venerdì 16 luglio 2010

L'infinito


( Alecu Grigore)

sabato 5 giugno 2010

Direttamente dalla pagina dei ringraziamenti dal blog: Il profumo dei Libri

[..]
Il terzo ringraziamento va alla mia attuale professoressa Patrizia Curcio, docente d’ italiano e geografia nella mia classe. Una professoressa che stimo moltissimo per l’impegno e la serietà che offre ogni giorno ai suoi alunni e nella scuola. Non ha mai trascurato un singolo alunno, è sempre rimasta bene attenta alle esigenze della classe e sull’impegno che ogni singolo studente attua, e punendo giustamente una mancanza o una svogliatezza. Con lei ho imparato che la scuola non è solo studio, studio, e studio, c’è sempre il momento per una risata e una piccola distrazione per non appesantire le lezione, ed è sempre con lei che ho preso seriamente la scelta che vorrei fosse presente nel mio futuro: il giornalismo. Vi consiglio pertanto di visitare il suo blog “Patriciae Idearum Hortus” un modo nuovo e originale di far adoperare ai suoi alunni, il computer in maniera corretta, e quindi, perché no, con una ripassata degli argomenti trattati in classe o nuovi argomenti coinvolgenti. Un grazie quindi a tutti i professori che amano la scuola e i propri alunni, proprio come quelle che conosciuto io!

Dal blog http://ilprofumodeilibri.blogspot.com/

venerdì 2 aprile 2010

Il valore dei libri di Assunta Scozzafava ( direttamente dal suo blog...!)

Ecco cosa scrive Assunta ( una mia diletta alunna) sul suo blog pensando alla lettura...

...Prima d'iniziare questo meraviglioso viaggio che ci porterà ad esaminare il valore dei libri e molti romanzi tra l'incanto e la realtà,ragione e antiragione,tra dimensioni paradisiache e drammatiche..ci tengo ad augurare un caloroso benvenuto a tutti!

Quante volte ci sarà capitato di prendere in mano una penna e voler creare un autentico capolavoro ispirandoci a grandi autori,o di voler scrivere anche un diario segreto? E quanti invece un libro? la voglia di lasciare il segno,un qualcosa che di noi perduri per sempre affascina e intrigherà sempre..
La scrittura rende immortali. Un libro quindi cos'è? E' fatto di carta; contiene una storia..ma affermando ciò ci troveremo difronte ad una mezza verità. Un libro è un viaggio dentro se stessi alla ricerca della meta che ognuno di noi desidera. Un libro è una vita che ci appartiene,che possiamo esplorare,vivere. Molte volte si legge un libro per avere una risposta ad ogni nostra domanda .. ma non credete che in fin dei conti,se questo fosse vero,non ci servirebbe più leggere? Non sarebbe forse vana la nostra esistenza se conoscessimo tutti i segreti della vita? Un libro può dare certezze, risposte e altre domande,porta ad un traguardo e ci pone su una nuova strada per conseguirne un altro. E' un profumo di pagine ignote e da scoprire, è l'armonia di qualcosa che alla sua conclusione,comunque,lascerà il segno;la classica frase:C'è sempre da imparare!
Come potrebbe quindi un libro dare tutte le risposte che vogliamo se le sue pagine sono state composte da uomini? Uomini che cercavano anch'essi risposte e hanno scritto nella speranza di colmare la loro sete di sapere.
L'uomo:un essere affascinante,colmo di sentimenti, emozioni ed esperianze,che regala ogni giorno un frammento della sua anima agli altri ogni giorno. Così è un libro ma esso non da risposte, solo si lascia interpretare e custodisce l'anima del suo autore nel segreto delle sue stesse parole; così come fa un amico,un amico che non ha orecchi,ma solo un grande cuore silenzioso di carta sul quale scrivere..sapendo di essere capiti!

Il seguente è il suo link
http://ilprofumodeilibri.blogspot.com/

giovedì 1 aprile 2010

I grandi classici... ci insegnano

noi siamo come nani seduti sulle spalle dei giganti. Vediamo quindi un numero di cose maggiore degli antichi, e più lontane. E non già perché la nostra vista sia più acuta, o la nostra statura più alta, bensì perché essi ci sostengono a mezz'aria e ci innalzano di tutta la loro gigantesca altezza”.
Bernardo di Chartres

martedì 23 marzo 2010

Pensieri e parole...non troppo lontane: Rashid Husayn

Nato a Masmas in Galilea nel 1936, è stato traduttore in arabo ed ebraico; ha redatto il giornale “al-Fagr” (L’Alba) fino al 1962 quando ne venne imposta la chiusura dalle autorità israeliane. Nel 1967 fu sospeso dall’insegnamento e costretto a lasciare il suo paese per gli USA. Nel 1973 fu a Damasco, dove ha diretto la radio damascena in lingua ebraica. Durante il breve soggiorno siriano fondò il centro di ricerche al-Ard (La terra) e il giornale omonimo. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie. È morto a New York nel 1980, nel corso di un incendio, in circostanze mai chiarite.

GERUSALEMME NEGLI OCCHI

Il colore dei tuoi occhi è la palma
il colore dei tuoi occhi è la vigna.
Palma e vigna. Sì, per Gerusalemme
è il mio amore il colore dei tuoi occhi
caro, sì, mille volte,
per mille volte caro,
il colore dei tuoi occhi ferito
come il mio canto, bello
come il mio amore, lungo
come in me la prigionia.
Il colore dei tuoi occhi è mio padre
e pianta melograni e fichi.
Dice: saranno figli
e canteranno,
per le notti canteranno.
Sì, fico e melograno. È Saladino
il colore dei tuoi occhi,
colore pena per vili,
colore mietitura,
il colore dei tuoi occhi raccolto,
il colore dei tuoi occhi rivolta
del mio paese. Il colore
dei tuoi occhi, paziente
come mia madre, generoso come
le mie pianure, orgoglio
dei miei monti, il colore
dei tuoi occhi colombe
aquile nel mio cielo
nella rivolta mia.



NON VOGLIO

Nel mio paese non voglio
che i ribelli feriscano una spiga,
non voglio che un bambino,
qual si sia, porti una bomba,
non voglio, no, non voglio
che mia sorella prenda il fucile,
non voglio quello che volete voi…
ma che cosa farebbero i profeti
se i cavalli degli assassini
s’abbeverassero dei loro occhi?
Non voglio, no, un bambino
a dieci anni un eroe,
non voglio frutto di bombe
dal cuore dell’albero mio,
non voglio che dei rami
dei miei giardini si facciano forche,
non voglio nelle aiuole
forche in legno di rosa,
qui nella terra mia.
Non voglio quello che volete voi
ma dopo il rogo del paese mio
e dei compagni miei
e della giovinezza,
come può il canto non farsi fucile?



ODIARE, FORSE?

Odiare forse un popolo
la cui carne fu cenere
sotto una mano iniqua?
Odiare anche i bambini
- l’età dei miei fratelli-
se hanno un padre che beve
vino sulle mie lacrime?
Pure l’odio al carnefice,
e il perdono ai suoi figli,
sarà, sempre, sarà ancora,
nonostante la miseria?

sabato 27 febbraio 2010

Italo Calvino-Perché leggere i classici


Cominciamo con qualche proposta di definizione.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo...» e mai «Sto leggendo...»

Questo avviene almeno tra quelle persone che si suppongono «di vaste letture»; non vale per la gioventù, età in cui l'incontro col mondo, e coi classici come parte del mondo, vale proprio in quanto primo incontro.
Il prefisso iterativo davanti al verbo «leggere» può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d'ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture «di formazione» d'un individuo, resta sempre un numero enorme d'opere fondamentali che uno non ha letto.
Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint-Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i grandi cicli romanzeschi dell'Ottocento sono più nominati che letti. Balzac in Francia si comincia a leggerlo a scuola, e dal numero delle edizioni in circolazione si direbbe che si continua a leggerlo anche dopo. Ma in Italia se si facesse un sondaggio Doxa temo che Balzac risulterebbe agli ultimi posti. Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s'incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza. Anni fa Michel Butor, insegnando in America, stanco di sentirsi chiedere di Emile Zola che non aveva mai letto, si decise a leggere tutto il ciclo dei Rougon-Macquart. Scoperse che era tutto diverso da come credeva: una favolosa genealogia mitologica e cosmogonica, che descrisse in un bellissimo saggio.
Questo per dire che il leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d'averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest'altra formula di definizione:

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l'uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l'origine. C'è una particolare forza dell'opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà:

3. I classici sono libri che esercitano un'influenza particolare sia quando s'impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

Per questo ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch'essi cambiano, nella luce d'una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l'incontro è un avvenimento del tutto nuovo.
Dunque, che si usi il verbo «leggere» o il verbo «rileggere» non ha molta importanza. Potremmo infatti dire:

4. D'un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5. D'un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

La definizione 4 può essere considerata corollario di questa:

6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Mentre la definizione 5 rimanda a una formulazione più esplicativa, come:

7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato(o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

Questo vale per i classici antichi quanto per i classici moderni. Se leggo l'Odissea leggo il testo d'Omero ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure d'Ulisse sono venute a significare durante i secoli, e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni. Leggendo Kafka non posso fare a meno di comprovare o di respingere la legittimità dell'aggettivo «kafkiano» che ci capita di sentire ogni quarto d'ora, applicato per dritto e per traverso. Se leggo Padri e figli di Turgenev o I demoni di Dostoevskij non posso fare a meno di pensare come questi personaggi hanno continuato a reincarnarsi fino ai nostri giorni.
La lettura d'un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all'immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l'università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d'un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario. C'è un capovolgimento di valori molto diffuso per cui l'introduzione, l'apparato critico, la bibliografia vengono usati come una cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da dire e che può dire solo se lo si lascia parlare senza intermediari che pretendano di saperne più di lui. Possiamo concludere che:

8. Un classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.

Non necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che l'aveva detto lui per primo (o che comunque si collega a lui in modo particolare). E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta d'una origine, d'una relazione, d'una appartenenza. Da tutto questo potremmo derivare una definizione del tipo:

9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire,
tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.


Naturalmente questo avviene quando un classico «funziona» come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne che a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i «tuoi» classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta; ma le scelte che contano sono quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola.
È solo nelle letture disinteressate che può accadere d'imbatterti nel libro che diventa il «tuo» libro. Conosco un ottimo storico dell'arte, uomo di vastissime letture, che tra tutti i libri ha concentrato la sua predilezione più profonda sul Circolo Pickwick, e a ogni proposito cita battute del libro di Dickens, e ogni fatto della vita lo associa con episodi pickwickiani. A poco a poco lui stesso, l'universo, la vera filosofia hanno preso la forma del Circolo Pickwick in un'identificazione assoluta. Giungiamo per questa via a un'idea di classico molto alta ed esigente:

10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell'universo, al pari degli antichi talismani.

Con questa definizione ci si avvicina all'idea di libro totale, come lo sognava Mallarmé. Ma un classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d'opposizione, d'antitesi. Tutto quello che Jean-Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m'ispira un incoercibile desiderio di contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui. C'entra la sua personale antipatia su un piano temperamentale, ma per quello non avrei che da non leggerlo, invece non posso fare a meno di considerarlo tra i miei autori. Dirò dunque:

11. Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve
per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.


Credo di non aver bisogno di giustificarmi se uso il termine «classico» senza fare distinzioni d'antichità, di stile, d'autorità. (Per la storia di tutte queste accezioni del termine, si veda l'esauriente voce Classico di Franco Fortini nell'Enciclopedia Einaudi, vol. III). Quello che distingue il classico nel discorso che sto facendo è forse solo un effetto di risonanza che vale tanto per un'opera antica che per una moderna ma già con un suo posto in una continuità culturale. Potremmo dire:

12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello,riconosce subito il suo posto nella genealogia.

A questo punto non posso più rimandare il problema decisivo di come mettere in rapporto la lettura dei classici con tutte le altre letture che classici non sono. Problema che si connette con domande come: «Perché leggere i classici anziché concentrarci su letture che ci facciano capire più a fondo il nostro tempo?» e «Dove trovare il tempo e l'agio della mente per leggere dei classici, soverchiati come siamo dalla valanga di carta stampata dell'attualità?».
Certo si può ipotizzare una persona beata che dedichi il «tempo-lettura» delle sue giornate esclusivamente a leggere Lucrezio, Luciano, Montaigne, Erasmo, Quevedo, Marlowe, il Discours de la Méthode, il Wilhelm Meister, Coleridge, Ruskin, Proust e Valéry, con qualche divagazione verso Murasaki o le saghe islandesi. Tutto questo senza aver da fare recensioni dell'ultima ristampa, né pubblicazioni per il concorso della cattedra, né lavori editoriali con contratto a scadenza ravvicinata. Questa persona beata per mantenere la sua dieta senza nessuna contaminazione dovrebbe astenersi dal leggere i giornali, non lasciarsi mai tentare dall'ultimo romanzo o dall'ultima inchiesta sociologica. Resta da vedere quanto un simile rigorismo sarebbe giusto e proficuo. L'attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pur stabilire «da dove» li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco dunque che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d'attualità. E questo non presume necessariamente una equilibrata calma interiore: può essere anche il frutto d'un nervosismo impaziente, d'una insoddisfazione sbuffante.
Forse l'ideale sarebbe sentire l'attualità come il brusio fuori della finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre seguiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza. Ma è ancora tanto se per i più la presenza dei classici s'avverte come un rimbombo lontano, fuori dalla stanza invasa dall'attualità come dalla televisione a tutto volume. Aggiungiamo dunque:

13. È classico ciò che tende a relegare l'attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

14. È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l'attualità più incompatibile fa da padrona.

Resta il fatto che il leggere i classici sembra in contraddizione col nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi, il respiro dell'otium umanistico; e anche in contraddizione con l'eclettismo della nostra cultura che non saprebbe mai redigere un catalogo della classicità che fa al caso nostro.
Erano le condizioni che si realizzavano in pieno per Leopardi, data la sua vita nel paterno ostello, il culto dell'antichità greca e latina e la formidabile biblioteca trasmessigli dal padre Monaldo, con annessa la letteratura italiana al completo, più la francese, ad esclusione dei romanzi e in genere delle novità editoriali, relegate tutt'al più al margine, per conforto della sorella («il tuo Stendhal» scriveva a Paolina). Anche le sue vivissime curiosità scientifiche e storiche, Giacomo le soddisfaceva su testi che non erano mai troppo up to date: i costumi degli uccelli in Buffon, le mummie di Federico Ruysch in Fontenelle, il viaggio di Colombo in Robertson.
Oggi un'educazione classica come quella del giovane Leopardi è impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.
M'accorgo che Leopardi è il solo nome della letteratura italiana che ho citato. Effetto dell'esplosione della biblioteca. Ora dovrei riscrivere tutto l'articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli agli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani.
Poi dovrei riscriverlo ancora una volta perché non si creda che i classici vanno letti perché «servono» a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): «Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un'aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest'aria prima di morire”».

Italo Calvino, Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano 1995


venerdì 5 febbraio 2010

Shoah






Il premio speciale under 19 UNIVERSITA’ IULM ha premiato 11 dei 193 ragazzi che hanno partecipato al premio. Così ne ha parlato Giovanni Puglisi Rettore dell’università IULM:
“Il Premio festeggia quest’anno un traguardo significativo:cinque edizioni. Tantissimi gli under 19 che anche quest’anno hanno risposto al nostro bando. Sono tutti autori al debutto,iscritti alle Scuole Superiori di II grado,accomunati dalla passione dello scrivere e dal sogno di vedere pubblicati i loro elaborati. Da tutta Italia un’intera nuova generazione di scrittori racconta paure,di incertezze, di malattie e di sconfitte. E lo fa con toni crudi e,al limite,disincantati.[..] Cosa rende, in fin dei conti, degno di nota un racconto? L’inventio innanzitutto, ovvero lo spunto di partenza, che deve essere accattivante e originale. Ma questo non basta, bisogna dover “disporre” il contenuto in modo convincente. La dispositivo è particolarmente complessa e richiede una vera e propria abilità di scrittura. E poi va da sé, occorre un’elocutio corretta che metta armonia fra sintassi e logica del pensiero. E’ proprio su questi criteri che si è basata la nostra selezione.[..] L’invito è quello di leggere con attenzione queste brevi opere: sono dirette, forse acerbe in alcuni casi, ma sicuramente in grado di regalare emozioni.”


Ne riporto allora una, forse la più adatta per questo periodo post-giornata della memoria.

JUD

"Dai, colpiscilo! Che c'è, ti manca il coraggio?". "Scommettiamo?". "Dieci che non riesci neanche a centrarlo!".
Hans era concentratissimo: prese la mira, tese il braccio e lanciò la pietra. E ci riuscì. Il ragazzo colpito si rifugiò velocemente nel vicolo. "Questo è culo, però!", esclamò Franz.
"Ma quale culo! Obiettivo centrato in pieno, alla testa! Su, sgancia i soldi!", rispose Hans.
Hans e Franz erano al settimo cielo: erano sul muro! Joseph, il padre di Hans, faceva la guardia proprio lì e li aveva portati a vedere finalmente il ghetto di cui parlava tutta la città.
"Dai Anne, si può sapere cos'hai? Ci stai tenendo il broncio da quando siamo arrivati!", esclamò Hans, rivolto a una ragazza dai folti capelli biondi e dalla carnagione estremamente chiara. La ragazza si voltò e lo fissò nei suoi penetranti occhi scuri. "Lo sai che non volevo venire qua!", rispose.
"Ma come? Ma ti rendi conto dove sei? Lo sai che tra qualche mese qui confluiranno ebrei da tutte le parti d'Europa?".
"Oh, sai che bello! Guarda, quasi non mi reggo in piedi dall'emozione!", ribattè sarcastica.
"Ah, vero!Com'è che dici tu? <>! A volte dimentico che hai avuto il barbaro coraggio di diventare amica di uno di loro! Chissà cosa ne penserebbe tuo fratello, che è partito per il fronte con i tedeschi... può darsi che lui sarebbe riuscito a farti ragionare!".
Gli occhi di Anne si infiammarono: con uno scatto sul viso si voltò verso Hans e lo afferrò per la collottola. "Non osare!", disse a denti stretti. Rimasero così a fissarsi, viso a viso, per qualche secondo.
"Allora, chi scende con me?", esclamò Hans, cercando di cambiare discorso. "Papà mi ha dato una pistola e ha detto che se vogliamo possiamo fare un giro nel ghetto!".
Anne, con sorpresa di Hans, decise di seguirlo, ma Franz non volle accodarsi: la scusa ufficiale era che si annoiava, ma Hans ed Anne sapevano bene che Franz aveva paura di addentrarsi tra i vicoli del ghetto.
I due ragazzi scesero delle scalette ripide e incominciarono a gironzolare. Cucito sulla giubba avevano la scritta ARI, "Ariano": era l'unico modo per passeggiare tranquillamente per le stradine di quel quartiere. Procedevano a passo spedito, fiancheggiando quelle case diroccate dalle quali ogni tanto scorgevano persone nascondersi al loro passaggio. Ma il silenzio tombale in cui si muovevano, fu ben presto rotto da delle urla. Hans ed Anne si voltarono: nel casale a fianco una giovane donna dalla folta chioma ramata, distesa su un mucchio di paglia, li guardò ed esalò il suo ultimo respiro. Quello sguardo li aveva fulminati e la scena che si presentava al loro occhi era agghiacciante:tra le braccia della donna, una bimba con un panno lurido a mo' di pannolino piangeva e si dimenava. Al polso, come la madre, recava un marchio segnato nella carne: JUD, per "Juden", "Ebreo".
Anne si avvicinò per prendere la bambina, ma Hans intervenne. "Che cosa fai?", esclamò.
"Sei forse cieco? Non vedi che questa bambina ha appena perso sua mamma? La voglio portare da tuo padre, non possiamo lasciarla qui!", gli rispose Anne. "Qua mi sa che la cieca sei tu! Non vedi cos'ha sul polso? Non vedi che è una sporca ebrea? Farà la fine che merita! E adesso andiamocene da qui, ne ho abbastanza di questo posto!".
Ma mentre Hans trascinava Anne con forza per tornare indietro scorse, per la prima volta da quando conosceva la ragazza, un'ombra di disprezzo sul suo volto.
Quella notte Hans non riusciva a dormire. Era rimasto lì, disteso sul letto, a fissare il soffitto della sua stanza: sapeva bene che cosa lo tormentava, ma ammetterlo era difficile. Eppure, nel giro di un'ora, con la giubba ARI e la tessera di riconoscimento del padre, era sgattaiolato fuori dalla finestra. In pochi minuti fu davanti alle porte del ghetto. Con la tessera del padre e il suo aspetto più da ventenne che da diciassettenne, entrare fu un gioco da ragazzi. Arrivò di corsa al casale della mattina: la mamma era ancora lì, con la bocca rimasta contratta in uno spasimo di dolore, ma la bimba non c'era più. Con una punta di delusione, Hans incominciò a frugare per la stanza, quando, d'un tratto, sentì dei rumori e vide un'ombra muoversi furtiva da dietro le finestre. Spaventato, prese in mano la pistola e urlò!"Chi va la?". "Scemo, abbassa quella pistola", gli rispose una voce familiare.
Hans sembrava non credere al suoi occhi quando dal buio della stanza vide emergere la sagoma di Anne con la bimba in braccio.
"Lo sapevo che saresti venuto!", esclamò la ragazza. "Dì la verità: i sensi di colpa ti stavano distruggendo...". "Come sei arrivata fin qui?", domandò sbigottito.
"Beh, tu hai tuo padre", rispose, osservando la giubba di Hans. "Io il mio amico ebreo: i suoi consigli si sono rivelati più utili di quanto tu creda...".
"Ok, ok... colpito e affondato. Ma adesso abbiamo un bel problema: dove nascondiamo la bambina?". A questo ci ho già pensato io, la porterò a casa mia".
"Ma dove la nascondi a casa tua?", domandò perplesso Hans. "Fidati, ho un piano".
"Ok... allora ci vediamo domani a casa tua per discutere meglio il da farsi. Entrambi si salutarono così, tornando alle loro rispettive abitazioni. Il mattino seguente, come promesso, Hans andò a casa di Anne. "Allora? Dov'e la bimba?", le chiese appena la vide. "L'ho nascosta nella casetta che costruimmo insieme sull'albero", rispose.
Fu un vero tuffo nel passato per Hans: si era completamente dimenticato di quel rifugio che avevano costruito quand'erano piccoli. Ma d'altronde, oramai non ricordava neanche più da quanti anni lui e Anne erano amici. Anne era praticamente la sua amica da sempre: c'era sempre stata per lui come lui c'era sempre stato per lei. Nonostante le mille differenze e incomprensioni che a volte li dividevano, li univa un legame forte.
"Guai se i miei genitori sapessero di Sara", disse Anne. "Sara?", domando Hans.
"Si, Sara: ho deciso di chiamarla così. Ho letto su un libro che Sara in ebraico significa <>.

Con tutti gli altri principi e le altre principesse come lei, Sara un giorno dovrà avere la forza di perdonare quello che la nostra gente sta facendo loro".
Hans non sapeva cosa dire. Tutti gli insegnamenti ricevuti gli avevano inculcato che lui era superiore, perfetto, puro; ma ora guardando gli occhi della bambina che aveva di fronte si sentì debole, fragile. Quegli occhi sembravano chiedere scusa per qualcosa di non commesso.
"Uffa, ecco che ricomincia a piangere!", esclamò Anne. "Dai tienila un po' tu, può darsi che con te si calmi".
"Io? No, no... ho paura di farle male, non so neanche come tenerla in braccio!" rispose Hans. "Ti faccio vedere io".
Anne gli adagiò quel fagottino tra le braccia: a quel contatto, Hans sentì come un'esplosione all'altezza dello stomaco, nei pressi del cuore. Incominciò ad accarezzare con un dito la mano piccola e paffuta della bimba: Sara smise di piangere e, mentre accennava un sorriso, prese a stringere il dito di Hans. "Oh, ma sei proprio forte!", esclamò il ragazzo.
Anne accarezzò la fronte di Sara e, sorridendo, alzò lo sguardo negli occhi commossi di Hans. "Si, è proprio una bimba forte", rispose.

Qualche mese dopo

"Ma come si è fatta grande la nostra Sara! Questa bimba cresce sempre di più ogni giorno che passa!", esclamò Hans, spostando dalla fronte della piccina quella che oramai era diventata una bella chioma ramata.
Era passato qualche mese , Hans e Anne erano riusciti a prendersi segretamente cura della piccola Sara. Ogni giorno cercavano di rubare un po' di cibo dalla dispensa per poter sfamare la bambina, e ogni notte, dopo aver fatto credere ai propri genitori di essere andati a letto, fuggivano al rifugio per passare la notte con la piccina. Ma per quanto fossero abbastanza abili, erano consapevoli di essere equilibristi che si muovevano su di un filo sospeso nel vuoto. "Li senti questi rumori?", domando Anne.
"Certo che li sento... ma perche ti preoccupi? Staranno fucilando qualcuno, come al solito", rispose Hans. "Dobbiamo andarcene da qui", ribattè secca la ragazza.
"Ah si? E come ce ne andiamo... volando? Ti devo forse ricordare che l'unico modo per uscire dalla città e passare dalla dogana? Lì controllano chi è ebreo e Sara ha il marchio JUD sul polso!".
"Potremmo uscire dal lato del bosco senza farci vedere dalle SS. Se non ci vedono non ci costringeranno a passare per la dogana!".
"E poi una volta fuori che facciamo?", obietto Hans. "Tutta la nazione è in mano ai tedeschi!".
"Ogni notte, fuori dalla città, c'è un italiano che aiuta gli ebrei, li nasconde nella sua ambasciata! Mel'ha detto il mio amico ebreo...".
"Basta! Basta!", esclamò arrabbiato il ragazzo, interrompendo Anne. "Ma possibile che ogni volta ripetiamo sempre le stesse cose? E poi chi è questo dannato amico ebreo? E' presente in tutti i nostri discorsi... non ne posso più!".
Anne si affacciò dal rifugio: ogni volta che Hans parlava del suo amico, lei si rabbuiava. II ragazzo osservò il volto di Anne, illuminato dalla fioca luce di una candela mossa dal vento: il viso incorniciato da quei folti capelli biondi aveva lo stesso chiarore della luna che la ragazza ammirava alta nel cielo. "Non esiste nessun amico ebreo",sentenziò laconica Anne.
A quelle parole, Hans posò la bimba nella culla che le aveva costruito, e si avvicinò perplesso alla ragazza, sedendosi al suo fianco. "Fu qui che lo scoprii", continuò Anne. "Avevo deciso di seguirlo perchè ultimamente si comportava in modo sempre più strano e la notte lo sentivo fuggire dalla finestra della sua camera per farvi ritorno sempre più tardi. Non potevo credere ai miei occhi quando vidi mio fratello, disteso sul pavimento del rifugio, baciarsi appassionatamente con un altro uomo". Hans la fissò sbigottito.
"Ma mi sa che non sono stata l'unica a vederlo", proseguì Anne, con gli occhi gonfi di lacrime. "Dopo qualche giorno mio padre lo cacciò di casa, dandogli del sodomita e denunciandolo alle autorità".
Hans abbracciò Anne, che singhiozzava sempre più forte, mentre con una mano le accarezza i suoi chiari capelli.
"Ti prometto che andremo via da qui, Anne", affermò deciso il ragazzo. "E porteremo con noi tuo fratello dal ghetto". "Mio fratello non è più nel ghetto", replicò secca Anne.
Hans capì. Comprese finalmente che il "ragazzo ebreo" di cui tanto aveva parlato Anne, era oramai solo un fantasma.
"Ha tentato la fuga qualche settimana prima che trovassimo Sara, ma è stato ammazzato".
Hans asciugò le lacrime dal viso angelico di Anne; solo ora che la vedeva così fragile, si rendeva conto di quanto fosse stupenda la sua amica.
"Noi ce la faremo, te lo prometto", rispose il ragazzo. "Scapperemo da questa città e saremo finalmente felici".
Hans la guardò a lungo negli occhi, in quegli occhi verdi colmi di lacrime che avevano tanto sofferto e si accorse di quanto le loro labbra fossero vicine.
Il pianto della piccola Sara riportò bruscamente i due ragazzi alla realtà, e la realtà era peggio del previsto: solo allora si resero conto che il padre di Anne, Heinrich, era salito sulla casetta e li stava fissando.
"Cosa ci fa lui quà? E perchè quella schifosa ebrea e con voi?", urlò ad Anne, mollandole un sonoro ceffone. "Perchè non rispondi? Parla!", ripetè gridando.
Al secondo schiaffo Hans non ci vide più: con tutta la forza che aveva nelle mani, sferrò un pugno al padre di Anne. Heinrich dopo aver barcollato per qualche secondo, perse l'equilibrio e cadde tramortito giù dal rifugio, ai piedi dell'albero. “ti sei fatta molto male?", domandò Hans, accarezzandole la guancia.
"No, non ti preoccupare", rispose Anne, sorridendogli. "Ma ora dobbiamo pensare a scappare. Appena mio padre riprenderà conoscenza non esiterà a denunciare la presenza di Sara alle SS". Hans annuì, avvolse Sara in una coperta e corse con Anne verso casa sua, dove in una borsa cercò di raccogliere tutto quello che poteva: cibo, acqua, farmaci, indumenti, una matita e un foglio che infilò nella tasca dei pantaloni.
Anne e Hans, con Sara in braccio, si incamminarono così per le strade buie. Con l'aiuto delle tenebre la città aveva indossato la sua solita veste di dolore. La flebile luce di qualche lampione contornava di mostruoso le ombre delle SS che sorvegliavano le strade; il vento sembrava trapassare i corpi come un pugnale; il silenzio aveva il rumore della misericordia non ascoltata.
Hans e Anne erano arrivati, davanti a loro c'era la dogana: una fila di persone aspettava di uscire dalla città. I due ragazzi cercarono di sgattaiolare dal lato del bosco senza farsi vedere, ma una SS fischiò. Erano stati visti. Il soldato si avvicinò. "Dove credevate di andare?", chiese sospettoso, puntandogli il fucile contro.
"Volevamo uscire dalla città", rispose Hans, cercando di mantenere il sangue freddo.
"Dovete fare la fila e passare alla dogana, non lo sapete?", domandò sempre più diffidente.
"Vorrà dire che vi accompagnerò personalmente", concluse beffarda la SS.
I ragazzi, scortati dal soldato, si misero in fila. "Cosa facciamo adesso?", bisbigliò Anne.
"Ho un'idea, ma mi devi promettere che qualsiasi cosa accada alla dogana, tu non farai nulla", rispose Hans. "Questo non me lo puoi chiedere e non te lo posso promettere", ribattè la ragazza. "Fidati di me, Anne", sussurrò il ragazzo. "Andrà tutto bene".
Hans le strinse forte la mano e con un sorriso cercò di infonderle la speranza che animava il suo cuore. Ma mentre Anne non lo vedeva, prese una pietra affilata da terra e, dopo averci armeggiato e averla gettata, pescò la matita e il foglio dalla tasca dei suoi pantaloni: scrisse molto velocemente qualcosa che infilò repentinamente tra le coperte della piccola Sara, prima di stamparle un dolce bacio sulla fronte e darla in braccio ad Anne. Era il loro turno.
"Qual'è il vostro nome?", domandò il doganiere. "Siamo Hans, Anne e Sara Konig", rispose Anne. "Motivo del viaggio?". "Dobbiamo far visita ad alcuni parenti". Il doganiere li scrutò a lungo. "Mostratemi i polsi, compreso quello della bambina!", esclamò.
"Ma come... non vede che siamo ariani?", rispose Anne, cercando di guadagnare tempo. I1 doganiere puntò il fucile contro di loro.
"Poche storie! Noi dobbiamo controllare chiunque esca dalla città, soprattutto ora, dato che poco tempo fa qualcuno ha denunciato un ebreo in fuga con due ariani. Vi ripeto, mostratemi i polsi!".
Hans sentì la sua anima risalire dal profondo: un giorno l'uomo avrebbe guardato a tutto ciò con orrore e si sarebbe vergognato di ogni sua azione; forse avrebbe capito che non esiste una razza ma un unico cuore, comune a tutta l'umanità. "Sono io l'ebreo che cercate!", esclamò Hans.
Tirò indietro la manica della maglia e mostrò i segni che si era impresso poco fa con la pietra sul suo polso: JUD.
"Ho costretto questi due ariani a venire con me per facilitarmi la fuga", continuò. Anne era inebetita, scossa dal folle gesto del suo amico. Ma Hans le sorrise, come non le aveva mai sorriso prima: le vennero in mente le parole che il suo amico aveva pronunciato poco prima. Amare lacrime caddero dai suoi occhi e bagnarono la fredda strada.
Hans fu subito portato via dal soldato. Neanche un saluto, un abbraccio, un bacio: l'avrebbero portato via e non sarebbe mai più tornato indietro.
Nella confusione generale che si era creata, Anne riuscì ad abbandonare la città senza che il doganiere controllasse nè il suo polso nè, soprattutto, il polso della piccola Sara. Ed era mentre si allontanava che sentì rimbombare gli spari: come suo fratello, anche Hans ora non c'era più.
Nella boscaglia che limitava la città scorse Giorgio, l'italiano che le avrebbe aiutate: Anne si volto per l’ultima volta a guardare la sua città, stringendo forte a sè Sara. Si stava incamminando verso il bosco, quando dovette fermarsi: qualcosa era caduto dalla coperta della bambina. Lo raccolse: scritte a matita su un foglio c'erano queste parole: "Abbi cura di Sara. Ti amo".
Giovanni Merone




Come tutte le fiabe che ci hanno raccontato da piccoli, sapevamo, anzi, eravamo più che certi che già prima che s’incominciasse a leggere la storia,che il bene avrebbe trionfato,il male abbattuto, e sapevamo che, anche se la pagine erano 10,20 o 30, comunque sarebbero andare le cose,alla fine avremmo trovato stampato un bel “..e vissero felici e contenti” o male che ci vada “..e vissero per sempre felici e contenti” Sarebbe bello se la felicità durasse davvero per sempre. Sarebbe bello dire che la Shoan non è mai esistita, eppure sono morte tante persone che avevano una sola colpa, la più grave: quella di esistere. Ma che uomini saremmo se la felicità costante e duratura albergasse sempre nel nostro cuore? Saremmo uomini vuoti, che non rischiano mai, che non si preoccupano mai degli altri e che tanto meno preferirebbero morire per salvare il prossimo come ha fatto Hans:un ragazzo ariano attaccato al suo ARI stampato sui suoi vestiti più di ogni altra cosa. Arrivando alla fine della nostra storia potremmo chiederci: “E l’amore che trionfa su tutto? Non è forse appena morto?”
No,invece è appena nato:è un amore che va oltre le “razze” oltre un fucile sparato dietro la schiena, va oltre un marchio impresso con raffinatezza su un giubbino o con violenza su un polso, va oltre l’odio e la presunzione di togliere la vita a qualcuno. Così le lacrime di Anne bagnano la strada fredda, un sorriso d’incoraggiamento di Hans e uno sparo ribalta la situazione; e una lettera sulla quale è scritta una piccola parola che da quel momento farà sentire ancora più incolmabile ed opprimente l’assenza di Hans. Tutta un’amicizia, un viaggio con Anne, forse troppo breve, sta dentro una parola,quella parola che Hans non era mai riuscito a dirle. Assunta Scozzafava


La natura ci parla




Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche.
Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell'infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un'unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto. Quando un albero è stato segato ed espone al sole la sua nuda ferita mortale, dalla chiara sezione del suo tronco e lapide funebre si può leggere tutta la sua storia: negli anelli corrispondenti agli anni e nelle escrescenze stanno fedelmente scritti tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutti i malanni, tutta la felicità e la prosperità, anni stentati e anni rigogliosi, assalti sostenuti, tempeste superate. E ogni contadinello sa che il legno più duro e prezioso ha gli anelli più stretti, che sulla cima delle montagne, nel pericolo incessante, crescono i tronchi più indistruttibili, più robusti, più perfetti.
Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità. Essi non predicano dottrine o ricette, predicano, incuranti del singolo, la legge primordiale della vita. Un albero dice: in me è nascosto un seme, una scintilla, un'idea, io sono vita della vita perenne. Unico è l'esperimento e il disegno che l'eterna madre con me ha tentato, unica è la mia forma e la venatura della mia epidermide, unica la più piccola screziatura di foglie delle mie fronde e la più piccola cicatrice della mia corteccia. Il mio compito è - nella spiccata unicità - dare forma ed evidenza all’esterno.
Un albero dice: la mia forza è la fiducia. Io non so niente dei miei padri, non so niente degli innumerevoli figli che ogni anno nascono in me. Vivo fino al termine il segreto del mio seme, non mi preoccupo d'altro. Confido che Dio è in me. Confido che il mio compito è sacro. Di questa
fiducia vivo.
Quando siamo tristi, e non possiamo più sopportare la vita, un albero può dirci: sta calmo! Sta calmo! guardami! Vivere non è facile, vivere non è difficile. Questi sono pensieri puerili. Lascia parlare Dio in te e questi pensieri taceranno. Tu sei angosciato perché il tuo cammino ti porta via dalla madre e dalla casa. Ma ogni passo e ogni giorno ti portano nuovamente incontro alla madre. La tua casa non è in questo o quel posto. La tua casa è dentro di te o in nessun luogo.
La nostalgia del peregrinare mi spezza il cuore quando ascolto gli alberi che a sera mormorano al vento. Se si ascoltano con raccoglimento e a lungo, anche la nostalgia del peregrinare rivela la sua quintessenza e il suo senso. Non è, come sembra, un voler fuggire al dolore, è desiderio della propria casa, del ricordo della madre, di nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada porta a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre. Così mormora il vento a sera, quando siamo angosciati dai nostri stessi pensieri puerili. Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi. Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero. Brama di essere quello che è. Questa è la propria casa. Questa è la felicità.

Tratto da: La Natura ci parla, di Hermann Hesse

martedì 2 febbraio 2010

Alice e i Nibelunghi


di Fabrizio Silei
Verso Gutenberg 8: Lettura ed esame in corso...

Ragazzi, buona lettura!

"Alice e i Nibelunghi” di Fabrizio Silei, con una semplicità quasi disarmante, racconta un gioco pericoloso, attuale: il negazionismo. È la storia, negli anni Ottanta, di due fratelli: una ragazza – Alice, che è colei che racconta – e un ragazzo – Riccardo – che fanno scelte diverse. Lei stringe amicizia con un piccolo nigeriano e un sopravvissuto ad Auschwitz. Lui, invece, finisce in mezzo a un gruppo di naziskin: gente razzista, violenta, impegnata a negare la storia, a infangare la memoria.
Racconta l’autore: “Un ragazzino, che diventa naziskin e abbraccia idee negazioniste, viene coinvolto in un rogo di immigrati come prova di iniziazione. Un modo per raccontare ai ragazzi, attraverso il romanzo d’avventura, chi sono i negazionisti, cosa professano e perché. Un modo per far loro comprendere che non basta collegarsi a Internet e scaricare materiale sulla shoah per fare una ricerca sensata. Non un libro sull’Olocausto, dunque, ma un libro sul e contro il negazionismo. Un libro che racconta come sia facile, in un’età difficile, ritrovarsi ultras e naziskin”.
Libro destinato ai ragazzi, ma non solo.
Fabrizio Silei, classe 1967, fiorentino. Diploma all’Istituto d’arte e laurea in scienze politiche. Per anni sociologo. Esperto di comunicazione sociale, esperto di teatro, grafico, autore di manifesti e storie illustrate. Premio speciale, nel 2007, per la sperimentazione iconica e la ricerca espressiva al “Premio internazionale di illustrazione Stepan Zavrel”. Tra le sue pubblicazioni: “Archeiten”, “Viaggio nei tre regni+1”, “Dalla Terra alla Luna. Cinque ecofiabe per un pianeta da salvare”, “Cuordipatata e i gracidatopi”. Per il teatro di narrazione: “I.M.I Italiani Mai Incontrati”, “Il dottor Semmelweis”, “La vecchia e il diavolo”.

Riccardo Cardellicchio

martedì 26 gennaio 2010

Cruciverba (latino)

(cliccate sullo schema del cruciverba per ingrandire l'immagine) Orizzontali: 1. signore. 3. all’uomo. 4. i naviganti ( compl.ogg.). 6. è.
9. Siracusa. 10. avere. 11. a. 12. temere. 14. abitante. 15. ancella.
17. mandare. 19. belva. 20. udire. 22. bella. 24. maestro.
26. delle aste. 28. agnello. 32. padre di famiglia. 33. egli loda.
34. noi mandavamo.

Verticali: 1. dono. 2. ragazzo. 3. uomo. 5. lodare. 7. ma. 8. navigante.
9. scrivere. 13. cavallo. 16. dei giochi. 18. agli abitanti. 21. ruscello.
23. nonno. 25. udite!. 26. asta. 27. acqua. 29. lupo. 30. gioco.
31. essere.

Altrimenti si possono inserire le soluzioni on-line cliccando sotto
http://www.iscgcesare.it/crucilatino.htm

Buon divertimento....ragazzi!

sabato 23 gennaio 2010

Dietro ogni libro emozioni che il tempo non cancella

La biblioteca “De Nobili” ( di Catanzaro) ospita la lezione del professore Federico Procopio sulla figura femminile nella poesia

Dietro ogni libro c'è l'umanità che resiste al tempo. Puoi trovarlo ingiallito, qualche carattere ha perso consistenza, le pagine assottigliate forse. Ma il tuo libro, magari quello del liceo resiste: è dentro te, sulle sue pagine ci sono passate le tue emozioni di adolescente, la tua rabbia, il tuo amore. E ora che sembra tutto dominato dai flussi di bit, lo prendi in mano quel libro. Inizi a leggere i distici scritti in una lingua che qualcuno ancora si ostina a definire “morta”. Morta una lingua vibrante di accenti, di versi ritmati? Morta
una lingua di dei e di eroi? Ti sale una vampata di orgoglio:quei versi li sai ancora tradurre, li sai declinare con gli accenti esatti. E allora ringrazi chi ti ha insegnato a viverla, quella lingua. Chi ti ha insegnato a leggere. Sarà successo questo a tutti i catanzaresi raccolti nei giorni scorsi nella biblioteca “De Nobili” per assistere alla lezione del professore Federico Procopio: il “loro” professore, il professore di papà, di mamma. La sua conversazione su “Personaggi femminili nella poesia drammatica classica, interpreti del pensiero di Euripide, Aristofane,Seneca contro la guerra”, è stata ancora un atto di amore verso i classici. Verso ogni discepolo. Un omaggio alla femminilità vera, fatta di “squisita delicatezza, gentilezza e garbo” anche quando è inserita nella più grande delle tragedie, una tragedia senza tempo e senza un perché: la guerra. Tanto quella cantata negli stasimi - “dove sta il poeta” ha sottolineato Procopio - , che quella che irrompe nell'animo di madre, di moglie, di sovrana, di schiava. Nella sala “Augusto Placanica”, si sono così materializzate figure di cui forse, nessuno parla mai: poetesse come Mirtide che osò gareggiare con Pindaro, Telesilla che armò le donne di Argo per respingere Sparta, Prassilla l'ubriacona. Di loro non restano che pochi frammenti, o i “tributi metrici” dei versi “telesillei”e“prassillei”. Accanto ad esse, le figure sospese tra Teatro e Mito: Alcesti, Ecuba, Medea, Prassitea, Amore, sacrificio, dolcezza, pietà, onore: nelle loro personalità è tutta l'Umana vicenda. Dalla femminilità nella poesia, alla femminilità nel dramma più assurdo, più vero: la guerra. Parola che in ogni parte del mondo, in ogni lingua, ha un suono inquietante, cattivo, duro. Realtà che “è senza un perché”, come la rosa nel pensiero del Silesius, ha sottolineato Federico Procopio. “Leggere, rileggere, imparare a leggere, per poter dire: io so leggere”: La lezione del professor Procopio, da studente l'avrai presa come “metodo”, e invece da adulto si carica di significati nuovi. Suona come un incitamento a riappropriarsi della dimensione umana, come se ogni lettura sia un atto di rispetto verso sé stessi, verso chi quei versi li ha creati nel tempo.
GIOVANNI FAZIA


Articolo tratto da : IL QUOTIDIANO DI CALABRIA di Sabato 23 gennaio 2010

giovedì 21 gennaio 2010

A proposito di farfalle

RAGAZZI: Ecco una nuova tematica da affrontare e discutere sia in narrativa che in poesia...













Dalla quarta di copertina:

" Sono qui per stupirmi", afferma un verso di Goethe...
Bisogna essere ciechi o estremamente aridi se, alla vista di una farfalla, non si prova gioia, fanciullesco incanto, un brivido dello stupore goethiano...
La farfalla, infatti, è qualcosa di particolare, non è propriamente un animale come gli altri, in fondo non è propriamente un animale ma solamente l'ultima, più elevata, festosa e vitalmente importante essenza di un animale...
La farfalla non vive per cibarsi e invecchiare, vive solamente per amare, e per questo è avvolta in un abito mirabile...
Tale significato della farfalla è stato avvertito in tutti i tempi e da tutti i popoli...
È un emblema sia dell'effimero, sia di ciò che dura in eterno...

È un simbolo dell'anima...
Hermann Hesse


Di seguito alcune poesie tratte dal testo di H. Hesse "Farfalle", a cura di Marcello Baraghini, Traduzione di Cristina Scassellati,Illustrazioni di Walter Linsenmaier, Stampa Alternativa, Fiabesca,Terni.
Il volumetto raccoglie racconti, ricordi, poesie, riflessioni, brani tratti da opere diverse.
I disegni riprodotti nelle tavole sono opera di Walter Linsenmaier, oggi considerato uno dei massimi specialisti in disegno, fotografia e pittura di animali, specialmente di insetti. I disegni sono tratti dalla sua opera Insects of the World, edito dalla Mc Graw-Hill Book Company. Walter Linsenmaier vive in Svizzera, dove ha fondato un museo zoologico.

LA FARFALLA NEL VINO
Una farfalla è volata nel mio bicchiere di vino,
ebbra si abbandona alla sua dolce rovina,
remiga senza forze, ora sta per morire;
ecco, il mio dito la solleva via.

Così il mio cuore, accecato dai tuoi occhi,
felice affonda nel denso calice, amore,
pronto a morire, ebbro del tuo incanto
se un cenno di tua mano non compia il mio destino.

FARFALLA AZZURRA
Piccola, azzurra aleggia
una farfalla, il vento la agita,
un brivido di madreperla
scintilla, tremola, trapassa.
Così nello sfavillio d'un momento,
così nel fugace alitare,
vidi la felicità farmi un cenno
scintillare, tremolare, trapassare.
SCRITTO SULLA SABBIA
Ciò che è bello, ciò che incanta,
solo soffio, tremito sia;
ciò che affascina e delizia
grazia senza termine sia:
nube, fiore, bolla aerea,
fuoco fatuo, riso di bimbo,
sguardo di donna allo specchio
e altre cose varie e mirabili
che, svelare, passano via
nello spazio d’un istante,
lieve brezza, soffio di vento:
e noi, tristi, lo sappiamo.


Ciò che dura, ciò che è eterno
non è a noi ugualmente caro:
dura gemma, freddo fuoco,
grevi lampi d’aurei lingotti –
e le stelle innumerabili,
alte e ostili, non somigliano
a noi erranti, non raggiungono
gli abissi fondi delle anime.

Forse l’intima bellezza
(così degna che l’amiamo)
è votata alla rovina:
le sta prossima la morte;
così, i toni della musica
che, sbocciati, già si involano
via scompaiono: sono un soffio,
sono un flusso, sono una caccia,
e in un triste muto alito
se neanche per un palpito
si trattengono, si domano;
ogni nota, appena emessa,
già sparisce e fugge via.

Così il cuore a ciò che svola
e via scorre, a ciò che vive,
è fraterno e sottomesso,
non a ciò che fermo sta.

Presto annoia ciò che dura,
pietra, firmamento e gemma;
a un eterno andare spingono
noi – alito di anime,
come bolle di sapone,
sposi al tempo, che non durano,
cui la stilla sulla rosa,
cui il danzare d’un uccello
o il morire d’una nuvola
trasvolante, o il bagliore
della neve, o arcobaleno,
o farfalla già fuggita,
o la gioia d’un sorriso
che passando non ci sfiori
già significa la festa –
o sgomento. Sì, noi amiamo
chi ci e simile, e lo sappiamo:
il vento scrive sulla sabbia.


Nadia Raimondo,
( afferma...dopo la discussione ed approfondimento di venerdì mattina in classe)
25 Gennaio, ore 19.32
Hermann Hesse oltre ad essere un amabile scrittore, era anche una grande appassionato di farfalle, una passione che va oltre al sapere dire mi piace la farfalla perché è bella. Fin da piccolo coltivò questo amore citandolo in molti dei suoi libri fin a “Farfalle”. Oggi all’uomo manca la sensibilità di percepire la vita nascosta tra sfumature di colori, nella scabrosità di un insetto, nell’erba fresca di rugiada. La natura è vita e ancor più lo è la farfalla. La farfalla è una creatura effimera, è la felicità che viene e se ne va, è la creatura di chi vive con lo grazia di amare. La farfalla ha una bellezza che l’uomo può far divenire sua se sa amarla ed apprezzarla. È immaturo sottovalutare la natura e con essa il suo creatore, è immaturo credere che dietro di essa non ci sia niente, è immaturo anche nascondere la sua dolce essenza di vita. Noi siamo soffocati dal mondo, il mondo non ci appartiene, siamo noi che apparteniamo al mondo e con essa la natura. Noi siamo ciechi di fronte ad essa, se abbiamo la possibilità di vedere allora osserviamo, se abbiamo la possibilità di osservare allora ammiriamo. La farfalla fin dall’antichità è stato l’emblema dell’anima anche se da molto tempo non si riconosce più essa come tale. Abbiamo perso lo stupore, abbiamo perso la voglia di vivere e di apprendere, Goethe affermava :”sono qui per stupirmi”. Lo stupore è nell’ingenuità di un bambino, è nel saper meravigliarsi di un qualcosa dapprima cieco ai nostri occhi. Oggetto valido dello stupore sono le farfalle. Oggi però lo stupore, queste vive meraviglie, trovano le porte chiuse dinanzi ai nostri occhi. L’uomo è cieco lo diceva anche Josè Saramago nel libro Cecità: “ secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo non vedono. La farfalla è degna di essere VISTA, è un animale che anche se nella sua leggerezza racchiude la dinamicità della vita felice, è modello della trasformazione paragonabile a quella dell’uomo. La farfalla è sempre stata conosciuta, oggi però rischia di scomparire se non fosse per pochi collezionisti che conservano la loro bellezza. Anche Hesse era un collezionista, però risulta essere contraddittorio quando citando una frase di J.J. Rousseau li ritiene pietosi a non stupirsi di loro quando sono in vita. E così dietro lo sguardo amichevole di Hesse nei confronti delle farfalle si cela l’incantata malinconia alla vista di quell’ebbrezza di vita. Allora contempliamoci alla caducità della natura e non ignoriamola, Hesse dice: “tutto il visibile è espressione, tutta la natura è immagine, è linguaggio e colorato geroglifico. Nonostante una scienza della natura molto evoluta, oggi non siamo affatto ben preparati,né educati ad una perfetta osservazione e, rispetto alla natura, ci troviamo piuttosto sul piede di guerra.” La natura è meraviglia, amiamo la vita che sta dinanzi ai nostri occhi.
Assunta Scozzafava V A
25 Gennaio 2010, ore 21.30
Farfalle: sinonimo di vita, libertà e sensibilità. Le farfalle sono il simbolo dell'anima -come afferma Herman Hesse- il simbolo di una vita un po' troppo breve. Come abbiamo visto nella "Fiaba d'amore" dello stesso Herman Hesse, neanche in queste poesie le trasformazioni mancano. I bruchi diventano farfalle. E così ogni cosa si evolve, si modifica, cambia, cresce, non resta mai la stessa. La bellezza dei colori delle ali delle farfalle sono i colori della vivacità dell'infanzia dei bambini. Un'infanzia ricca di stupore, di meraviglia e di sensibilità per le cose più banali ma più belle della vita. Gli adulti hanno perso questa sensibilità, non hanno più gli occhi colmi di meraviglia.
Si dice che una cosa la si apprezza nel momento in cui la si perde, poichè la presenza costante di quella medesima cosa diventa banale, quasi inutile. Herman Hesse dichiara che quando era ancora un fanciullo si dilettava a catturare le farfalle. -Ma..- ci chiederemo -lui cattura le farfalle? Proprio lui che le difende, che le elogia?- probabilmente è spinto dalla voglia di catturare la vita stessa, la quale le farfalle sfoggiano con tanto orgoglio.
E' la voglia d'impersonificare la vita in un animale tanto bello quanto fugace. Non si può rendere la vita immortale, poichè è la vita. Possiamo solo cambiare, trasformarci, incontrare altre vite e crearne altre che completano la nostra, così come fanno le farfalle prima di morire!
Michela Mangone
26 Gennaio, ore 18.12
Herman Hesse parla della farfalla come un animale simbolo della vita, non lo definisce un animale come gli altri, ma la più importante essenza di un animale. Attraverso questo argomento Hesse ci fa capire che nella nostra società tutto viene banalizzato, infatti noi non ci commoviamo più come fanno bambini davanti a qualche nuova “scoperta”, non ci emozioniamo più davanti a un tramonto, guardando il mare, il sole o una farfalla. Fin dall’antichità la farfalla è stata il simbolo dell’anima, segno dell’effimero ma nello stesso tempo dell’eternità. Inoltre la farfalla, come la fenice, è simbolo di metamorfosi, nasce sottoforma di bruco, poi diventa crisalide e infine farfalla, ma è anche la raffigurazione della libertà che mostra attraverso la bellezza delle sue ali ornate da mille colori. “L'uomo come il bruco, vive per terra ma desidera il cielo; patisce la pesantezza del corpo ma sente che il volo gli appartiene. La morte è il prezzo del suo mutamento e la sua vera natura lo spinge a trasformarsi in farfalla. Ciò che per il bruco è la fine del mondo in realtà è una bellissima farfalla. L'uomo come il bruco è una farfalla senza ali” (Mizar)
Gilda Ciacci
26 Gennaio 2010, ore 19.33
spero vada bene :
Herman Hesse scrisse moltissimi libri tra cui Farfalle; dove all’interno si trovano le sue annotazioni e i suoi pensieri nell’andare a scoprire la natura . Egli sceglie questi insetti perché sin da piccolo l’ avevano affascinato ; li definisce come la più importante essenza degli animali . Racconta che l’uomo è sempre stato affascinato nello scoprire i segreti della natura , aveva CURIOSITA’ , cosa che adesso è andata a deteriorarsi! è come se ci rimproverasse dicendo che l’uomo con l’ avvio dell’industrializzazione e della modernizzazione non da più importanza alla natura! È come se fossimo abituati a vedere cose a cui ormai non diamo l’importanza ! . Ad esempio molti potrebbero pensare che le farfalle siano solo degli insetti molto belli e “decorativi” , ma come dire .. inutili perché durano pochi giorni di vita e sembra non abbiano alcuna utilità per l’uomo; ma in realtà non è così ! loro hanno caratteristiche che nessun altro animale ha! Le farfalle sono nate per amare non per nutrirsi e invecchiare , sono il segno dell’ anima !! Hesse le mette a confronto con altri animali dicendo la differenza fra uccelli e farfalle ; affermando che gli uccelli se vengono uccisi , il colore delle loro piume diventa più sfocato mentre ; se muoiono le farfalle i loro colori risplendono come se fossero vive ! non perdono il loro splendore, la loro lucentezza . La farfalla è anche segno di mutazione, di TRASFORMAZIONE!
Essa non è statica; difatti passa dall’ essere bruco all’ essere crisalide e in fine farfalla !
Come fa l’uomo a non essere affascinato nel vedere questa bellezza? Siamo veramente così ciechi come afferma Hesse?!?
Anna Mirabelli
27 Gennaio, ore 15.25

Hermann Hesse tra i suoi numerosi libri ne ha scritto uno che tratta di farfalle, per gridare al mondo che la gente ormai è cieca. Tutti noi non ci soffermiamo più a guardare il sole, gli uccelli che volano liberi, le costellazioni e tutto ciò che ci circonda perché ormai per la maggior parte delle persone cio è diventato banale e scontato. Una volta, quando gli uomini non avevano gli strumenti tecnici necessari per osservare bene la natura, si era più interessati ad essa e si ringraziava un "creatore" per aver fatto ciò; ora questo non succede più.
Hesse si è interessato ed ha voluto trattare in alcuni suoi appunti, piccole note e poesie proprio di farfalle perché fin da piccolo ha avuto la passione per questi piccoli animaletti che definì "simbolo dell’anima". La farfalla, afferma Hesse in una sua poesia, è simbolo di felicità perché non dura tanto ed è fugace. A mio parere è un po’ strano che proprio quest’animale sia il simbolo della felicità perché, non vivendo a lungo, ci vuole far capire che non importa quanto vivi ma come vivi quindi vivere come una farfalla in libertà è essere felici. La farfalla simboleggia anche la trasformazione, pertanto mi viene "spontaneo" pensare ad un possibile collegamento con la fiaba “Le trasformazioni di Pictor” che tratta anch'essa appunto di un cambiamento auspicabile per migliorare. In fondo quale essere migliore poteva scegliere Hesse se non la farfalla che da bruco non molto bello diventa una stupenda farfalla? Nonostante ciò, mi trovo in disaccordo con Hesse perché ci ripete che dobbiamo sempre cambiare mentre io penso che si debba cambiare ma non sempre, e che non per forza il cambiamento, quando c'è, sia positivo.
Un altro punto che non mi convince dell'autore è che si contraddice sempre: perchè criticare e criticarsi, cogliere difetti se poi non si cambia?
Luciana Giulino
27 Gennaio 2010, ore 19.46

Hermann Hesse in questo suo libro ci fa capire, oltre alla sua passione per le farfalle, come il mondo nella società moderna sia cieco o comunque arido; la gente tende ormai a banalizzare tutto, non si sofferma più di fronte a nulla, presa ormai da una vita così frenetica, niente riesce più a meravigliarla. Lo scrittore descrive la farfalla non come un semplice insetto ma come la più importante essenza degli animali; infatti afferma che è come una decorazione, un ornamento, un gioiello della natura; inoltre dice che la farfalla non vive per cibarsi ma per amare e per concepire.Un altro aspetto da prendere in esame è la sua trasformazione; infatti la farfalla non è un essere statico; nasce bruco, diventa crisalide e successivamente farfalla. Siccome hanno una vita così effimera, la si pensa come un essere inutile, invece è, secondo me, la vita più bella che si possa vivere: amare e concepire e non pensare solo a nutrirsi...
Laura Fabietti
01/02/2010, ore18.39
Prof finalmente mi si è apertoo..

Herman Hesse, appassionato di farfalle fin da piccolo, dedica un suo libro interamente a questi piccoli animali. In questo libro Hesse definisce la farfalla come "la più importante essenza degli animali", non come un qualsiasi animale. Infatti ci fa notare una differenza, dice che quando un uccello muore perde il colore delle sue penne, mentre le farfalle no, anzi le varie sfumature di colori delle sue ali si accendono di più, e sembrano più vive. Inoltre ci vuole far capire che l'umanità è cieca, nel senso che vede solo quello che vuole vedere. Ormai non ci soffermiamo più a guardare quello che ci sta intorno,la bellezza del mare, di un tramonto, del sole o di una farfalla, ci sembrano cose banali e inutili e inoltre non abbiamo tempo per sederci a osservare la natura. E qua mi viene in mente il collegamento con il libro "Panchine" di "Beppe Sebaste" dove dice appunto questo. Comunque mi stupisco come Hesse , amante delle farfalle, che lui stesso definisce simbolo dell'anima e soprattutto della libertà, le cattura per vederle morte attaccate a un muro.
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Dal testo:
Pagina 5 del testo "Farfalle"

Tra gli scrittori tedeschi del XX secolo, Hesse è sicuramente quello che ebbe il rapporto più intenso con le farfalle.
Tutta la sua attività è disseminata di momenti di attenzione e di ispirazione dettati dall'incontro con le farfalle: dal suo primo romanzo Scritti e poesie postume di Hermann Lauscher (1930) agli ultimi diari (1955).

Raccoglieva farfalle fin da bambino, e persino nel diario del viaggio in India vi sono annotazioni su questa sua passione. In una lettera del 1926 Hesse scriveva: "Ho sempre avuto un interesse per le farfalle e altre fugaci e caduche meraviglie, mentre non mi sono mai riuscite relazioni durature, solide e, per cosí dire, sicure".



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(....)
Pagina 9 e seguenti, op. citata

A proposito di farfalle

Tutto il visibile è espressione, tutta la natura è immagine, è linguaggio e colorato geroglifico. Nonostante una scienza della natura molto evoluta, oggi non siamo affatto ben preparati, né educati a una corretta osservazione e, rispetto alla natura, ci troviamo piuttosto sul piede di guerra. Altri tempi, forse tutti i tempi e tutte le epoche antecedenti la conquista della terra da parte della tecnica e dell'industria, hanno avuto sensibilità e comprensione per il magico linguaggio dei segni della natura e sapevano decifrarlo in modo piú semplice e innocente di noi. Questa sensibilità non era assolutamente qualcosa di sentimentale: il rapporto sentimentale dell'uomo con la natura è un fatto recente, forse scaturito dalla nostra cattiva coscienza nei confronti della natura.
La percezione per il linguaggio della natura, la percezione della varietà che la vita generatrice mostra ovunque, l'impulso all'interpretazione di questo multiforme linguaggio e, ancor piú, l'impulso a una risposta, tutto questo è antico quanto l'uomo. Il presentimento di una unità occulta e sacra dietro la ricca varietà, di una madre primigenia che sta dietro tutte le nascite, di un creatore che sta dietro tutte le creature, questo mirabile impulso primario dell'uomo verso l'alba del mondo e il mistero delle origini è stato alla radice di ogni arte, e lo è ancor oggi, come sempre. Oggi, appariamo essere infinitamente lontani dall'adorazione della natura in quel senso tutto religioso che è la ricerca di una unità dietro la molteplicità, non ci abbandoniamo volentieri a questo infantile stimolo primario, ci scherziamo sopra quando ce lo rammentano. Ma è probabilmente un errore considerare l'intera odierna nostra umanità come irriverente, incapace di avere una esperienza religiosa della natura.

È solo che, al momento, ci è assai difficile, sí, ci è divenuto quasi impossibile, trascrivere innocentemente la natura in miti e personificare infantilmente il creatore per adorarlo quale un padre, come altre epoche poterono fare. Forse non abbiamo neanche tutti i torti, quando a volte troviamo un po' superficiali e poco serie le manifestazioni dell'antica devozione, e quando crediamo di sospettare che la portentosa e fatale inclinazione della fisica moderna verso la filosofia sia, in fondo, un processo religioso. Ora, se possiamo comportarci come devotamente umili o sfacciatamente superiori, se sorridiamo o ci stupiamo delle antiche forme di fede in una natura animata, il nostro reale rapporto con la natura, persino là dove la conosciamo solo piú come oggetto di sfruttamento, è ancora quello che il bambino ha con la madre; e non si sono aggiunti percorsi nuovi a quei pochi, antichissimi, che possono condurre l'uomo alla beatitudine e alla saggezza. Uno dei quali, il piú facile e infantile, è il cammino dello stupore per la natura, dell'ascolto pieno di trasalimenti del suo linguaggio.

"Sono qui per stupirmi!" afferma un verso di Goethe. Con lo stupore si inizia e anche con lo stupore si termina, e tuttavia non è un cammino vano. Se ammiro un muschio, un cristallo, un fiore, un coleottero dorato, oppure un cielo nuvoloso, un mare con il pacato respiro da gigante del moto ondoso, un'ala di farfalla con le sue ben ordinate nervature cristalline, il taglio e le colorite decorazioni ai suoi bordi, la varietà di caratteri e di ornamenti del disegno e le infinite, morbide, mirabilmente ispirate gradazioni e ombreggiature dei colori – ogni volta che riesco a vivere in sintonia con un frammento di natura grazie all'occhio o a un altro senso, ogni volta che sono da essa attirato e incantato aprendomi per un attimo alla sua esistenza e alla sua rivelazione – allora dimentico, in quello stesso istante, tutto l'avido cieco mondo delle umane ristrettezze, e invece di pensare o di impartire ordini, invece di conquistare o di sfruttare, di combattere o di organizzare, in quell'istante non faccio altro che "stupirmi", come Goethe; e con questo stupore non sono solo divenuto fratello di Goethe e di tutti gli altri poeti e saggi; no, sono anche il fratello di tutto ciò che ammiro e sperimento come mondo vivente; della farfalla, dello scarabeo, della nuvola, del fiume e dei monti: perché lungo il cammino dello stupore sfuggo per un attimo al mondo della divisione ed entro nel mondo dell'unità, dove una cosa, una creatura, dice a ogni altra: "Tat twam asi" ("Questo sei tu").

A volte con malinconia osserviamo l'innocente rapporto verso la natura delle generazioni passate; sí, con invidia; ma non vogliamo prendere il nostro tempo piú seriamente di quanto meriti, e non ci vogliamo neanche lamentare per il fatto che nelle nostre scuole superiori non si insegna a percorrere le piú semplici vie alla saggezza; anzi, per il fatto che vi si insegni invece dello stupore esattamente il contrario: il contare e il misurare invece dell'incantarsi, la freddezza invece della meraviglia, il fisso attaccamento alle singolarità separate invece che l'unione col tutto e con l'Uno. Queste scuole superiori non sono scuole della sapienza, ma scuole del sapere; ma nel loro silenzio presuppongono ciò che non riescono a insegnare; la sapienza del vivere, il sapersi commuovere, il goethiano stupore, e i loro migliori spiriti non conoscono meta piú nobile che avvicinarsi sempre piú a quegli eventi, cosí come Goethe e altri autentici saggi.

Le farfalle, di cui si occupa questo discorso, sono dunque al pari dei fiori, per molti, uno dei frammenti piú amati del creato, un oggetto particolarmente apprezzato e valido di quel famoso stupore, un'occasione particolarmente leggiadra per l'esperienza, il presentimento del grande miracolo, la venerazione della vita. Al pari dei fiori, esse sembrano esser state inventate da gentili, leggiadri e arguti geni; immaginate, con delicata voluttà creatrice, espressamente come decorazione, come ornamento, come gioielli; come piccole, scintillanti opere d'arte e canti di giubilo.



Bisogna essere ciechi o estremamente aridi se alla vista delle farfalle non si prova una gioia, un frammento di fanciullesco incanto, un brivido dello stupore goethiano. E certo ve ne sono buoni motivi. La farfalla, infatti, è un qualcosa di particolare, non è un animale come gli altri, in fondo non è propriamente un animale ma solamente l'ultima, piú elevata, piú festosa e insieme vitalmente importante essenza di un animale. È la forma festosa, nuziale, insieme creativa e caduca di quell'animale che prima era giacente crisalide e, ancor prima che crisalide, affamato bruco. La farfalla non vive per cibarsi e invecchiare, vive solamente per amare e concepire, e per questo è avvolta in un abito mirabile, con ali che sono molte volte piú grandi del suo corpo ed esprimono, nel taglio come nei colori, nelle scaglie e nella peluria, in un linguaggio estremamente vario e raffinato, il mistero del suo esistere, solo per vivere piú intensamente, per attirare con piú magia e seduzione l'altro sesso, per incamminarsi piú splendente verso la festa della procreazione. Tale significato della farfalla e della sua magnificenza è stato avvertito in tutti i tempi e da tutti i popoli, è una rivelazione semplice ed evidente. E ancora piú è divenuta, da festoso amante e splendente metamorfo, un emblema sia dell'effimero come di ciò che dura in eterno, e già in tempi antichi fu per l'uomo paragone e simbolo dell'anima.

Si tenga al contempo presente: la parola Schmetterling non è molto antica, né è divenuta comune a molti dialetti tedeschi. Un tempo, questa strana parola, che esprime nel contempo un qualcosa di sommamente vivo ed energico come anche di grossolano e inadeguato, fu conosciuta e usata solo in Sassonia e forse in Turingia, penetrando nella lingua scritta e divenendo universalmente accettata solo nel diciottesimo secolo. La Germania meridionale e la Svizzera prima non la conoscevano, cosí per farfalla si usava il nome piú antico e piú bello: Fifalter, ma dato che il linguaggio umano, al pari del linguaggio della scrittura sulle ali delle farfalle, non è opera di intelletto o di calcolo, ma dell'impulso creatore e poetico del gioco, la lingua, qui come in tutte le cose che il popolo ama, non si è accontentata di un solo nome, ma gliene ha dati di piú, sí, molti di piú. In Svizzera ancora oggi la farfalla viene chiamata di solito Fifalter, oppure Vogel (Tagvogel, Nachtvogel) oppure Sommervogel.

Se esistono già tanti nomi per le farfalle nel loro complesso (c'è anche Butterfliege, Molkendieb, e una sfilza di altri) ci si immagini quanti nomi, variabili a seconda della provincia e del dialetto, vi sono per le singole specie di farfalle — o fra poco bisognerà dire: vi erano, poiché al pari dei nomi indigeni dei fiori si stanno lentamente estinguendo, e se tra i ragazzi non ci fossero sempre amici e collezionisti di farfalle, questi meravigliosi nomi per la maggior parte sparirebbero via via, come in molti luoghi la ricchezza di varietà di farfalle è in larga parte sparita ed estinta in seguito all'industrializzazione e alla razionalizzazione dell'agricoltura.

E a favore dei collezionisti di farfalle, dei giovani come degli anziani, si può dire anche altro. Il fatto che i collezionisti uccidano le farfalle, le infilzino con gli aghi e le preparino per poterle conservare possibilmente belle e possibilmente durevoli, viene indicato, fin dall'epoca di J.J. Rousseau, spesso con atteggiamento pietistico, come una brutale crudeltà, e nella letteratura tra il 1750 e il 1850 appare la comica, pedantesca figura di quello che può godersi le farfalle solo morte e infilzate con gli spilli. Questo era già allora in parte insensato e lo è oggi quasi del tutto. Naturalmente ci sono, tra i giovani come tra gli adulti, di quei collezionisti che non giungono mai al punto di voler lasciare in pace le farfalle per osservarle vive in libertà. Ma anche i piú rozzi collezionisti contribuiscono a che non ci si scordi delle farfalle, che qua e là, in qualche parte, si conservino i loro antichi meravigliosi nomi e a volte contribuiscono anche a che ci siano ancora le amate farfalle. Infatti, cosí come la passione per la caccia conduce ovunque, alla fine, non soltanto alla caccia, ma anche all'apprendimento e all'esercizio della conservazione, cosí i cacciatori di farfalle si sono naturalmente accorti per primi che grazie alla scomparsa di alcune specie di piante (ad esempio, l'ortica) e ad altri radicali interventi nell'equilibrio naturale, in certe regioni la quantità delle farfalle diminuisce rapidamente fino all'estinzione. E precisamente non nel senso che ci siano un po' meno cavolaie, o altri analoghi nemici di contadini e giardinieri; perché, quando in qualche parte del paesaggio gli uomini si impegnano troppo a organizzare, sono sempre le specie piú nobili, rare e belle a soccombere e ad estinguersi. Il vero amico delle farfalle non solo tratta con attenzione i bruchi, le crisalidi e le uova, ma fa anche quanto possibile per dare nei suoi dintorni possibilità di vivere a ogni specie di farfalle. Io stesso pur non essendo piú, da tanti anni ormai, un collezionista, di quando in quando ho piantato ortiche.

Ogni fanciullo che possegga una collezione di farfalle ha anche sentito parlare delle piú grandi, colorate, meravigliose farfalle che vivono nei paesi caldi, in India, in Brasile, in Madagascar. Qualcuno di loro le ha anche potute ammirare coi suoi occhi, nei musei o presso qualche appassionato, perché oggi queste farfalle esotiche, preparate su cotone, sotto vetro, e spesso assai ben presentate, si possono anche comprare, e infine chi non le ha viste di persona le conosce almeno da immagini. So bene quanto, da giovane, mi sono augurato di poter vedere una volta una particolare farfalla che, stando ai libri, volava in Andalusia nel mese di maggio. E ogni volta che qua e là, da amici o nei musei, riuscivo a vedere qualcuna di queste grandi meraviglie dei tropici, ho sentito in me risvegliarsi di nuovo qualcosa dell'ineffabile incanto della fanciullezza, qualcosa di quell'incanto mozzafiato quale io, ad esempio, provai vedendo per la prima volta la farfalla apollo.

E insieme a questa meraviglia, che racchiude anche malinconia, alla vista di quelle incantevoli farfalle mi avvicinavo anche, nel bel mezzo di una vita non sempre poetica, allo stupore goethiano, vivendo un attimo di rapimento, di contemplazione, di religiosità.

E piú tardi mi capitò addirittura ciò che non avrei mai creduto possibile, che io cioè dovessi viaggiare attraverso grandi mari, scendere sulle calde spiagge straniere, percorrere, penetrando foreste tropicali, fiumi popolati di coccodrilli, e osservare le farfalle tropicali, vive, nel loro ambiente.

Lí si realizzarono molti sogni infantili e, avverandosi, molti di essi hanno perduto sapore. Ma non si affievolí l'incantesimo delle farfalle; questa porticina verso l'indicibile, questo soave e facile sentiero verso lo "stupore" raramente mi ha abbandonato.

Fu a Penang che per la prima volta vidi in volo, vive, delle farfalle tropicali, a Kuala Lumpur per la prima volta ne catturai alcune e a Sumatra vissi un breve periodo, molto bello, sul Batang Hari, dove di notte sentivo rumoreggiare sulla giungla temporali selvaggi e di giorno scorgevo nelle radure della foresta librarsi le farfalle sconosciute, con il loro incredibile oro e verde, con i loro colori da pietre preziose. Nessuna di esse è restata, quando la rivedevo preparata con uno spillo o sottovetro, cosí mirabilmente eccitante, cosí favolosa come lo era stata in libertà, tra le ombre e le luci animate dove ancora viveva, dove i colori delle ali prendevano ancora vita dall'interno, dove al colore si aggiungeva il movimento, quel volo sovente cosí espressivo, sovente cosí misterioso, e dove la meraviglia non era tanto semplicemente abbandonata alla mia curiosità, ma doveva essere a ogni momento furtivamente scoperta e vissuta.

Pure, è stupefacente come si possano conservare bene le farfalle. La maggior parte degli esseri colorati, animali o piante, anche con la migliore preparazione perdono, dopo la morte, il piú della bellezza. Si osservino una volta, se non bastasse l'esempio dei fiori, le piume di un uccello che un cacciatore ha appena ucciso, e si osservi poi il medesimo uccello una mezza giornata piú tardi: c'è sempre, lí davanti, il blu, il giallo, il verde o il rosso, ma su di essi si è steso un velo estraneo, manca qualcosa, splende sempre ma non è piú raggiante, qualcosa che non torna piú si è spento in esso, è finito. Con le farfalle, invece, e con alcuni coleotteri, la differenza è meno forte, la fastosità dei loro colori permane anche con la morte, meglio che in qualsiasi altro animale. Le si può conservare per molto tempo, anche per decenni; devono solo essere protette oltreché dagli insetti anche dalla luce, in particolare da quella del sole.

Anche i popoli della Malesia, nei cui paesi allora viaggiavo, avevano i loro nomi per le farfalle, nomi differenti e tutti belli. E il nome generico, Schmetterling, conserva ogni volta nel suono il ricordo vivido dell'essere alato diviso in due parti, cosí come risuona soprattutto nel termine alto-tedesco Zwiespalter, in Fifalter, nell'italiano "farfalla", eccetera. Di solito i malesi chiamavano le farfalle o kupu kupu o lapa lapa — ambedue i nomi suonavano come un battito d'ali. Questo lapa lapa è qualcosa di egualmente bello e vivido, qualcosa di egualmente espressivo e di inconsciamente creativo come è l'occhio sull'ala di una vanessa bianca, lettera C tracciata sul retro dell'ala color ruggine di una farfalla indigena.

Chi osservi le tavole con le immagini di queste favolose farfalle, possa essere sopraffatto qua e là, e ovunque, dal grande stupore, che è stadio preliminare della conoscenza come della venerazione.

(1935)

venerdì 15 gennaio 2010

Classe V ginnasiale sez.A Laboratorio: analizza ed interpreta

1. Qual è la differenza fra " storia" e "poesia", secondo quanto dichiarato
dal Manzoni ( Lettera a Mr. Chaveut) e da Aristotele ( Poetica)?

2. Evidenziate, sulla scorta di tale formulazione teorica, quali parti vi
sembrano più propriamente "poetiche" in alcuni passi dei capitoli finora
esaminati dei "Promessi Sposi".

3. Chiarite cosa intenda Manzoni per "vero poetico" in un confronto tra l'ode
" Cinque Maggio" ed il Coro dell'Atto IV dell'Adelchi
.

TESTI:

MANZONI: Adelchi, Coro, Atto IV
clicca qui di seguito
http://www.digila.it/public/iisbenini/transfert/Bernazzani/4B%20Mercurio/Materiale/CD_163Adelchi-coro%20atto%20IV.pdf

MANZONI: Ode 5 Maggio
clicca qui di seguito
http://www.letteraturaitaliana.net/pdf/Volume_8/t227.pdf


Nadia Raimondo
18 gennaio 2010
Monsieur Chauvet era un critico che aveva denunciato la mancanza delle unità aristoteliche ne “Il conte di Carmagnola”.
Secondo Aristotele infatti nel classicismo tragico ci dovevano essere tre unità: • Unità di tempo: rappresentazione delle azioni in un unico arco temporale, dalla mattina alla sera. • Unità di luogo: luogo unico nel quale i personaggi agissero o comunicassero; nella tragedia greca spesso alcune azioni vengono riferite sulla scena. • Unità di azione: questa doveva svolgersi in maniera tale che le varie azioni si concatenassero l’una con l’altra dall’inizio alla fine senza che sconvolgere l’ordine dell’insieme. Queste tre unità dovevano garantire la verosimiglianza. Secondo Manzoni se ci fossero tante scene il lettore avrebbe avuto difficoltà ad immedesimarsi nell’azione. Lui accetta infatti solo l’unità di azione e rifiuta le altre due perché perchè una contrazione di eventi svolti in tempi e luoghi diversi. Se il soggetto non è uno storico soffermarsi su lunghe emozioni vanno contro la verosimiglianza. Per questo Manzoni non le rifiuta per fantasticare bensì per garantire il vero secondo quanto lo storico deve fare; le unità costringono lo scrittore ad inventare mentre le emozioni sono i sentimenti più facili che possano esistere nella mente di un uomo. Secondo Manzoni sia la storia sia la poesia devono avere come oggetto il vero soltanto che mentre la storia si occupa di precisare i fatti con obiettività, la poesia invece cerca di scrutare ed intuire i sentimenti e le personalità dei personaggi nella storia. Ciò nonostante esiste una certa affinità tra intimo storico e intimo poeta perché entrambi si occupano dell’approfondimento psicologico della realtà. Il poeta potrà inventare i fatti secondari , ma questa invenzione non dovrà alterare la realtà storica. Ciò permette a Manzi di spostare l’attenzione dai potenti agli umili come nel caso di Renzo e Lucia. Il modo di intendere la poesia e la storia per Manzoni si contraddice alla poetica di Aristotele. Secondo Aristotele infatti, le cause che hanno dato origine alla poesia sono due: l’istinto di imitare e la tendenza di imitare mediante il linguaggio. Procedendo con una serie graduale di perfezionamenti si dette origine alla poesia. Compito del poeta non è scrivere cose realmente accadute bensì cose che potranno accadere. Perciò la differenza tra storico e poeta non è che l’uno scrive in prosa e l’altro scrive in versi ma la vera differenza è che lo storico scrive di fatti realmente accaduti, il poeta di fatti che potranno accadere. A titolo di quanto detto da Aristotele la poesia è qualcosa di più della storia, la poesia si occupa dell’universale, lo storico del particolare. A noi ora non importa chi dei due avesse ragione e non intendo espormi per nessuno dei due, ci importa piuttosto come Manzoni abbia saputo ben bilanciare le due discipline dando quel tocco in più che in una normale opera storiografica, come quella di Erodono, non si nota. Nei “Promessi Sposi” infatti, Manzoni oltre a fungere da storico funge anche da poeta. Lo notiamo nel passo dell’ Addio ai monti o a mia parere nel V capitolo: “L’ autorità del Tasso non serve al suo assunto", signor podestà a tavola riverito; anzi è contro di lei; - riprese a urlare il conte Artilio: - perché quell'uomo erudito, quell'uomo grande, che sapeva a menadito tutte le regole della cavalleria, ha fatto cioè il messo d'Argante, prima d'esporre la sfida ai cavalieri cristiani, chieda licenza al pio Buglione ... - Ma questo - replicava, non meno urlando, il podestà, - questo è un di più, un mero di più, un ornamento poetico, giacché il messaggiero è di sua natura inviolabile, per diritto delle genti, jure gentium: e, senza andar tanto a cercare, lo dice anche il proverbio: ambasciator non porta pena. E, i proverbi, signor conte, sono la sapienza del genere umano. E, non avendo il messaggiero detto nulla in suo proprio nome, ma solamente presentata la sfida in iscritto ... - Ma quando vorrà capire che quel messaggiero era un asino temerario, che non conosceva le prime'? ... ? - Con buona licenza di lor signori, - interruppe don Rodrigo, il quale non avrebbe voluto che la questione andasse troppo avanti?': - rimettiamo la nel padre Cristoforo; e si stia alla sua sentenza. - Bene, benissimo, - disse il conte Attilio, al quale parve cosa molto garbata di far decidere un punto di cavalleria da un cappuccino; mentre il podestà, più infervorato di cuore nella questione, si chetava a stento, e con un certo viso, che pareva volesse dire: ragazzate. Ma, da quel che mi pare d'aver capito, - disse il padre, - non son cose di cui io mi deva intendere. - Solite scuse di modestia di loro padri; - disse don Rodrigo: - ma non mi scapperà. Eh via! sappiam bene che lei non è venuta al mondo col cappuccio in capo, e che il mondo l'ha conosciuto. Via, via: ecco la questione. - Il fatto è questo, - cominciava a gridare il conte Attilio. - Lasciate dir a me, che son neutrale, cugino, - riprese don Rodrigo. - Ecco la storia. Un cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavalier milanese: il portatore, non trovando il provocato in casa, consegna il cartello a un fratello del cavaliere; il qual fratello legge la sfida, e in risposta dà alcune bastonate al portatore. Si tratta. .. - Ben date, ben applicate, - gridò il conte Attilio. - Fu una vera ispirazione. - Del demonio, - soggiunse il podestà. - Battere un ambasciatore! persona sacra! Anche lei, padre, mi dirà se questa è azione da cavaliere. - Sì, signore, da cavaliere, - gridò il conte: - e lo lasci dire a me, che devo intendermi di ciò che conviene a un cavaliere. Oh, se fossero stati pugni, sarebbe un'altra faccenda; ma il bastone non isporca le mani a nessuno. Quello che non posso capire è perché le premano tanto le spalle d'un mascalzone. - Chi le ha parlato delle spalle, signor conte mio? Lei mi fa dire spropositi che non mi son mai passati per la mente. Ho parlato del carattere, e non di spalle, io. Parlo sopra tutto del diritto delle genti. Mi dica un poco, di grazia, se i feciali che gli antichi Romani mandavano a intimar le sfide agli altri popoli, chiedevan licenza d'esporre l'ambasciata: e mi trovi un poco uno scrittore che faccia menzione che un feciale sia mai stato bastonato. - Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani? gente che andava alla buona'", e che, in queste cose, era indietro, indietro. Ma, secondo le leggi della cavalleria moderna, ch'è la vera, dico e sostengo che un messo il quale ardisce di porre in mano a un cavaliere una sfida, senza avergliene chiesta licenza, è un temerario, violabile violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo ... - Risponda un poco a questo sillogismo. - Niente, niente, niente. - Ma ascolti, ma ascolti, ma ascolti. Percotere un disarmato è atto proditorio; atqui il messo de quo era senz'arme: ergo - Piano, piano, signor podestà. - Che piano? - Piano, le dico: cosa mi viene a dire? Atto proditorio è ferire uno con la spada, per di dietro, o dargli una schioppettata nella schiena: e, anche per questo, si posson dar certi casi... ma stiamo nella questione. Concedo che questo generalmente possa chiamarsi atto proditorio, ma appoggiar quattro bastonate a un mascalzone! Sarebbe bella che si dovesse dirgli: guarda che ti bastono: come si direbbe a un galantuomo: mano alla spada. E lei, signor dottor riverito, in vece di farmi de' sogghigni, per farmi capire ch'è del mio parere, perché non sostiene le mie ragioni, con la sua buona tabella, per aiutarrni a persuader questo signore? - lo ... - rispose confusetto il dottore: - io godo di questa dotta disputa; e ringrazio il bell'accidente che ha dato occasione a una guerra d'ingegni così graziosa. E poi, a me non compete di dar sentenza: sua signoria illustrissima ha già delegato un giudice ... qui il padre ... - È vero; - disse don Rodrigo: - ma come volete che il giudice parli, quando i litiganti non vogliono stare zitti? - Ammutolisco, - disse il conte Attilio. Il podestà strinse le labbra, e alzò la mano, come in atto di rassegnazione. - Ah sia ringraziato il cielo! A lei, padre, - disse don Rodrigo, con una serietà mezzo canzonatona. - Ho già fatte le mie scuse, col dire che non me n'intendo, - rispose fra Cristoforo, rendendo il bicchiere a un servitore. - Scuse magre: - gridarono i due cugini: - vogliamo la sentenza. - Quand'è così, - riprese il frate, - il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide, né portatori, né bastonate. I commensali si guardarono l'un con l'altro maravigliati. - Oh questa è grossa! - disse il conte Attilio. - Mi perdoni, padre, ma è grossa. Si vede che lei non conosce il mondo. - Lui? - disse don Rodrigo: - me lo volete far ridire: lo conosce, cugino mio, quanto voi: non è vero, padre? Dica, dica, se non ha fatta la sua carovana'"? In vece di rispondere a quest'amorevole domanda, il padre disse una parolina in segreto a sé medesimo: "queste vengono a te; ma ricordati, frate, che non sei qui per te, e che tutto ciò che tocca te solo, non entra nel conto". - Sarà, - disse il cugino: - ma il padre ... come si chiama il padre? - Padre Cristoforo - rispose più d'uno. - Ma, padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime, lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide! Senza bastonate! Addio il punto d'onore: impunità per tutti i mascalzoni. Per buona sorte che il supposto è impossibile. - Animo, dottore, - scappò fuori don Rodrigo, che voleva sempre più divertire la disputa dai due primi contendenti, - animo, a voi, che, per dar ragione a tutti, siete un uomo'". Vediamo un poco come farete per dar ragione in questo al padre Cristoforo. - In verità, - rispose il dottore, tenendo brandita in aria la forchetta, e rivolgendosi al padre, - in verità io non so intendere come il padre Cristoforo, il quale è insieme il perfetto religioso e l'uomo di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona, ottima e di giusto peso sul pulpito, non val niente, sia detto col dovuto rispetto, in una disputa cavalleresca. Ma il padre sa, meglio di me, che ogni cosa è buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia voluto cavarsi, con una celia, dall'impiccio di proferire una sentenza. Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti da una sapienza così antica, e sempre nuova? Niente: e così fece il nostro frate. Ma don Rodrigo, per voler troncare quella questione, ne venne a suscitare un' altra. - A proposito, - disse, - ho sentito che a Milano correvan voci d'accomodamento". Il lettore sa che in quell'anno si combatteva per la successione al ducato di Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga, che non aveva lasciata prole legittima, era entrato in possesso il duca di Nevers, suo parente più prossimo:". Luigi XIII, ossia il cardinale di Richelieu", sosteneva quel principe, suo ben affetto, e naturalizzato francese: Filippo IV, ossia il conte d'Olivares, comunemente chiamato il conte duca, non lo voleva lì, per le stesse ragioni; e gli aveva mosso guerra. Siccome poi quel ducato era feudo dell'impero, così le due parti s'adoperavano, con pratiche, con istanze, con minacce, presso l'imperator Ferdinando II, la prima perché accordasse l'investitura al nuovo duca; la seconda perché gliela negasse, anzi aiutasse a cacciarlo da quello stato. - Non son lontano dal credere, - disse il conte Attilio, - che le cose si possano accomodare. Ho certi indizi ... - Non creda, signor conte, non creda, - interruppe il podestà. - lo, in questo cantuccio, posso saperle le cose; perché il signor castellano spagnolo, che, per sua bontà, mi vuole un po' di bene, e per esser figliuolo d'un creato" del conte duca, è informato d'ogni cosa... - Le dico che a me accade ogni giorno di parlare in Milano con ben altri personaggi; e so di buon luogo che il papa, interessatissimo, com'è, per la pace, ha fatto proposizioni ... - Così dev'essere; la cosa è in regola; sua santità fa il suo dovere; un papa deve sempre metter bene tra i principi cristiani; ma il conte duca ha la sua politica, e... - E, e, e; sa lei, signor mio, come la pensi l'imperatore, in questo momento? Crede lei che non ci sia altro che Mantova a questo mondo? le cose a cui si deve pensare son molte, signor mio. Sa lei, per esempio, fino a che segno l'imperatore possa ora fidarsi di quel suo principe di Valdistano o di Vallistai", o come lo chiamano, e se... - Il nome legittimo in lingua alemanna, - interruppe ancora il podestà, - è Vagliensteino, come l'ho sentito proferir più volte dal nostro signor castellano spagnolo. Ma stia pur di buon animo, che ... - Mi vuole insegnare ... ? - riprendeva il conte; ma don Rodrigo gli dié d'occhio, per fargli intendere che, per amor suo, cessasse di contraddire. Il conte tacque, e il podestà, come un bastimento disimbrogliato da una secca, continuò, a vele gonfie, il corso della sua eloquenza. - Vagliensteino mi dà poco fastidio; perché il conte duca ha l'occhio a tutto, e per tutto; e se Vagliensteino vorrà fare il bell'umore'", saprà ben lui farlo rigar diritto, con le buone, o con le cattive. Ha l'occhio per tutto, dico, e le mani lunghe; e, se ha fisso il chiodo, come l'ha fisso, e giustamente, da quel gran politico che è, che il signor duca di Nivers non metta le radici in Mantova, il signor duca di Nivers non ce le metterà; e il signor cardinale di Riciliù farà un buco nell' acqua. Mi fa pur ridere quel caro signor cardinale, a voler co-zzare con un conte duca, con un Olivares. Dico il vero, che vorrei rinascere di qui a dugent'anni, per sentir cosa diranno i posteri'", di questa bella pretensione. Ci vuoi altro che invidia; testa vuoi esser: e teste come la testa d'un conte duca, ce n'è una sola al mondo. Il conte duca, signori miei, - proseguiva il podestà, sempre col vento in poppa, e un po' maravigliato anche lui di non incontrar mai uno scoglio: - il conte duca è una volpe vecchia, parlando col dovuto rispetto, che farebbe perder la traccia a chi si sia: e, quando accenna a destra, si può esser sicuri che batterà a sinistra: ond'è che nessuno può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni; e quegli stessi che devon metterli in esecuzione, quegli stessi che scrivono i dispacci, non ne capiscon niente. lo posso parlare con qualche cognizion di causa; perché quel brav'uomo del signor castellano si degna di trattenersi meco, con qualche confidenza. Il conte duca, viceversa, sa appuntino cosa bolle in pentola di tutte l'altre corti; e tutti que' politiconi (che ce n'è di diritti assai, non si può negare) hanno appena immaginato un disegno, che il conte duca te l'ha già indovinato, con quella sua testa, con quelle sue strade coperte, con que' suoi fili tesi per tutto. Quel pover'uomo del cardinale di Riciliù tenta di qua, fiuta di là, suda, s'ingegna: e poi? quando gli è riuscito di scavare una mina, trova la contrammina già bell' e fatta dal conte duca ... Sa il cielo quando il podestà avrebbe preso terra; ma don Rodrigo, stimolato anche dà versacci che faceva il cugino, si voltò all'improvviso, come se gli venisse un'ispirazione, a un servitore, e gli accennò che portasse un certo fiasco. - Signor podestà, e signori miei! - disse poi: - un brindisi al conte duca; e mi sapranno dire se il vino sia degno del personaggio -. Il podestà rispose con un inchino, nel quale traspariva un sentimento di riconoscenza particolare; perché tutto ciò che si faceva o si diceva in onore del conte duca, lo riteneva in parte come fatto a sé. - Viva mill’anni don Gasparo Guzman, conte d'Olivares, duca di san Lucar, gran privato del re don Filippo il grande, nostro signore! - esclamò, alzando il bicchiere. Privato, chi non lo sapesse, era il termine in uso, a que' tempi, per significare il favorito d'un principe. - Viva mill'anni! - risposer tutti. - Servite il padre, - disse don Rodrigo. - Mi perdoni; - rispose il padre: - ma ho già fatto un disordine'", e non potrei ... - Come! - disse don Rodrigo: - si tratta d'un brindisi al conte duca. Vuoi dunque far credere ch' ella tenga dai navarrini? Così si chiamavano allora, per ischerno, i Francesi, dai principi di Navarra, che avevan cominciato, con Enrico JV89, a regnar sopra di loro. A tale scongiuro, convenne bere. Tutti i commensali proruppero in esclamazioni, e in elogi del vino; fuor che il dottore, il quale, col capo alzato, con gli occhi fissi, con le labbra strette, esprimeva molto più che non avrebbe potuto far con parole. - Che ne dite eh, dottore? - domandò don Rodrigo. Tirato fuor del bicchiere un naso più vermiglio e più lucente di quello, il dottore rispose, battendo con enfasi ogni sillaba: - dico, proferisco, e sentenzio che questo è l'Olivares de' vini: censui, et in eam ivi sententiamì", che un liquor simile non si trova in tutti i ventidue regni del re nostro signore, che Dio guardi: dichiaro e definisco che i pranzi dell'illustrissimo signor don Rodrigo vincono le cene d'Eliogabalo?'; e che la carestia è bandita e confinata in perpetuo da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza. - Ben detto! ben definito! - gridarono, a una voce, i commensali: ma quella parola, carestia, che il dottore aveva buttata fuori a caso, rivolse in un punto tutte le menti a quel tristo soggetto; e tutti parlarono della carestia. Qui andavan tutti d'accordo, almeno nel principale'": ma il fracasso era forse più grande che se ci fosse stato disparere. Parlavan tutti insieme. - Non c'è carestia, - diceva uno: - sono gl'incettatori ... - E i fornai, - diceva un altro: - che nascondono il grano. Impiccarli. - Appunto; impiccarli, senza misericordia. De' buoni processi, - gridava il podestà. _ Che processi? - gridava più forte il conte Attilio: - giustizia sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli che, per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e impiccarli. _ Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla. _ Impiccarli! impiccarli!; e salterà fuori grano da tutte le parti. Chi, passando per una fiera, s'è trovato a goder l'armonia che fa una compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l'altra, ognuno accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s'immagini che tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi. S'andava intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso venivano, com' era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicché le parole che s'udivan più sonore e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli. Don Rodrigo intanto dava dell' occhiate al solo che stava zitto; e lo vedeva sempre Il fermo, senza dar segno d'impazienza né di fretta, senza far atto che tendesse a ricordare che stava aspettando; ma in aria di non voler andarsene, prima d'essere stato ascoltato. [avrebbe mandato a spasso volentieri, e fatto di meno di quel colloquio; ma congedare un cappuccino, senza avergli dato udienza, non era secondo le regole della sua politica. Poiché la seccatura non si poteva scansare, si risolvette d'affrontarla subito, e di liberarsene; s'alzò da tavola, e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il chiasso. Chiesta poi licenza agli ospiti, s'avvicinò, in atto contegnoso, al frate, che s'era subito alzato con gli altri; gli disse: - eccomi à suoi comandi -; e lo condusse in un'altra sala.” De' buoni processi, - gridava il podestà. _ Che processi? - gridava più forte il conte Attilio: - giustizia sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli che, per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e impiccarli. _ Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla. _ Impiccarli! impiccarli!; e salterà fuori grano da tutte le parti. Chi, passando per una fiera, s'è trovato a goder l'armonia che fa una compagnia di cantambanchi, quando, tra una sonata e l'altra, ognuno accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto più può, affine di sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s'immagini che tale fosse la consonanza di quei, se si può dire, discorsi. S'andava intanto mescendo e rimescendo di quel tal vino; e le lodi di esso venivano, com' era giusto, frammischiate alle sentenze di giurisprudenza economica; sicché le parole che s'udivan più sonore e più frequenti, erano: ambrosia, e impiccarli. Don Rodrigo intanto dava dell' occhiate al solo che stava zitto; e lo vedeva sempre lì fermo, senza dar segno d'impazienza né di fretta, senza far atto che tendesse a ricordare che stava aspettando; ma in aria di non voler andarsene, prima d'essere stato ascoltato. L’ avrebbe mandato a spasso volentieri, e fatto di meno di quel colloquio; ma congedare un cappuccino, senza avergli dato udienza, non era secondo le regole della sua politica. Poiché la seccatura non si poteva scansare, si risolvette d'affrontarla subito, e di liberarsene; s'alzò da tavola, e seco tutta la rubiconda brigata, senza interrompere il chiasso. Chiesta poi licenza agli ospiti, s'avvicinò, in atto contegnoso, al frate, che s'era subito alzato con gli altri; gli disse: - eccomi à suoi comandi -; e lo condusse in un'altra sala. Possiamo notare come Manzoni sia anche un poeta nel passo in cui Renzo si arrabbia per il rifiuto di Lucia di sposarsi in segreto, in questo passo abbiamo una serie di emozioni di rabbia che ci indicano l’aspetto psicologico del personaggio. Nell’ Adelchi Manzoni si può definire sia storico perché narra di fatti realmente accaduti durante l’epoca carolingia però abbiamo qualche dubbio su Ermengarda. Nell’atto IV infatti manzoni interpreta la parte di poeta riservandosi un piccolo cantuccio per descrivere l’animo della donna e non di storico. Anche nel “5 Maggio” l’autore non è uno storico infatti la poesia di per sé non narra un fatto storico, perciò risulta vera poesia. L’arte di Manzoni sta nel fatto che ha saputo ben valorizzare il valore poetico delle sue opere facendo emergere dentro la rappresentazione di un fatto la verità, che è il principio dell’intera realtà dell’uomo e della storia.
Nadia Raimondo classe V A

Risposte alle domande su Manzoni
Anna Mirabelli 19/01/2010
Secondo quanto è stato detto da Manzoni,e molto tempo prima, da Aristotele, ci sono delle differenze tra poesia e storia. Storia e poesia hanno una cosa in comune:il vero, cioè il reale accadimento dei fatti, ma lo trattano in modo diverso. Il vero storico indaga gli effetti, e non si cura dei sentimenti con cui i protagonisti hanno vissuto quei fatti, si narra solo dei grandi personaggi che sono statici poiché è lo storico che narra gli eventi.
Il vero poetico, invece, ci fa capire l’animo umano e cerca di immaginare i sentimenti con cui gli individui e i popoli hanno vissuto gli eventi storici, fa parlare i personaggi che possono essere sia grandi uomini politici sia gente comune.
Secondo Manzoni lo scrittore non deve diventare uno storico, ma il suo compito è quello di ricostruire nel modo più vero possibile ciò che fa nascere gli avvenimenti storici, cioè i sentimenti, le speranze. Queste cose allo storico non interessano ma sono la base dei fatti storici. Il poeta quindi deve ricostruire la parte nascosta della storia, cioè l’uomo con le sue debolezze, le sue difficoltà e i suoi insuccessi.
Nei promessi sposi la parte più poetica secondo me è l’”Addio ai Monti”,ma tutto il romanzo può essere definito poesia poiché Manzoni fa parlare i personaggi che sono gente comune e si sofferma sulla loro umanità. Ma non per questo quello che viene raccontato è falso; Manzoni infatti si documentò moltissimo per far si che il racconto fosse vero.
Per quanto riguarda l’ode del 5 Maggio e il VI coro dell’Adelchi entrambi sono delle poesie poiché Manzoni narra dei fatti realmente accaduti ma aggiungendo i sentimenti che i personaggi,in questo caso Napoleone ed Ermengarda, provarono prima di morire. In più per quanto riguarda il 5 Maggio Manzoni non avrebbe mai potuto fare lo storico perché essendo un fatto accaduto nel suo tempo sarebbe stato un cronista dell’epoca.


Veronica Samà: 19/01/2010

Manzoni dimostra l'irragionevolezza delle cosiddette unità aristoteliche di tempo e di luogo. Per quanto ho capito afferma che la storia è l'unica fonte della poesia. In cosa si distinguono le due attività? La storia ci dà dei fatti che non sono conosciuti se non nel loro aspetto esteriore, quello cioè che gli uomini hanno fatto, ma non ci dice i pensieri, i sentimenti che li hanno accompagnati. A QUESTO proposito mi vengono in mente "il 5 maggio" e "l'Adelchi". Il poeta deve completare la storia, la sua invenzione deve accordarsi con la realtà, anzi è un modo per costringerla a venir fuori e a rivelarsi. Possiamo dire che Manzoni fa una sorta di fusione tra la poesia e la storia, perchè la storia racconta la verità oggettiva degli avvenimenti, la poesia può raccontare la verità soggettiva dei singoli personaggi. L'invenzione deve essere limitata all'integrazione del dato storico. Il vero storico è sempre quello che desta maggior interesse. Lo scopo di Manzoni quindi,che si può definire poeta-storico-romanziere, è quello di saper trarre dal vero reale il vero ideale, senza alterare i fatti storici, ma riservandosi uno spazio in cui poter parlare personalmente rendendosi interprete dei sentimenti morali dell'umanità
Veronica;)


Considerazioni:
Secondo me, Alessandro Manzoni esprime una sua concezione di vedere la storia e la poesia in modo contrapposto alla teoria di Aristotele che invece credeva che la poesia dovesse esprimere il verosimile cioè tutto quello che possa accadere. Secondo Manzoni infatti lo storico si deve occupare a raccontare l’evento storico com’è realmente accaduto senza aggiunte personali, mentre il poeta oltre a raccontare l’evento cerca di esprimere i sentimenti dei personaggi nelle varie circostanze. Ho notato che nel quarto capitolo dei Promessi Sposi quando Manzoni parla di Lodovico lo fa in maniera piuttosto poetica, perché durante il duello avuto con un “nobile arrogante” vengono messe in primo piano le sue emozioni: l’odio che prova in quel momento e la rabbia che gli devasta l’anima. Ma non è finita qui perché la conseguenza di questo duello è la morte di un povero innocente, così ancora una volta le sensazioni di Lodovico vengono esternate: decide di cambiare vita, di rendere onore all’uomo morto in duello, decide di farsi frate. Secondo me in questa lunga digressione Manzoni oltre ad essere uno storico è anche un poeta, infatti oltre ad essere raccontati gli eventi accaduti l’autore comunica al lettore le varie emozioni del personaggio. Invece nel “5 maggio” e “l’Adelchi” Manzoni è un poeta a tutti i sensi, infatti pur raccontando fatti realmente accaduti, aggiunge quel tocco in più che solo un poeta sa fare meglio di tutti… i sentimenti.
Michela Mangone 20/01/2010



Queste sono le mie considerazioni a proposito delle domande su Manzoni. Buon divertimento.

La storia è di fondamentale importanza sia nel Manzoni che nel Romanticismo. Per Manzoni, dunque, la storia è importante perché si contrappone al mito, alla leggenda: i miti, come si sa, sono avvenimenti inventati; la storia è realtà, un insieme di vicende realmente accadute. Il Manzoni, per quanto riguarda ciò che è riportato nella Lettera a Mr. Chauvet, sostiene che lo storico si occupa dei fatti, della sequenza degli avvenimenti e di come questi si sono svolti stabilendone cause e conseguenze; il poeta non si distacca dalla storia ma cerca di capire come questa è stata influenzata ed ha influenzato l’animo umano, degli uomini che sono stati i protagonisti della storia: quali sono i sentimenti e le passioni che li hanno portati ad agire in quel modo. Quindi il Manzoni indaga nell’animo di chi ha fatto la storia per ottenere un quadro di come agiscono gli uomini e di cosa (passioni e sentimenti) li spinge a comportarsi in un certo modo. Grazie a un prezioso documento rinvenuto, quale è la Poetica, questa concezione era stata adottata in precedenza anche da Aristotele, filosofo greco vissuto durante il IV secolo a.C.
Sulla base dei capitoli esaminati, la parte secondo me più poetica è “L’Addio ai Monti”, passo lirico di incommensurabile bellezza con il quale il narratore riporta i pensieri e i sentimenti di Lucia quando giunge il momento di salutare le cose a lei care per ritrovarsi in dei luoghi che non aveva mai pensato di esplorare.
Per ciò che riguarda la terza, credo di aver già risposto nella prima soluzione.
Francesco Impellizzeri 20/01/2010

Simona Lanteri
20/01/2010 ore 17.59
Secondo Aristotele “La poesia è attività teoretica e piú elevata della storia, la poesia espone piuttosto una visione del generale, la storia del particolare.”Il Manzoni nella lettera Monsieur Chauvet afferma che se si toglie al poeta il diritto di inventare i fatti, ciò che lo distingue dallo storico è la POESIA. Il poeta ci fa rivivere i momenti di una parte di storia in prima fila, ci descrive come per esempio il Manzoni nell’ode politica “5 Maggio” o il “Coro dell'Atto IV dell'Adelchi” dei momenti che potrebbero sembrare ovvii riesce a descriverli straordinariamente bene attraverso l’arte della poesia;infatti in entrambe le opere viviamo momento per momento la vita dei personaggi, che in un libro di storia non potremmo mai trovare, ecco cosa distingue lo storico dal poeta. Nelle opere prima citate, troviamo personaggi realmente vissuti, Napoleone Bonaparte grande uomo polito che compì straordinarie imprese nel corso della sua vita e sempre per questioni politiche fu costretto all’esilio e dopo qualche tempo arrivò per lui la morte; ecco che entra in gioco Manzoni con il “5 Maggio”,il poeta come ci dice nel testo non scrisse l’ode né nel momento di auge di Napoleone né nel momento in cui cadde in basso, la scrisse solo nel momento in cui arrivò la notizia della sua morte, la scrisse per lo stupore che la notizia ebbe in tutta Europa. Il poeta si sofferma oltre alle tante imprese compiute, nel momento della morte; in analogia con la tragedia “Adelchi” facendoci notare gli ultimi pensieri di quest’uomo morto dal peso dei suoi ricordi e dalle sue aspirazioni che ormai non potrà più compiere , dalla tanta sofferenza vissuta, Napoleone non trova più il senso della sua esistenza muore soffocato dalle cose rimpiante e il Manzoni nelle ultime strofe fa la similitudine con il naufrago che cerca di trovare una via di fuga dalle onde che lo sovrastano ma ormai è troppo tardi e non c’è più possibilità di salvezza. Mediante la sofferenza Napoleone trova la salvezza, la mano salvatrice della provvidenza divina che toccando l’uomo salvifica. Nella tragedia “Adelchi” la protagonista Ermengarda muore sovrastata dal pensiero del ricordo del marito Carlo Magno. Ella ricorda la prima volta in cui vide “Il chomato Sir” e rimpiange quei momenti; “Sgombra, o gentil, dall’ansia/Mentre i terrestri ardori;/Leva all’eterno un candido/ Pensier d’offerta, e muori:/” Manzoni rivolgendosi alla ragazza le dice in qualche maniera di morire felice nel senso di dimenticare tutto ciò che è stato, gli amori terrestri, e che con la morte troverà la pace eterna. L’unica sua colpa è quella di discendere da una rea progenie, “Muori; e la faccia esanime/Si ricomponga in pace;/”


Laura Fabietti 20/01/2010 18.09
Prof non so se va bene :)
"Alessandro Manzoni, come aveva già affermato il filosofo greco Aristotale, differenzia la "storia" dalla "poesia". Questo si riesce a vedere soprattutto grazie alla lettera scritta da Manzoni a monsieur Chavet dove dice che il "vero storico" è colui che indaga sui fatti realmente accaduti e parla di grandi personaggi, invece il "vero poetico" è colui che, racconta episodi realmente accaduti come fa lo storico, ma penetra nei sentimenti dei personaggi, che non sono solo personaggi noti a tutti, ma anche gente comune. A questo proposito Manzoni scrivendo i Promessi sposi unisce lo storico al poeta, storico in quanto si documentò sul periodo da lui narrato, su quello che accadde, poeta in quanto penetra nei sentimenti e nei pensieri più profondi e personali dei personaggi, che in questo caso sono persone comuni. Possiamo dire che questo romanzo storico è tutto poesia, perché Manzoni ci racconta spesso delle emozioni provate dai personaggi, come fa nell'Addio ai monti penetrando nei pensieri di Lucia.
Nell'Ode il "5 Maggio" e nel Coro "Adelchi" Atto IV si può vedere come Manzoni penetra nelle paure e nelle sensazioni di Napoleone e di Ermengarda, entrambi sul punto di morte. "

19 gennaio 2010 19.57
Claudia Ierace ha detto...
Alessandro Manzoni fu un grande scrittore con un immenso amore per la storia. Egli ha una concezione molto diversa tra storia e poesia e racchiuse i suoi pensieri nella lettera a Monsieur Chauvet. Manzoni, facendo riferimento anche alla Poetica di Aristotele, dice che la storia racconta fatti reali di persone veramente esistite senza nessun commento di chi la narra;la poesia è invece un qualcosa di più libero,in cui ci si può esprimere liberamente...Ma senza storia non ci sarebbe poesia. Mi verrebbe da fare un esempio per capire meglio: storia: Cesare combatte contro i Galli; poesia: come Ceasre si sente mentre combatte contro i Galli. Queste definizioni mi fanno pensare a due opere scritte dal manzoni: Il 5 Maggio e l'atto IV dell'adelchi. Entrmbe sono basate su avvenimenti davvero accaduti, ma ciò che li accomuna è il fatto che Manzoni descrive le emozioni dei personaggi.Nel 5 maggio Manzoni descrive lo stato d'animo addolorato di napoleone costretto a vivere nell'isola di sant'Elena nell'ozio, ricorda i suoi avvenimenti e narra lo stupore della gente alla notizia della sua morte;nell' atto IV dell'adelchi manzoni racconta tutto il dolore di Ermengarda, Che sul punto di morte ricorda i giorni felici.
Claudia V A

Gilda Ciacci
20/01/2010 ore 19.36
DIFFERENZA FRA STORICO E POETA :
Manzoni nella lettera a Monsieur Chauvet, tratta della differenza fra testo storico e testo poetico. Ma anche Aristotele, molti anni prima, in una sua opera la Poetica aveva già trattato di questo argomento, dicendo anch'egli che il testo storico viene visto più da un punto di vista oggettivo; dove vengono solo raccontati fatti realmente accaduti. Nel testo poetico si ha una caratteristica in più che lo rende migliore rispetto a quello storico; infatti nel primo si devono "mettere" fatti accaduti ma si può usare anche un pò di fantasia,in cui trovano spazio anche i sentimenti e i pensieri dei personaggi che lo rendono più accattivante e soggettivo.
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Alessandro Manzoni scrisse anche l'Adelchi , per il momento abbiamo solo preso in esame l'Atto IV , coro; parte in cui l'autore si ritrae un piccolo spazio per dare i propri giudizi! Questi versi come il 5 Maggio , oltre a essere poetico è anche storico perchè al suo interno trovano spazio anche accenni a fatti veramente accaduti. Questo Atto viene definito come uno dei momenti più lirici della poesia di Manzoni; dove l'autore esprime i sentimenti dei personaggi. Nella descrizione introduttiva dei primi versi sembra che l'autore compatisca la protagonista [ Ermengarda ] in modo tale che, anche descrivendo solo il suo aspetto fisico, in modo indiretto, con l'uso di una aggettivazione mirata ed efficace, riesce anche a descrivere il suo stato interiore, quello dell'anima. Come ad esempio alla prima strofa , definisce Ermengarda :PIA ! cioè santa , con i capelli raccolti anche se non ben pettinati ! , affannosa sul letto di morte perchè sta x morire , e da qui si può capire il suo stato d'animo ! affannosa perchè pensa al suo amato ! lei muore per la fiamma dell'amore che brucia insieme al ricordo dei giorni in cui ebbe conosciuto Carlo. Come Napoleone nel 5 Maggio , morì per l'ozio, abituato a muoversi da una parte all'altra, a fare grandi imprese, battaglie , e in fine costretto a stare immobile su un'isola desolata ; morti entrambi per una lunga sofferenza ! ma grazie a questo riusciranno a salvarsi grazie all'aiuto di Dio .

Luciana Giulino
20 gennao 2010, ore 19.59
Secondo quanto detto da Manzoni nella lettera indirizzata a Mr Chauvet, la storia ci informa su degli avvenimenti sconosciuti ma senza fornirci notizie su emozioni, sensazioni e sentimenti dei personaggi; lo storico infatti si limita a narrare gli avvenimenti nel modo più oggettivo possibile. Nella poesia, invece, troviamo tutti i sentimenti, le paure, i timori, che hanno accompagnato i protagonisti durante le azioni da loro svolte. Manzoni, infatti, nell'ode "Cinque Maggio" e nell'atto IV dell'Adelchi, oltre a narrare le vicende dei rispettivi protagonisti: Napoleone Bonaparte ed Ermengarda, descrive i pensieri, i timori e le sensazioni che provarono quando erano sul punto di morte.
Per quanto riguarda invece i Promessi Sposi, credo che la parte più poetica sia: l'addio ai monti, in questa parte, infatti, vengono descritte tutte le emozioni che Lucia provava nel lasciare il suo paese.
Luciana classe V A

Annachiara Cubello
20/01/2010, ore 21.04
Basandoci sull'amore sviscerato del Manzoni nei riguardi della storia e basandoci anche su alcuni dei suoi documenti che sono arrivati sino ai nostri giorni,possiamo comprendere il vero significato dellìessere storico e dell'essere poeta.Ad esempio,la definizione secondo Manzoni dello storico è colui il quale ha il compito di riunire gli eventi accaduti nel passato e di descriverli in modo "oggettivo",cercando di non introdurre un prorpio giudizio personale che in qualche modo potrebbe influenzare il lettore,o anche di non inserire dei particolari dettagli su determinati avvenimenti.Una parte del lavore dello storico viene assorbita anche dal poeta che,come quello,ha il compito di narrare gli avvenimenti ma al contrario dello storico,il poeta può avere la libertà di ideare o accescere avvenimenti che lo storico non avrebbe mai potuto inserire e addirittura il poeta racconta gli avvenimenti introducendo propri giudizi,pensieri o anche sensazioni,emozioni e sentimenti.Un esempio per comprendere meglio il significato di queste parole è l'ode politica,scritta da Manzoni e intitolata " Cinque maggio" dedicata alla morte di Napoleone Bonaparte,oppure il coro sulla morte della Princiessa Ermelgalda,estrapolata dall'opera "Adelchi".Questi due personaggi,sono completamente diversi,eppure hanno alcuni punti in comune e uno di questi è proprio la sofferenza:in tutti e due i componimenti,infatti,viene esaltato da Manzoni il tormento del ricordo che affiora nella mente dei due personaggi...affiora il ricordo del passato e dei momenti di massimo splendore che una volta trascorsi non possono tornare più.Questo struggente dolore porta alla morte che Manzoni descrive come l'inizio di una nuova vita,difatti per lui la vita è uno strumento che viene offerto da Dio che permette di realizzarsi e di compiere imprese memorabili che rimarranno nella storia.

Ilaria Gareri
20 gennaio 2010, ore 21.43

Commento...
Per quanto ci dice Manzoni nella lettera scritta per Mr. Chaveut, i poeti, sopratutto i poeti drammatici, scrivendo poesie, non inventavano i personaggi ma " prendevano i loro soggetti dalle tradizioni nazionali " senza modificare alcun passaggio e senza inserire commenti, espressioni o anche inventare un qualcosa a proposito dei loro soggetti. A questo punto, Manzoni si chiede il motivo per cui questi poeti tendevano a non modificare i loro soggetti, ma tendevano a riproporre ciò che gli stessi contemporanei raccontavano. Inoltre era usanza dei Greci considerare storico colui che raccontava gli eventi ma solo dopo averli vissuti di persona, altrimenti non avrebbe avuto alcun senso essere uno storico, e per questo che Manzoni vuole dire che i poeti devono in qualche modo " influenzare " le loro opere. A differenza di Manzoni. invece Aristotele, considera la poetica una cosa superiore alla storia, poichè mentre la poesia è una visione generale, invece la storia, durante la sua narrazione scende di più nel particolare.
Secondo me, la parte del romanzo dei Promessi Sposi più poetica è l'Addio ai monti. Infatti, come hanno detto precedentemente i miei compagni, Manzoni in questa parte del romanzo si concentra su tutte le emozioni che provano i tre protagonisti che si ritrovano a dover lasciare tutti i loro ricordi per andare in un nuovo posto. La cosa che mi ha colpito di più di questa parte è il fatto che i tre personaggi non sanno davvero quale destino gli andrà incontro e soprattutto se riusciranno a fare ritorno nel loro paese, è un pò come nell'Eneide, quando Enea è costretto a partire abbandonando la sua patria, andando incontro a un destino di cui non conosce il futuro.
Per quanto invece riguarda il "vero poetico" di Alessandro Manzoni fra le due opere del IV coro dell'Adelchi e del 5 Maggio, possiamo vedere che Manzoni riesce ad esprimere tutti i suoi sentimenti attraverso i due personaggi, entrambi sul punto di morte. Questa abilità dello scrittore di immedesimarsi perfettamente in ogni sua opera e in ogni suo personaggio, valorizza ancora di più il fatto che Manzoni viene considerato come un alunno di Walter Scott se non anche superiore a quest ultimo.
Ilaria Gareri, V A

Ida Nagero 20/01/2010, ore22.29
Commento sulla differenza tra Vero Poetico e Vero Storico
Beh prof non so se va bene..
"Dalla lettera che Manzoni scrive a Monsieur Chavet, notiamo che lo scrittore ha una concezione molto diversa tra Vero Storico e Vero Poetico.
La Storia indaga su fatti reali in modo oggettivo, cioè essa si basa soltanto su eventi importanti, personaggi conosciuti che vengono descritti sempre nello stesso modo; lo storico si sofferma sugli avvenimenti accaduti, tralasciando quelli che sono i sentimenti dei personaggi.
La Poesia, indaga anch'essa su fatti reali, ma, a differenza della Storia, essa cerca di penetrare nei pensieri dei personaggi ed esprimere i propri sentimenti in modo accurato.
Per esempio, in questi giorni noi abbiamo analizzato due opere del Manzoni, Il 5 Maggio e il IV Atto dell' Adelchi; C'è da dire che queste due opere sono accomunate dalla descrizione degli stati d'animo dei protagonisti. Nell'ode Il Cinque Maggio viene descritto l'angoscia che prova Napoleone a star rinchiuso in una piccola isola; lui che era abituato a compiere grandi azioni, ora si ritrova in un piccolo spazio dove per lui è impossibile vivere. Uno storico avrebbe raccontato la vicenda della morte di napoleone come fatto di cronaca, mentre Manzoni penetra nel suo animo, descrive in modo molto accurato quel'angoscia che prova, ripensando ai momenti di gloria. Anche nell'atto IV dell'Adelchi troviamo quel Vero Poetico: infatti, si parla di persone realmente esistite, ma anche qui, viene descritto il momento della morte di Ermengarda. Anche lei, come Napoleone, prova tristezza ripensando a quei giorni felici insieme a Carlo Magno.
Un altro esempio è quello dei Promessi Sposi; in questo caso Manzoni può essere visto considerato sia come Storico che come Poeta: come storico perchè narra degli eventi che lui stesso ha documentato, ma è anche un poeta in quanto descrive anche i sentimenti dei personaggi."

Marta Costantino21/01/2010, ore 21.13
Secondo Manzoni e, prima di lui secondo Aristotele, vi è una differenza tra “vero storico” e “vero poetico”. Infatti con il “vero storico” lo storico ha il compito di narrare episodi realmente accaduti e di personaggi, sempre non inventati. Invece con il “vero poetico” il poeta, racconta sempre i fatti veramente accaduti oppure leggermente fittizi, ma cerca di penetrare nei sentimenti delle persone che ne sono state protagoniste oppure no.
Manzoni ritiene assurdo l'uso della mitologia perché, secondo lui, invece l'opera d'arte deve essere educativa, cioè deve aiutare l'uomo a conoscere meglio se stesso e il mondo in cui vive. Per cui la letteratura doveva avere come soggetto il "vero". A questi stessi principi, che sono alla base della concezione manzoniana del romanzo storico, si ispirò la composizione dei Promessi sposi. In quest’opera il passo che è, secondo me, particolarmente poetico è alla fine del capitolo VIII cioè il coro dell’”Addio, Monti”perché in quel momento il Manzoni esprime il sentimento di nostalgia di Lucia costretta ad abbandonare il suo piccolo paese natale.
Prendendo in considerazione l’ode “Il 5 Maggio” e il coro dell’atto IV dell’”Adelchi” , secondo me,
il Manzoni si comporta da storico ma contemporaneamente da poeta perché non solo narra avvenimenti reali ma fa filtrare dalle parole i sentimenti dei rispettivi protagonisti, Napoleone ed Ermengarda, entrambi sul punto di morte, consumati dal ricordo degli anni di massimo splendore di uno e dal ricordo degli anni lieti affianco del marito dell’altra.

Morena Leone ha detto...
La differnza tra vero poeta e vero storico

Partendo dal presupposto che Manzoni fu un grande scrittore il quale amante della storia attinse i suoi meravigliosi pensieri da essa; basti pensare al romanzo dei promessi sposi. Come abbiamo potuto notare però Manzoni ha una concezione molto diversa tra storia e poesia come viene anche citato nella lettera di Monsieur Chauvet; infatti dice che la storia racconta gli avvenimenti successi nel passato di persone e fatti veramente accaduti in modo molto generico non basandosi sulle caratteristiche interiori dei personaggi che la compongono; o quanto meno di descrivere o delineare o esporre i sentimenti di essi. Invece la poesia esamina non solo la storia ma include anche i sentimenti e i pensieri dei suoi personaggi; a questo proposito mi viene in mente il 5 maggio e l'atto IV dell'adelchi. Ove Manzoni nel 5 maggio racconta l'avvenuta scomparsa di Napoleone Bonaparte e lo stupore che scatena la notizia tra i popolani, mentre nel adelchi viene narrata la storia di una donna innamorata di suo marito Carlo magno che per questioni politiche sposa la donna e la ripudia anche per queste. Ambedue sono accomunate per i sentimenti che esprimono i due personaggi sul punto di morte agonizati dai pensieri e momenti felici passati. Possiamo definire quindi Manzoni storico-poeta dove non altera la storia ma bensì aggiunge spazio a un suo giudizio personale in modo indiretto

21 gennaio 2010, ore 22.40