piedi dall'emozione!", ribattè sarcastica.
"Ah, vero!Com'è che dici tu? <>! A volte dimentico che hai avuto il barbaro coraggio di diventare amica di uno di loro! Chissà cosa ne penserebbe tuo fratello, che è partito per il fronte con i tedeschi... può darsi che lui sarebbe riuscito a farti ragionare!".
Gli occhi di Anne si infiammarono: con uno scatto sul viso si voltò verso Hans e lo afferrò per la collottola. "Non osare!", disse a denti stretti. Rimasero così a fissarsi, viso a viso, per qualche secondo.
"Allora, chi scende con me?", esclamò Hans, cercando di cambiare discorso. "Papà mi ha dato una pistola e ha detto che se vogliamo possiamo fare un giro nel ghetto!".
Anne, con sorpresa di Hans, decise di seguirlo, ma Franz non volle accodarsi: la scusa ufficiale era che si annoiava, ma Hans ed Anne sapevano bene che Franz aveva paura di addentrarsi tra i vicoli del ghetto.
I due ragazzi scesero delle scalette ripide e incominciarono a gironzolare. Cucito sulla giubba avevano la scritta ARI, "Ariano": era l'unico modo per passeggiare tranquillamente per le stradine di quel quartiere. Procedevano a passo spedito, fiancheggiando quelle case diroccate dalle quali ogni tanto scorgevano persone nascondersi al loro passaggio. Ma il silenzio tombale in cui si muovevano, fu ben presto rotto da delle urla. Hans ed Anne si voltarono: nel casale a fianco una giovane donna dalla folta chioma ramata, distesa su un mucchio di paglia, li guardò ed esalò il suo ultimo respiro. Quello sguardo li aveva fulminati e la scena che si presentava al loro occhi era agghiacciante:tra le braccia della donna, una bimba con un panno lurido a mo' di pannolino piangeva e si dimenava. Al polso, come la madre, recava un marchio segnato nella carne: JUD, per "Juden", "Ebreo".
Anne si avvicinò per prendere la bambina, ma Hans intervenne. "Che cosa fai?", esclamò.
"Sei forse cieco? Non vedi che questa bambina ha appena perso sua mamma? La voglio portare da tuo padre, non possiamo lasciarla qui!", gli rispose Anne. "Qua mi sa che la cieca sei tu! Non vedi cos'ha sul polso? Non vedi che è una sporca ebrea? Farà la fine che merita! E adesso andiamocene da qui, ne ho abbastanza di questo posto!".
Ma mentre Hans trascinava Anne con forza per tornare indietro scorse, per la prima volta da quando conosceva la ragazza, un'ombra di disprezzo sul suo volto.
Quella notte Hans non riusciva a dormire. Era rimasto lì, disteso sul letto, a fissare il soffitto della sua stanza: sapeva bene che cosa lo tormentava, ma ammetterlo era difficile. Eppure, nel giro di un'ora, con la giubba ARI e la tessera di riconoscimento del padre, era sgattaiolato fuori dalla finestra. In pochi minuti fu davanti alle porte del ghetto. Con la tessera del padre e il suo aspetto più da ventenne che da diciassettenne, entrare fu un gioco da ragazzi. Arrivò di corsa al casale della mattina: la mamma era ancora lì, con la bocca rimasta contratta in uno spasimo di dolore, ma la bimba non c'era più. Con una punta di delusione, Hans incominciò a frugare per la stanza, quando, d'un tratto, sentì dei rumori e vide un'ombra muoversi furtiva da dietro le finestre. Spaventato, prese in mano la pistola e urlò!"Chi va la?". "Scemo, abbassa quella pistola", gli rispose una voce familiare.
Hans sembrava non credere al suoi occhi quando dal buio della stanza vide emergere la sagoma di Anne con la bimba in braccio.
"Lo sapevo che saresti venuto!", esclamò la ragazza. "Dì la verità: i sensi di colpa ti stavano distruggendo...". "Come sei arrivata fin qui?", domandò sbigottito.
"Beh, tu hai tuo padre", rispose, osservando la giubba di Hans. "Io il mio amico ebreo: i suoi consigli si sono rivelati più utili di quanto tu creda...".
"Ok, ok... colpito e affondato. Ma adesso abbiamo un bel problema: dove nascondiamo la bambina?". A questo ci ho già pensato io, la porterò a casa mia".
"Ma dove la nascondi a casa tua?", domandò perplesso Hans. "Fidati, ho un piano".
"Ok... allora ci vediamo domani a casa tua per discutere meglio il da farsi. Entrambi si salutarono così, tornando alle loro rispettive abitazioni. Il mattino seguente, come promesso, Hans andò a casa di Anne. "Allora? Dov'e la bimba?", le chiese appena la vide. "L'ho nascosta nella casetta che costruimmo insieme sull'albero", rispose.
Fu un vero tuffo nel passato per Hans: si era completamente dimenticato di quel rifugio che avevano costruito quand'erano piccoli. Ma d'altronde, oramai non ricordava neanche più da quanti anni lui e Anne erano amici. Anne era praticamente la sua amica da sempre: c'era sempre stata per lui come lui c'era sempre stato per lei. Nonostante le mille differenze e incomprensioni che a volte li dividevano, li univa un legame forte.
"Guai se i miei genitori sapessero di Sara", disse Anne. "Sara?", domando Hans.
"Si, Sara: ho deciso di chiamarla così. Ho letto su un libro che Sara in ebraico significa <>.

Con tutti gli altri principi e le altre principesse come lei, Sara un giorno dovrà avere la forza di perdonare quello che la nostra gente sta facendo loro".
Hans non sapeva cosa dire. Tutti gli insegnamenti ricevuti gli avevano inculcato che lui era superiore, perfetto, puro; ma ora guardando gli occhi della bambina che aveva di fronte si sentì debole, fragile. Quegli occhi sembravano chiedere scusa per qualcosa di non commesso.
"Uffa, ecco che ricomincia a piangere!", esclamò Anne. "Dai tienila un po' tu, può darsi che con te si calmi".
"Io? No, no... ho paura di farle male, non so neanche come tenerla in braccio!" rispose Hans. "Ti faccio vedere io".
Anne gli adagiò quel fagottino tra le braccia: a quel contatto, Hans sentì come un'esplosione all'altezza dello stomaco, nei pressi del cuore. Incominciò ad accarezzare con un dito la mano piccola e paffuta della bimba: Sara smise di piangere e, mentre accennava un sorriso, prese a stringere il dito di Hans. "Oh, ma sei proprio forte!", esclamò il ragazzo.
Anne accarezzò la fronte di Sara e, sorridendo, alzò lo sguardo negli occhi commossi di Hans. "Si, è proprio una bimba forte", rispose.

Qualche mese dopo

"Ma come si è fatta grande la nostra Sara! Questa bimba cresce sempre di più ogni giorno che passa!", esclamò Hans, spostando dalla fronte della piccina quella che oramai era diventata una bella chioma ramata.
Era passato qualche mese , Hans e Anne erano riusciti a prendersi segretamente cura della piccola Sara. Ogni giorno cercavano di rubare un po' di cibo dalla dispensa per poter sfamare la bambina, e ogni notte, dopo aver fatto credere ai propri genitori di essere andati a letto, fuggivano al rifugio per passare la notte con la piccina. Ma per quanto fossero abbastanza abili, erano consapevoli di essere equilibristi che si muovevano su di un filo sospeso nel vuoto. "Li senti questi rumori?", domando Anne.
"Certo che li sento... ma perche ti preoccupi? Staranno fucilando qualcuno, come al solito", rispose Hans. "Dobbiamo andarcene da qui", ribattè secca la ragazza.
"Ah si? E come ce ne andiamo... volando? Ti devo forse ricordare che l'unico modo per uscire dalla città e passare dalla dogana? Lì controllano chi è ebreo e Sara ha il marchio JUD sul polso!".
"Potremmo uscire dal lato del bosco senza farci vedere dalle SS. Se non ci vedono non ci costringeranno a passare per la dogana!".
"E poi una volta fuori che facciamo?", obietto Hans. "Tutta la nazione è in mano ai tedeschi!".
"Ogni notte, fuori dalla città, c'è un italiano che aiuta gli ebrei, li nasconde nella sua ambasciata! Mel'ha detto il mio amico ebreo...".
"Basta! Basta!", esclamò arrabbiato il ragazzo, interrompendo Anne. "Ma possibile che ogni volta ripetiamo sempre le stesse cose? E poi chi è questo dannato amico ebreo? E' presente in tutti i nostri discorsi... non ne posso più!".
Anne si affacciò dal rifugio: ogni volta che Hans parlava del suo amico, lei si rabbuiava. II ragazzo osservò il volto di Anne, illuminato dalla fioca luce di una candela mossa dal vento: il viso incorniciato da quei folti capelli biondi aveva lo stesso chiarore della luna che la ragazza ammirava alta nel cielo. "Non esiste nessun amico ebreo",sentenziò laconica Anne.
A quelle parole, Hans posò la bimba nella culla che le aveva costruito, e si avvicinò perplesso alla ragazza, sedendosi al suo fianco. "Fu qui che lo scoprii", continuò Anne. "Avevo deciso di seguirlo perchè ultimamente si comportava in modo sempre più strano e la notte lo sentivo fuggire dalla finestra della sua camera per farvi ritorno sempre più tardi. Non potevo credere ai miei occhi quando vidi mio fratello, disteso sul pavimento del rifugio, baciarsi appassionatamente con un altro uomo". Hans la fissò sbigottito.
"Ma mi sa che non sono stata l'unica a vederlo", proseguì Anne, con gli occhi gonfi di lacrime. "Dopo qualche giorno mio padre lo cacciò di casa, dandogli del sodomita e denunciandolo alle autorità".
Hans abbracciò Anne, che singhiozzava sempre più forte, mentre con una mano le accarezza i suoi chiari capelli.
"Ti prometto che andremo via da qui, Anne", affermò deciso il ragazzo. "E porteremo con noi tuo fratello dal ghetto". "Mio fratello non è più nel ghetto", replicò secca Anne.
Hans capì. Comprese finalmente che il "ragazzo ebreo" di cui tanto aveva parlato Anne, era oramai solo un fantasma.
"Ha tentato la fuga qualche settimana prima che trovassimo Sara, ma è stato ammazzato".
Hans asciugò le lacrime dal viso angelico di Anne; solo ora che la vedeva così fragile, si rendeva conto di quanto fosse stupenda la sua amica.
"Noi ce la faremo, te lo prometto", rispose il ragazzo. "Scapperemo da questa città e saremo finalmente felici".
Hans la guardò a lungo negli occhi, in quegli occhi verdi colmi di lacrime che avevano tanto sofferto e si accorse di quanto le loro labbra fossero vicine.
Il pianto della piccola Sara riportò bruscamente i due ragazzi alla realtà, e la realtà era peggio del previsto: solo allora si resero conto che il padre di Anne, Heinrich, era salito sulla casetta e li stava fissando.
"Cosa ci fa lui quà? E perchè quella schifosa ebrea e con voi?", urlò ad Anne, mollandole un sonoro ceffone. "Perchè non rispondi? Parla!", ripetè gridando.
Al secondo schiaffo Hans non ci vide più: con tutta la forza che aveva nelle mani, sferrò un pugno al padre di Anne. Heinrich dopo aver barcollato per qualche secondo, perse l'equilibrio e cadde tramortito giù dal rifugio, ai piedi dell'albero. “ti sei fatta molto male?", domandò Hans, accarezzandole la guancia.
"No, non ti preoccupare", rispose Anne, sorridendogli. "Ma ora dobbiamo pensare a scappare. Appena mio padre riprenderà conoscenza non esiterà a denunciare la presenza di Sara alle SS". Hans annuì, avvolse Sara in una coperta e corse con Anne verso casa sua, dove in una borsa cercò di raccogliere tutto quello che poteva: cibo, acqua, farmaci, indumenti, una matita e un foglio che infilò nella tasca dei pantaloni.
Anne e Hans, con Sara in braccio, si incamminarono così per le strade buie. Con l'aiuto delle tenebre la città aveva indossato la sua solita veste di dolore. La flebile luce di qualche lampione contornava di mostruoso le ombre delle SS che sorvegliavano le strade; il vento sembrava trapassare i corpi come un pugnale; il silenzio aveva il rumore della misericordia non ascoltata.
Hans e Anne erano arrivati, davanti a loro c'era la dogana: una fila di persone aspettava di uscire dalla città. I due ragazzi cercarono di sgattaiolare dal lato del bosco senza farsi vedere, ma una SS fischiò. Erano stati visti. Il soldato si avvicinò. "Dove credevate di andare?", chiese sospettoso, puntandogli il fucile contro.
"Volevamo uscire dalla città", rispose Hans, cercando di mantenere il sangue freddo.
"Dovete fare la fila e passare alla dogana, non lo sapete?", domandò sempre più diffidente.
"Vorrà dire che vi accompagnerò personalmente", concluse beffarda la SS.
I ragazzi, scortati dal soldato, si misero in fila. "Cosa facciamo adesso?", bisbigliò Anne.
"Ho un'idea, ma mi devi promettere che qualsiasi cosa accada alla dogana, tu non farai nulla", rispose Hans. "Questo non me lo puoi chiedere e non te lo posso promettere", ribattè la ragazza. "Fidati di me, Anne", sussurrò il ragazzo. "Andrà tutto bene".
Hans le strinse forte la mano e con un sorriso cercò di infonderle la speranza che animava il suo cuore. Ma mentre Anne non lo vedeva, prese una pietra affilata da terra e, dopo averci armeggiato e averla gettata, pescò la matita e il foglio dalla tasca dei suoi pantaloni: scrisse molto velocemente qualcosa che infilò repentinamente tra le coperte della piccola Sara, prima di stamparle un dolce bacio sulla fronte e darla in braccio ad Anne. Era il loro turno.
"Qual'è il vostro nome?", domandò il doganiere. "Siamo Hans, Anne e Sara Konig", rispose Anne. "Motivo del viaggio?". "Dobbiamo far visita ad alcuni parenti". Il doganiere li scrutò a lungo. "Mostratemi i polsi, compreso quello della bambina!", esclamò.
"Ma come... non vede che siamo ariani?", rispose Anne, cercando di guadagnare tempo. I1 doganiere puntò il fucile contro di loro.
"Poche storie! Noi dobbiamo controllare chiunque esca dalla città, soprattutto ora, dato che poco tempo fa qualcuno ha denunciato un ebreo in fuga con due ariani. Vi ripeto, mostratemi i polsi!".
Hans sentì la sua anima risalire dal profondo: un giorno l'uomo avrebbe guardato a tutto ciò con orrore e si sarebbe vergognato di ogni sua azione; forse avrebbe capito che non esiste una razza ma un unico cuore, comune a tutta l'umanità. "Sono io l'ebreo che cercate!", esclamò Hans.
Tirò indietro la manica della maglia e mostrò i segni che si era impresso poco fa con la pietra sul suo polso: JUD.
"Ho costretto questi due ariani a venire con me per facilitarmi la fuga", continuò. Anne era inebetita, scossa dal folle gesto del suo amico. Ma Hans le sorrise, come non le aveva mai sorriso prima: le vennero in mente le parole che il suo amico aveva pronunciato poco prima. Amare lacrime caddero dai suoi occhi e bagnarono la fredda strada.
Hans fu subito portato via dal soldato. Neanche un saluto, un abbraccio, un bacio: l'avrebbero portato via e non sarebbe mai più tornato indietro.
Nella confusione generale che si era creata, Anne riuscì ad abbandonare la città senza che il doganiere controllasse nè il suo polso nè, soprattutto, il polso della piccola Sara. Ed era mentre si allontanava che sentì rimbombare gli spari: come suo fratello, anche Hans ora non c'era più.
Nella boscaglia che limitava la città scorse Giorgio, l'italiano che le avrebbe aiutate: Anne si volto per l’ultima volta a guardare la sua città, stringendo forte a sè Sara. Si stava incamminando verso il bosco, quando dovette fermarsi: qualcosa era caduto dalla coperta della bambina. Lo raccolse: scritte a matita su un foglio c'erano queste parole: "Abbi cura di Sara. Ti amo".
Giovanni Merone




Come tutte le fiabe che ci hanno raccontato da piccoli, sapevamo, anzi, eravamo più che certi che già prima che s’incominciasse a leggere la storia,che il bene avrebbe trionfato,il male abbattuto, e sapevamo che, anche se la pagine erano 10,20 o 30, comunque sarebbero andare le cose,alla fine avremmo trovato stampato un bel “..e vissero felici e contenti” o male che ci vada “..e vissero per sempre felici e contenti” Sarebbe bello se la felicità durasse davvero per sempre. Sarebbe bello dire che la Shoan non è mai esistita, eppure sono morte tante persone che avevano una sola colpa, la più grave: quella di esistere. Ma che uomini saremmo se la felicità costante e duratura albergasse sempre nel nostro cuore? Saremmo uomini vuoti, che non rischiano mai, che non si preoccupano mai degli altri e che tanto meno preferirebbero morire per salvare il prossimo come ha fatto Hans:un ragazzo ariano attaccato al suo ARI stampato sui suoi vestiti più di ogni altra cosa. Arrivando alla fine della nostra storia potremmo chiederci: “E l’amore che trionfa su tutto? Non è forse appena morto?”
No,invece è appena nato:è un amore che va oltre le “razze” oltre un fucile sparato dietro la schiena, va oltre un marchio impresso con raffinatezza su un giubbino o con violenza su un polso, va oltre l’odio e la presunzione di togliere la vita a qualcuno. Così le lacrime di Anne bagnano la strada fredda, un sorriso d’incoraggiamento di Hans e uno sparo ribalta la situazione; e una lettera sulla quale è scritta una piccola parola che da quel momento farà sentire ancora più incolmabile ed opprimente l’assenza di Hans. Tutta un’amicizia, un viaggio con Anne, forse troppo breve, sta dentro una parola,quella parola che Hans non era mai riuscito a dirle. Assunta Scozzafava


La natura ci parla




Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche.
Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell'infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un'unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto. Quando un albero è stato segato ed espone al sole la sua nuda ferita mortale, dalla chiara sezione del suo tronco e lapide funebre si può leggere tutta la sua storia: negli anelli corrispondenti agli anni e nelle escrescenze stanno fedelmente scritti tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutti i malanni, tutta la felicità e la prosperità, anni stentati e anni rigogliosi, assalti sostenuti, tempeste superate. E ogni contadinello sa che il legno più duro e prezioso ha gli anelli più stretti, che sulla cima delle montagne, nel pericolo incessante, crescono i tronchi più indistruttibili, più robusti, più perfetti.
Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità. Essi non predicano dottrine o ricette, predicano, incuranti del singolo, la legge primordiale della vita. Un albero dice: in me è nascosto un seme, una scintilla, un'idea, io sono vita della vita perenne. Unico è l'esperimento e il disegno che l'eterna madre con me ha tentato, unica è la mia forma e la venatura della mia epidermide, unica la più piccola screziatura di foglie delle mie fronde e la più piccola cicatrice della mia corteccia. Il mio compito è - nella spiccata unicità - dare forma ed evidenza all’esterno.
Un albero dice: la mia forza è la fiducia. Io non so niente dei miei padri, non so niente degli innumerevoli figli che ogni anno nascono in me. Vivo fino al termine il segreto del mio seme, non mi preoccupo d'altro. Confido che Dio è in me. Confido che il mio compito è sacro. Di questa
fiducia vivo.
Quando siamo tristi, e non possiamo più sopportare la vita, un albero può dirci: sta calmo! Sta calmo! guardami! Vivere non è facile, vivere non è difficile. Questi sono pensieri puerili. Lascia parlare Dio in te e questi pensieri taceranno. Tu sei angosciato perché il tuo cammino ti porta via dalla madre e dalla casa. Ma ogni passo e ogni giorno ti portano nuovamente incontro alla madre. La tua casa non è in questo o quel posto. La tua casa è dentro di te o in nessun luogo.
La nostalgia del peregrinare mi spezza il cuore quando ascolto gli alberi che a sera mormorano al vento. Se si ascoltano con raccoglimento e a lungo, anche la nostalgia del peregrinare rivela la sua quintessenza e il suo senso. Non è, come sembra, un voler fuggire al dolore, è desiderio della propria casa, del ricordo della madre, di nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada porta a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre. Così mormora il vento a sera, quando siamo angosciati dai nostri stessi pensieri puerili. Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi. Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero. Brama di essere quello che è. Questa è la propria casa. Questa è la felicità.

Tratto da: La Natura ci parla, di Hermann Hesse

martedì 2 febbraio 2010

Alice e i Nibelunghi


di Fabrizio Silei
Verso Gutenberg 8: Lettura ed esame in corso...

Ragazzi, buona lettura!

"Alice e i Nibelunghi” di Fabrizio Silei, con una semplicità quasi disarmante, racconta un gioco pericoloso, attuale: il negazionismo. È la storia, negli anni Ottanta, di due fratelli: una ragazza – Alice, che è colei che racconta – e un ragazzo – Riccardo – che fanno scelte diverse. Lei stringe amicizia con un piccolo nigeriano e un sopravvissuto ad Auschwitz. Lui, invece, finisce in mezzo a un gruppo di naziskin: gente razzista, violenta, impegnata a negare la storia, a infangare la memoria.
Racconta l’autore: “Un ragazzino, che diventa naziskin e abbraccia idee negazioniste, viene coinvolto in un rogo di immigrati come prova di iniziazione. Un modo per raccontare ai ragazzi, attraverso il romanzo d’avventura, chi sono i negazionisti, cosa professano e perché. Un modo per far loro comprendere che non basta collegarsi a Internet e scaricare materiale sulla shoah per fare una ricerca sensata. Non un libro sull’Olocausto, dunque, ma un libro sul e contro il negazionismo. Un libro che racconta come sia facile, in un’età difficile, ritrovarsi ultras e naziskin”.
Libro destinato ai ragazzi, ma non solo.
Fabrizio Silei, classe 1967, fiorentino. Diploma all’Istituto d’arte e laurea in scienze politiche. Per anni sociologo. Esperto di comunicazione sociale, esperto di teatro, grafico, autore di manifesti e storie illustrate. Premio speciale, nel 2007, per la sperimentazione iconica e la ricerca espressiva al “Premio internazionale di illustrazione Stepan Zavrel”. Tra le sue pubblicazioni: “Archeiten”, “Viaggio nei tre regni+1”, “Dalla Terra alla Luna. Cinque ecofiabe per un pianeta da salvare”, “Cuordipatata e i gracidatopi”. Per il teatro di narrazione: “I.M.I Italiani Mai Incontrati”, “Il dottor Semmelweis”, “La vecchia e il diavolo”.

Riccardo Cardellicchio