giovedì 5 luglio 2012

Ai miei allievi della Terza A (che da poco ho esaminato e quindi ormai ex...)
Vi auguro sogni a non finire e la voglia furiosa di realizzarne qualcuno. Vi auguro di amare quel che va amato e dimenticare quel che va dimenticato. Vi auguro passioni. Vi auguro silenzi. Vi auguro canti di uccelli al risveglio e risate di bambini. Vi auguro di resistere all’arenamento, all’indifferenza, alle virtù negative della nostra epoca. Soprattutto, vi auguro di essere voi stessi. (Jacques Brel)
E non dimenticate il valore di quel “rumore di fondo dei classici” di cui parlava Calvino: tale rumore torna sempre a chiamarci perché ci parla di noi, delle nostre radici, della memoria che ci identifica e del nostro futuro. Bernardo di Chartres, già diversi secoli fa, affermava che “ noi siamo come nani seduti sulle spalle dei giganti. Vediamo quindi un numero di cose maggiore degli antichi, e più lontane. E non già perché la nostra vista sia più acuta, o la nostra statura più alta, bensì perché essi ci sostengono a mezz'aria e ci innalzano di tutta la loro gigantesca altezza”. I giganti di Bernardo sono naturalmente i “grandi” del passato, i pensieri e le opere degli autori, la storia complessa e tormentata che li ha partoriti. È questa ricchezza che può dare senso al nostro presente, sostenendoci nella difficile impresa di costruire un futuro umanamente accettabile e aperto alle altre culture. In bocca al lupo per l'Università!

mercoledì 20 luglio 2011

giovedì 7 luglio 2011

Una rivalutazione della follia a partire dai Greci




Giulio Guidorizzi “Ai confini dell’anima. I Greci e la follia”- Raffaello Cortina Editore


“Dalla Follia alla Ragione, dal mito al logos è una delle tradizionali chiavi di lettura della civiltà greca; si tratta certo di una semplificazione, poiché in realtà mito e logos sono intrecciati lungo il percorso di quella cultura, come pure ragione e follia.”
(dal I capitolo, pag.16)

“La nozione stessa di follia presenta contorni frastagliati e molteplici, tanto che c’è da disperare di riuscire a giungere a un’unità.”
(dal I capitolo, pag.17)

“Secondo Platone la follia guarisce la follia attraverso una cura omeopatica…”
(dal I capitolo, pag.58)

“Ogni uomo – scriveva Platone – combatte una guerra contro se stesso. Il luogo di questo conflitto, nel quale una parte di noi si scopre nemica dell’altra, è uno spazio interiore chiamato psiche (psyché), che si potrebbe tradurre con “anima” ma che include anche il concetto di “mente”. Lì in modo silenzioso e invisibile maturano i germi di ciò che lo stesso Platone definisce “il funesto pungolo che cresce negli uomini per inespiabili colpe antiche e si agita dentro di lui”.”
(dal II capitolo, pag.63)

Uno studio inedito quanto approfondito quello di Guidorizzi sulla follia, “ un mezzo per forzare i limiti della coscienza e dilatare la personalità”, come ci avverte sin dalle prime pagine l’autore. La puntualità del lessico di Guidorizzi e la sua linearità nell’esposizione dell’argomento ci calano tout court nel merito della sua indagine: la follia, dono o malattia? Sogno o realtà? Forma di espressione, arte o degradazione umana?
L’analisi dei punti in questione si dipana a partire dai Greci: “I Greci attribuirono alla follia, o almeno ad alcune sue manifestazioni, la dignità di linguaggio, uno dei tanti attraverso cui si può esprimere l’essere umano.”, afferma l’autore. Sì, perché è in Grecia che, per la prima volta, viene tracciato il confine tra “ follia” e “salute mentale”; difatti, con la cultura illuminista della Grecia periclea e socratica del V secolo certune esperienze cosiddette “di confine”, che conducono cioè “ai confini dell’anima”, appunto, esperienze come “l’estasi”, la “possessione” è quant’altro attinga alla sfera del subliminale vengono relegate nel limbo dell’Irrazionale. Avviene in tal modo una prima classificazione di tendenze tipica di un accesso di razionalità. E tuttavia Guidorizzi, parafrasando Lévi-Strauss, vorrebbe indurci a valutare l’ipotesi opposta di una reciproca implicanza dei due elementi, di razionale e irrazionale: “… in ogni prospettiva non scientifica pensiero patologico e pensiero normale non si contrappongono ma si completano”. Mi fa ripensare alla teoria degli “opposti complementari” di William Blake, di quella complementarità in assenza della quale non si verifica neanche il progresso. Poi, naturalmente, da esperto di Teatro e drammaturgia classica (ma credo anche, in genere), Guidorizzi non poteva omettere di affermare che esista, in natura, un “metodo” della follia, il che ci rimanda all’ “Amleto” di Shakespeare, e, ancor più precisamente, alla topica battuta del precettore Polonio di fronte ai vaneggiamenti costruiti di Amleto: “benché questa sia follia, anche in essa vi è del metodo”. D’altronde la connessione tra Arte e follia è inequivocabile: “un poeta non è in grado di creare prima di essere invasato e fuori di sé, e prima che la ragione si allontani da lui”, il professore ci dice, citando lo “Ione” di Platone. In particolar modo è importante lo stretto rapporto che intercorre tra follia e Teatro, in quanto quest’ultimo, specie quello Attico, ne fa oggetto di riflessione collettiva. Ora, certamente, per quanto sarei tentato dal farlo (data l’attraenza del testo e dell’argomento, nella sua trattazione), non posso anticiparvi tutti i temi fondamentali del libro di Guidorizzi, certo vi basti sapere per il momento che “Studiare la follia nel mondo greco significa contemporaneamente studiare gli ambiti in cui si sviluppa l’attività del folle”, ci avverte sempre il professore, quindi, vi aspetta uno studio davvero profondo che l’autore ha voluto dedicare a tale aspetto. Io, al contrario, mi affretto a chiarire alcuni dei punti, da me, messi in luce: la follia come espressione culturale, perché no “dono” o degradazione umana, malattia? Guidorizzi risponde subito: “… malattia, espressione religiosa, istituzione culturale, in una società in cui i folli non erano reclusi e isolati dato che la comunità dei sani decise di coesistere con quella degli alienati”. Notevole inoltre, di fronte all’ipotesi della malattia, è l’affermazione per cui “La sacralizzazione della follia sembra essere, in definitiva, un utile sistema di cura e reintegrazione (più o meno provvisoria) del pazzo nel corpo sociale… ”. Sul punto “follia: sogno o realtà?”, ci sarebbe da aggiungere che l’uno non differisca poi tanto dall’altra, in quanto entrambi, follia e sogno sono forze creative, capacità di creare qualcosa dal nulla; si registra, quindi, una ennesima complementarità di tale fenomeno. Infine, è sui concetti nodali di “ménos” e “àte” Greca che vorrei soffermarmi, con una particolare attenzione per l’attuale: “Mentre il ménos si manifesta in primo luogo come un fenomeno fisico, vale a dire come una benefica forma di energia che scorre nelle vene, àte sembra essere un fatto esclusivamente mentale;” sintetizza Guidorizzi. Ecco, proprio da questi pochi ma preziosissimi dati, io ho formulato una mia personale interpretazione su queste diverse modalità di follia: mentre “ménos” con la sua impronta primigenia e barbarica si configura come il tipo di follia classica; “àte” che, sostanzialmente, è un “accecamento” da cui, ineluttabilmente, deriva una “colpa”, incarna proprio il tipo di follia moderna; e non per nulla, infatti, ci ricorda la visione, classicamente, tragica della letteratura di Thomas Hardy.
Per concludere dunque: da questo studio si deduce, chiaramente, che la follia sottende alla dimensione del “subliminale”, quindi dell’indicibile; e che, in questo libro, risulta, fortemente, rivalutata. Una rivalutazione, a parer mio, legittima quanto necessaria in una odiernità all’interno della quale, viepiù, si sta perdendo l’aspetto della vita.

Osvaldo Passafaro, allievo Liceo Classico "P. Galluppi" di Catanzaro

martedì 5 luglio 2011

Il Piccolo Principe
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perchè è lei che ho innaffiata. Perchè è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perchè è lei che ho riparata col paravento. Perchè su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle).Perchè è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perchè è la mia rosa".
Antoine de Saint-Exupéry

venerdì 16 luglio 2010

L'infinito


( Alecu Grigore)

sabato 5 giugno 2010

Direttamente dalla pagina dei ringraziamenti dal blog: Il profumo dei Libri

[..]
Il terzo ringraziamento va alla mia attuale professoressa Patrizia Curcio, docente d’ italiano e geografia nella mia classe. Una professoressa che stimo moltissimo per l’impegno e la serietà che offre ogni giorno ai suoi alunni e nella scuola. Non ha mai trascurato un singolo alunno, è sempre rimasta bene attenta alle esigenze della classe e sull’impegno che ogni singolo studente attua, e punendo giustamente una mancanza o una svogliatezza. Con lei ho imparato che la scuola non è solo studio, studio, e studio, c’è sempre il momento per una risata e una piccola distrazione per non appesantire le lezione, ed è sempre con lei che ho preso seriamente la scelta che vorrei fosse presente nel mio futuro: il giornalismo. Vi consiglio pertanto di visitare il suo blog “Patriciae Idearum Hortus” un modo nuovo e originale di far adoperare ai suoi alunni, il computer in maniera corretta, e quindi, perché no, con una ripassata degli argomenti trattati in classe o nuovi argomenti coinvolgenti. Un grazie quindi a tutti i professori che amano la scuola e i propri alunni, proprio come quelle che conosciuto io!

Dal blog http://ilprofumodeilibri.blogspot.com/

venerdì 2 aprile 2010

Il valore dei libri di Assunta Scozzafava ( direttamente dal suo blog...!)

Ecco cosa scrive Assunta ( una mia diletta alunna) sul suo blog pensando alla lettura...

...Prima d'iniziare questo meraviglioso viaggio che ci porterà ad esaminare il valore dei libri e molti romanzi tra l'incanto e la realtà,ragione e antiragione,tra dimensioni paradisiache e drammatiche..ci tengo ad augurare un caloroso benvenuto a tutti!

Quante volte ci sarà capitato di prendere in mano una penna e voler creare un autentico capolavoro ispirandoci a grandi autori,o di voler scrivere anche un diario segreto? E quanti invece un libro? la voglia di lasciare il segno,un qualcosa che di noi perduri per sempre affascina e intrigherà sempre..
La scrittura rende immortali. Un libro quindi cos'è? E' fatto di carta; contiene una storia..ma affermando ciò ci troveremo difronte ad una mezza verità. Un libro è un viaggio dentro se stessi alla ricerca della meta che ognuno di noi desidera. Un libro è una vita che ci appartiene,che possiamo esplorare,vivere. Molte volte si legge un libro per avere una risposta ad ogni nostra domanda .. ma non credete che in fin dei conti,se questo fosse vero,non ci servirebbe più leggere? Non sarebbe forse vana la nostra esistenza se conoscessimo tutti i segreti della vita? Un libro può dare certezze, risposte e altre domande,porta ad un traguardo e ci pone su una nuova strada per conseguirne un altro. E' un profumo di pagine ignote e da scoprire, è l'armonia di qualcosa che alla sua conclusione,comunque,lascerà il segno;la classica frase:C'è sempre da imparare!
Come potrebbe quindi un libro dare tutte le risposte che vogliamo se le sue pagine sono state composte da uomini? Uomini che cercavano anch'essi risposte e hanno scritto nella speranza di colmare la loro sete di sapere.
L'uomo:un essere affascinante,colmo di sentimenti, emozioni ed esperianze,che regala ogni giorno un frammento della sua anima agli altri ogni giorno. Così è un libro ma esso non da risposte, solo si lascia interpretare e custodisce l'anima del suo autore nel segreto delle sue stesse parole; così come fa un amico,un amico che non ha orecchi,ma solo un grande cuore silenzioso di carta sul quale scrivere..sapendo di essere capiti!

Il seguente è il suo link
http://ilprofumodeilibri.blogspot.com/

giovedì 1 aprile 2010

I grandi classici... ci insegnano

noi siamo come nani seduti sulle spalle dei giganti. Vediamo quindi un numero di cose maggiore degli antichi, e più lontane. E non già perché la nostra vista sia più acuta, o la nostra statura più alta, bensì perché essi ci sostengono a mezz'aria e ci innalzano di tutta la loro gigantesca altezza”.
Bernardo di Chartres

martedì 23 marzo 2010

Pensieri e parole...non troppo lontane: Rashid Husayn

Nato a Masmas in Galilea nel 1936, è stato traduttore in arabo ed ebraico; ha redatto il giornale “al-Fagr” (L’Alba) fino al 1962 quando ne venne imposta la chiusura dalle autorità israeliane. Nel 1967 fu sospeso dall’insegnamento e costretto a lasciare il suo paese per gli USA. Nel 1973 fu a Damasco, dove ha diretto la radio damascena in lingua ebraica. Durante il breve soggiorno siriano fondò il centro di ricerche al-Ard (La terra) e il giornale omonimo. Ha pubblicato quattro raccolte di poesie. È morto a New York nel 1980, nel corso di un incendio, in circostanze mai chiarite.

GERUSALEMME NEGLI OCCHI

Il colore dei tuoi occhi è la palma
il colore dei tuoi occhi è la vigna.
Palma e vigna. Sì, per Gerusalemme
è il mio amore il colore dei tuoi occhi
caro, sì, mille volte,
per mille volte caro,
il colore dei tuoi occhi ferito
come il mio canto, bello
come il mio amore, lungo
come in me la prigionia.
Il colore dei tuoi occhi è mio padre
e pianta melograni e fichi.
Dice: saranno figli
e canteranno,
per le notti canteranno.
Sì, fico e melograno. È Saladino
il colore dei tuoi occhi,
colore pena per vili,
colore mietitura,
il colore dei tuoi occhi raccolto,
il colore dei tuoi occhi rivolta
del mio paese. Il colore
dei tuoi occhi, paziente
come mia madre, generoso come
le mie pianure, orgoglio
dei miei monti, il colore
dei tuoi occhi colombe
aquile nel mio cielo
nella rivolta mia.



NON VOGLIO

Nel mio paese non voglio
che i ribelli feriscano una spiga,
non voglio che un bambino,
qual si sia, porti una bomba,
non voglio, no, non voglio
che mia sorella prenda il fucile,
non voglio quello che volete voi…
ma che cosa farebbero i profeti
se i cavalli degli assassini
s’abbeverassero dei loro occhi?
Non voglio, no, un bambino
a dieci anni un eroe,
non voglio frutto di bombe
dal cuore dell’albero mio,
non voglio che dei rami
dei miei giardini si facciano forche,
non voglio nelle aiuole
forche in legno di rosa,
qui nella terra mia.
Non voglio quello che volete voi
ma dopo il rogo del paese mio
e dei compagni miei
e della giovinezza,
come può il canto non farsi fucile?



ODIARE, FORSE?

Odiare forse un popolo
la cui carne fu cenere
sotto una mano iniqua?
Odiare anche i bambini
- l’età dei miei fratelli-
se hanno un padre che beve
vino sulle mie lacrime?
Pure l’odio al carnefice,
e il perdono ai suoi figli,
sarà, sempre, sarà ancora,
nonostante la miseria?

sabato 27 febbraio 2010

Italo Calvino-Perché leggere i classici


Cominciamo con qualche proposta di definizione.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo...» e mai «Sto leggendo...»

Questo avviene almeno tra quelle persone che si suppongono «di vaste letture»; non vale per la gioventù, età in cui l'incontro col mondo, e coi classici come parte del mondo, vale proprio in quanto primo incontro.
Il prefisso iterativo davanti al verbo «leggere» può essere una piccola ipocrisia da parte di quanti si vergognano d'ammettere di non aver letto un libro famoso. Per rassicurarli basterà osservare che per vaste che possano essere le letture «di formazione» d'un individuo, resta sempre un numero enorme d'opere fondamentali che uno non ha letto.
Chi ha letto tutto Erodoto e tutto Tucidide alzi la mano. E Saint-Simon? E il cardinale di Retz? Ma anche i grandi cicli romanzeschi dell'Ottocento sono più nominati che letti. Balzac in Francia si comincia a leggerlo a scuola, e dal numero delle edizioni in circolazione si direbbe che si continua a leggerlo anche dopo. Ma in Italia se si facesse un sondaggio Doxa temo che Balzac risulterebbe agli ultimi posti. Gli appassionati di Dickens in Italia sono una ristretta élite di persone che quando s'incontrano si mettono subito a ricordare personaggi e episodi come di gente di loro conoscenza. Anni fa Michel Butor, insegnando in America, stanco di sentirsi chiedere di Emile Zola che non aveva mai letto, si decise a leggere tutto il ciclo dei Rougon-Macquart. Scoperse che era tutto diverso da come credeva: una favolosa genealogia mitologica e cosmogonica, che descrisse in un bellissimo saggio.
Questo per dire che il leggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello d'averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come a ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest'altra formula di definizione:

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

Infatti le letture di gioventù possono essere poco proficue per impazienza, distrazione, inesperienza delle istruzioni per l'uso, inesperienza della vita. Possono essere (magari nello stesso tempo) formative nel senso che danno una forma alle esperienze future, fornendo modelli, contenitori, termini di paragone, schemi di classificazione, scale di valori, paradigmi di bellezza: tutte cose che continuano a operare anche se del libro letto in gioventù ci si ricorda poco o nulla. Rileggendo il libro in età matura, accade di ritrovare queste costanti che ormai fanno parte dei nostri meccanismi interiori e di cui avevamo dimenticato l'origine. C'è una particolare forza dell'opera che riesce a farsi dimenticare in quanto tale, ma che lascia il suo seme. La definizione che possiamo darne allora sarà:

3. I classici sono libri che esercitano un'influenza particolare sia quando s'impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale.

Per questo ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti della gioventù. Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch'essi cambiano, nella luce d'una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l'incontro è un avvenimento del tutto nuovo.
Dunque, che si usi il verbo «leggere» o il verbo «rileggere» non ha molta importanza. Potremmo infatti dire:

4. D'un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5. D'un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

La definizione 4 può essere considerata corollario di questa:

6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Mentre la definizione 5 rimanda a una formulazione più esplicativa, come:

7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato(o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

Questo vale per i classici antichi quanto per i classici moderni. Se leggo l'Odissea leggo il testo d'Omero ma non posso dimenticare tutto quello che le avventure d'Ulisse sono venute a significare durante i secoli, e non posso non domandarmi se questi significati erano impliciti nel testo o se sono incrostazioni o deformazioni o dilatazioni. Leggendo Kafka non posso fare a meno di comprovare o di respingere la legittimità dell'aggettivo «kafkiano» che ci capita di sentire ogni quarto d'ora, applicato per dritto e per traverso. Se leggo Padri e figli di Turgenev o I demoni di Dostoevskij non posso fare a meno di pensare come questi personaggi hanno continuato a reincarnarsi fino ai nostri giorni.
La lettura d'un classico deve darci qualche sorpresa, in rapporto all'immagine che ne avevamo. Per questo non si raccomanderà mai abbastanza la lettura diretta dei testi originali scansando il più possibile bibliografia critica, commenti, interpretazioni. La scuola e l'università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d'un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario. C'è un capovolgimento di valori molto diffuso per cui l'introduzione, l'apparato critico, la bibliografia vengono usati come una cortina fumogena per nascondere quel che il testo ha da dire e che può dire solo se lo si lascia parlare senza intermediari che pretendano di saperne più di lui. Possiamo concludere che:

8. Un classico è un'opera che provoca incessantemente un pulviscolo di discorsi critici su di sé, ma continuamente se li scrolla di dosso.

Non necessariamente il classico ci insegna qualcosa che non sapevamo; alle volte vi scopriamo qualcosa che avevamo sempre saputo (o creduto di sapere) ma non sapevamo che l'aveva detto lui per primo (o che comunque si collega a lui in modo particolare). E anche questa è una sorpresa che dà molta soddisfazione, come sempre la scoperta d'una origine, d'una relazione, d'una appartenenza. Da tutto questo potremmo derivare una definizione del tipo:

9. I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire,
tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.


Naturalmente questo avviene quando un classico «funziona» come tale, cioè stabilisce un rapporto personale con chi lo legge. Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore. Tranne che a scuola: la scuola deve farti conoscere bene o male un certo numero di classici tra i quali (o in riferimento ai quali) tu potrai in seguito riconoscere i «tuoi» classici. La scuola è tenuta a darti degli strumenti per esercitare una scelta; ma le scelte che contano sono quelle che avvengono fuori e dopo ogni scuola.
È solo nelle letture disinteressate che può accadere d'imbatterti nel libro che diventa il «tuo» libro. Conosco un ottimo storico dell'arte, uomo di vastissime letture, che tra tutti i libri ha concentrato la sua predilezione più profonda sul Circolo Pickwick, e a ogni proposito cita battute del libro di Dickens, e ogni fatto della vita lo associa con episodi pickwickiani. A poco a poco lui stesso, l'universo, la vera filosofia hanno preso la forma del Circolo Pickwick in un'identificazione assoluta. Giungiamo per questa via a un'idea di classico molto alta ed esigente:

10. Chiamasi classico un libro che si configura come equivalente dell'universo, al pari degli antichi talismani.

Con questa definizione ci si avvicina all'idea di libro totale, come lo sognava Mallarmé. Ma un classico può stabilire un rapporto altrettanto forte d'opposizione, d'antitesi. Tutto quello che Jean-Jacques Rousseau pensa e fa mi sta a cuore, ma tutto m'ispira un incoercibile desiderio di contraddirlo, di criticarlo, di litigare con lui. C'entra la sua personale antipatia su un piano temperamentale, ma per quello non avrei che da non leggerlo, invece non posso fare a meno di considerarlo tra i miei autori. Dirò dunque:

11. Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve
per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.


Credo di non aver bisogno di giustificarmi se uso il termine «classico» senza fare distinzioni d'antichità, di stile, d'autorità. (Per la storia di tutte queste accezioni del termine, si veda l'esauriente voce Classico di Franco Fortini nell'Enciclopedia Einaudi, vol. III). Quello che distingue il classico nel discorso che sto facendo è forse solo un effetto di risonanza che vale tanto per un'opera antica che per una moderna ma già con un suo posto in una continuità culturale. Potremmo dire:

12. Un classico è un libro che viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello,riconosce subito il suo posto nella genealogia.

A questo punto non posso più rimandare il problema decisivo di come mettere in rapporto la lettura dei classici con tutte le altre letture che classici non sono. Problema che si connette con domande come: «Perché leggere i classici anziché concentrarci su letture che ci facciano capire più a fondo il nostro tempo?» e «Dove trovare il tempo e l'agio della mente per leggere dei classici, soverchiati come siamo dalla valanga di carta stampata dell'attualità?».
Certo si può ipotizzare una persona beata che dedichi il «tempo-lettura» delle sue giornate esclusivamente a leggere Lucrezio, Luciano, Montaigne, Erasmo, Quevedo, Marlowe, il Discours de la Méthode, il Wilhelm Meister, Coleridge, Ruskin, Proust e Valéry, con qualche divagazione verso Murasaki o le saghe islandesi. Tutto questo senza aver da fare recensioni dell'ultima ristampa, né pubblicazioni per il concorso della cattedra, né lavori editoriali con contratto a scadenza ravvicinata. Questa persona beata per mantenere la sua dieta senza nessuna contaminazione dovrebbe astenersi dal leggere i giornali, non lasciarsi mai tentare dall'ultimo romanzo o dall'ultima inchiesta sociologica. Resta da vedere quanto un simile rigorismo sarebbe giusto e proficuo. L'attualità può essere banale e mortificante, ma è pur sempre un punto in cui situarci per guardare in avanti o indietro. Per poter leggere i classici si deve pur stabilire «da dove» li stai leggendo, altrimenti sia il libro che il lettore si perdono in una nuvola senza tempo. Ecco dunque che il massimo rendimento della lettura dei classici si ha da parte di chi ad essa sa alternare con sapiente dosaggio la lettura d'attualità. E questo non presume necessariamente una equilibrata calma interiore: può essere anche il frutto d'un nervosismo impaziente, d'una insoddisfazione sbuffante.
Forse l'ideale sarebbe sentire l'attualità come il brusio fuori della finestra, che ci avverte degli ingorghi del traffico e degli sbalzi meteorologici, mentre seguiamo il discorso dei classici che suona chiaro e articolato nella stanza. Ma è ancora tanto se per i più la presenza dei classici s'avverte come un rimbombo lontano, fuori dalla stanza invasa dall'attualità come dalla televisione a tutto volume. Aggiungiamo dunque:

13. È classico ciò che tende a relegare l'attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno.

14. È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l'attualità più incompatibile fa da padrona.

Resta il fatto che il leggere i classici sembra in contraddizione col nostro ritmo di vita, che non conosce i tempi lunghi, il respiro dell'otium umanistico; e anche in contraddizione con l'eclettismo della nostra cultura che non saprebbe mai redigere un catalogo della classicità che fa al caso nostro.
Erano le condizioni che si realizzavano in pieno per Leopardi, data la sua vita nel paterno ostello, il culto dell'antichità greca e latina e la formidabile biblioteca trasmessigli dal padre Monaldo, con annessa la letteratura italiana al completo, più la francese, ad esclusione dei romanzi e in genere delle novità editoriali, relegate tutt'al più al margine, per conforto della sorella («il tuo Stendhal» scriveva a Paolina). Anche le sue vivissime curiosità scientifiche e storiche, Giacomo le soddisfaceva su testi che non erano mai troppo up to date: i costumi degli uccelli in Buffon, le mummie di Federico Ruysch in Fontenelle, il viaggio di Colombo in Robertson.
Oggi un'educazione classica come quella del giovane Leopardi è impensabile, e soprattutto la biblioteca del conte Monaldo è esplosa. I vecchi titoli sono stati decimati ma i nuovi sono moltiplicati proliferando in tutte le letterature e le culture moderne. Non resta che inventarci ognuno una biblioteca ideale dei nostri classici; e direi che essa dovrebbe comprendere per metà libri che abbiamo letto e che hanno contato per noi, e per metà libri che ci proponiamo di leggere e presupponiamo possano contare. Lasciando una sezione di posti vuoti per le sorprese, le scoperte occasionali.
M'accorgo che Leopardi è il solo nome della letteratura italiana che ho citato. Effetto dell'esplosione della biblioteca. Ora dovrei riscrivere tutto l'articolo facendo risultare ben chiaro che i classici servono a capire chi siamo e dove siamo arrivati e perciò gli italiani sono indispensabili proprio per confrontarli agli stranieri, e gli stranieri sono indispensabili proprio per confrontarli agli italiani.
Poi dovrei riscriverlo ancora una volta perché non si creda che i classici vanno letti perché «servono» a qualcosa. La sola ragione che si può addurre è che leggere i classici è meglio che non leggere i classici.
E se qualcuno obietta che non val la pena di far tanta fatica, citerò Cioran (non un classico, almeno per ora, ma un pensatore contemporaneo che solo ora si comincia a tradurre in Italia): «Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un'aria sul flauto. “A cosa ti servirà?” gli fu chiesto. “A sapere quest'aria prima di morire”».

Italo Calvino, Perché leggere i classici, Oscar Mondadori, Milano 1995


venerdì 5 febbraio 2010

Shoah






Il premio speciale under 19 UNIVERSITA’ IULM ha premiato 11 dei 193 ragazzi che hanno partecipato al premio. Così ne ha parlato Giovanni Puglisi Rettore dell’università IULM:
“Il Premio festeggia quest’anno un traguardo significativo:cinque edizioni. Tantissimi gli under 19 che anche quest’anno hanno risposto al nostro bando. Sono tutti autori al debutto,iscritti alle Scuole Superiori di II grado,accomunati dalla passione dello scrivere e dal sogno di vedere pubblicati i loro elaborati. Da tutta Italia un’intera nuova generazione di scrittori racconta paure,di incertezze, di malattie e di sconfitte. E lo fa con toni crudi e,al limite,disincantati.[..] Cosa rende, in fin dei conti, degno di nota un racconto? L’inventio innanzitutto, ovvero lo spunto di partenza, che deve essere accattivante e originale. Ma questo non basta, bisogna dover “disporre” il contenuto in modo convincente. La dispositivo è particolarmente complessa e richiede una vera e propria abilità di scrittura. E poi va da sé, occorre un’elocutio corretta che metta armonia fra sintassi e logica del pensiero. E’ proprio su questi criteri che si è basata la nostra selezione.[..] L’invito è quello di leggere con attenzione queste brevi opere: sono dirette, forse acerbe in alcuni casi, ma sicuramente in grado di regalare emozioni.”


Ne riporto allora una, forse la più adatta per questo periodo post-giornata della memoria.

JUD

"Dai, colpiscilo! Che c'è, ti manca il coraggio?". "Scommettiamo?". "Dieci che non riesci neanche a centrarlo!".
Hans era concentratissimo: prese la mira, tese il braccio e lanciò la pietra. E ci riuscì. Il ragazzo colpito si rifugiò velocemente nel vicolo. "Questo è culo, però!", esclamò Franz.
"Ma quale culo! Obiettivo centrato in pieno, alla testa! Su, sgancia i soldi!", rispose Hans.
Hans e Franz erano al settimo cielo: erano sul muro! Joseph, il padre di Hans, faceva la guardia proprio lì e li aveva portati a vedere finalmente il ghetto di cui parlava tutta la città.
"Dai Anne, si può sapere cos'hai? Ci stai tenendo il broncio da quando siamo arrivati!", esclamò Hans, rivolto a una ragazza dai folti capelli biondi e dalla carnagione estremamente chiara. La ragazza si voltò e lo fissò nei suoi penetranti occhi scuri. "Lo sai che non volevo venire qua!", rispose.
"Ma come? Ma ti rendi conto dove sei? Lo sai che tra qualche mese qui confluiranno ebrei da tutte le parti d'Europa?".
"Oh, sai che bello! Guarda, quasi non mi reggo in piedi dall'emozione!", ribattè sarcastica.
"Ah, vero!Com'è che dici tu? <>! A volte dimentico che hai avuto il barbaro coraggio di diventare amica di uno di loro! Chissà cosa ne penserebbe tuo fratello, che è partito per il fronte con i tedeschi... può darsi che lui sarebbe riuscito a farti ragionare!".
Gli occhi di Anne si infiammarono: con uno scatto sul viso si voltò verso Hans e lo afferrò per la collottola. "Non osare!", disse a denti stretti. Rimasero così a fissarsi, viso a viso, per qualche secondo.
"Allora, chi scende con me?", esclamò Hans, cercando di cambiare discorso. "Papà mi ha dato una pistola e ha detto che se vogliamo possiamo fare un giro nel ghetto!".
Anne, con sorpresa di Hans, decise di seguirlo, ma Franz non volle accodarsi: la scusa ufficiale era che si annoiava, ma Hans ed Anne sapevano bene che Franz aveva paura di addentrarsi tra i vicoli del ghetto.
I due ragazzi scesero delle scalette ripide e incominciarono a gironzolare. Cucito sulla giubba avevano la scritta ARI, "Ariano": era l'unico modo per passeggiare tranquillamente per le stradine di quel quartiere. Procedevano a passo spedito, fiancheggiando quelle case diroccate dalle quali ogni tanto scorgevano persone nascondersi al loro passaggio. Ma il silenzio tombale in cui si muovevano, fu ben presto rotto da delle urla. Hans ed Anne si voltarono: nel casale a fianco una giovane donna dalla folta chioma ramata, distesa su un mucchio di paglia, li guardò ed esalò il suo ultimo respiro. Quello sguardo li aveva fulminati e la scena che si presentava al loro occhi era agghiacciante:tra le braccia della donna, una bimba con un panno lurido a mo' di pannolino piangeva e si dimenava. Al polso, come la madre, recava un marchio segnato nella carne: JUD, per "Juden", "Ebreo".
Anne si avvicinò per prendere la bambina, ma Hans intervenne. "Che cosa fai?", esclamò.
"Sei forse cieco? Non vedi che questa bambina ha appena perso sua mamma? La voglio portare da tuo padre, non possiamo lasciarla qui!", gli rispose Anne. "Qua mi sa che la cieca sei tu! Non vedi cos'ha sul polso? Non vedi che è una sporca ebrea? Farà la fine che merita! E adesso andiamocene da qui, ne ho abbastanza di questo posto!".
Ma mentre Hans trascinava Anne con forza per tornare indietro scorse, per la prima volta da quando conosceva la ragazza, un'ombra di disprezzo sul suo volto.
Quella notte Hans non riusciva a dormire. Era rimasto lì, disteso sul letto, a fissare il soffitto della sua stanza: sapeva bene che cosa lo tormentava, ma ammetterlo era difficile. Eppure, nel giro di un'ora, con la giubba ARI e la tessera di riconoscimento del padre, era sgattaiolato fuori dalla finestra. In pochi minuti fu davanti alle porte del ghetto. Con la tessera del padre e il suo aspetto più da ventenne che da diciassettenne, entrare fu un gioco da ragazzi. Arrivò di corsa al casale della mattina: la mamma era ancora lì, con la bocca rimasta contratta in uno spasimo di dolore, ma la bimba non c'era più. Con una punta di delusione, Hans incominciò a frugare per la stanza, quando, d'un tratto, sentì dei rumori e vide un'ombra muoversi furtiva da dietro le finestre. Spaventato, prese in mano la pistola e urlò!"Chi va la?". "Scemo, abbassa quella pistola", gli rispose una voce familiare.
Hans sembrava non credere al suoi occhi quando dal buio della stanza vide emergere la sagoma di Anne con la bimba in braccio.
"Lo sapevo che saresti venuto!", esclamò la ragazza. "Dì la verità: i sensi di colpa ti stavano distruggendo...". "Come sei arrivata fin qui?", domandò sbigottito.
"Beh, tu hai tuo padre", rispose, osservando la giubba di Hans. "Io il mio amico ebreo: i suoi consigli si sono rivelati più utili di quanto tu creda...".
"Ok, ok... colpito e affondato. Ma adesso abbiamo un bel problema: dove nascondiamo la bambina?". A questo ci ho già pensato io, la porterò a casa mia".
"Ma dove la nascondi a casa tua?", domandò perplesso Hans. "Fidati, ho un piano".
"Ok... allora ci vediamo domani a casa tua per discutere meglio il da farsi. Entrambi si salutarono così, tornando alle loro rispettive abitazioni. Il mattino seguente, come promesso, Hans andò a casa di Anne. "Allora? Dov'e la bimba?", le chiese appena la vide. "L'ho nascosta nella casetta che costruimmo insieme sull'albero", rispose.
Fu un vero tuffo nel passato per Hans: si era completamente dimenticato di quel rifugio che avevano costruito quand'erano piccoli. Ma d'altronde, oramai non ricordava neanche più da quanti anni lui e Anne erano amici. Anne era praticamente la sua amica da sempre: c'era sempre stata per lui come lui c'era sempre stato per lei. Nonostante le mille differenze e incomprensioni che a volte li dividevano, li univa un legame forte.
"Guai se i miei genitori sapessero di Sara", disse Anne. "Sara?", domando Hans.
"Si, Sara: ho deciso di chiamarla così. Ho letto su un libro che Sara in ebraico significa <>.

Con tutti gli altri principi e le altre principesse come lei, Sara un giorno dovrà avere la forza di perdonare quello che la nostra gente sta facendo loro".
Hans non sapeva cosa dire. Tutti gli insegnamenti ricevuti gli avevano inculcato che lui era superiore, perfetto, puro; ma ora guardando gli occhi della bambina che aveva di fronte si sentì debole, fragile. Quegli occhi sembravano chiedere scusa per qualcosa di non commesso.
"Uffa, ecco che ricomincia a piangere!", esclamò Anne. "Dai tienila un po' tu, può darsi che con te si calmi".
"Io? No, no... ho paura di farle male, non so neanche come tenerla in braccio!" rispose Hans. "Ti faccio vedere io".
Anne gli adagiò quel fagottino tra le braccia: a quel contatto, Hans sentì come un'esplosione all'altezza dello stomaco, nei pressi del cuore. Incominciò ad accarezzare con un dito la mano piccola e paffuta della bimba: Sara smise di piangere e, mentre accennava un sorriso, prese a stringere il dito di Hans. "Oh, ma sei proprio forte!", esclamò il ragazzo.
Anne accarezzò la fronte di Sara e, sorridendo, alzò lo sguardo negli occhi commossi di Hans. "Si, è proprio una bimba forte", rispose.

Qualche mese dopo

"Ma come si è fatta grande la nostra Sara! Questa bimba cresce sempre di più ogni giorno che passa!", esclamò Hans, spostando dalla fronte della piccina quella che oramai era diventata una bella chioma ramata.
Era passato qualche mese , Hans e Anne erano riusciti a prendersi segretamente cura della piccola Sara. Ogni giorno cercavano di rubare un po' di cibo dalla dispensa per poter sfamare la bambina, e ogni notte, dopo aver fatto credere ai propri genitori di essere andati a letto, fuggivano al rifugio per passare la notte con la piccina. Ma per quanto fossero abbastanza abili, erano consapevoli di essere equilibristi che si muovevano su di un filo sospeso nel vuoto. "Li senti questi rumori?", domando Anne.
"Certo che li sento... ma perche ti preoccupi? Staranno fucilando qualcuno, come al solito", rispose Hans. "Dobbiamo andarcene da qui", ribattè secca la ragazza.
"Ah si? E come ce ne andiamo... volando? Ti devo forse ricordare che l'unico modo per uscire dalla città e passare dalla dogana? Lì controllano chi è ebreo e Sara ha il marchio JUD sul polso!".
"Potremmo uscire dal lato del bosco senza farci vedere dalle SS. Se non ci vedono non ci costringeranno a passare per la dogana!".
"E poi una volta fuori che facciamo?", obietto Hans. "Tutta la nazione è in mano ai tedeschi!".
"Ogni notte, fuori dalla città, c'è un italiano che aiuta gli ebrei, li nasconde nella sua ambasciata! Mel'ha detto il mio amico ebreo...".
"Basta! Basta!", esclamò arrabbiato il ragazzo, interrompendo Anne. "Ma possibile che ogni volta ripetiamo sempre le stesse cose? E poi chi è questo dannato amico ebreo? E' presente in tutti i nostri discorsi... non ne posso più!".
Anne si affacciò dal rifugio: ogni volta che Hans parlava del suo amico, lei si rabbuiava. II ragazzo osservò il volto di Anne, illuminato dalla fioca luce di una candela mossa dal vento: il viso incorniciato da quei folti capelli biondi aveva lo stesso chiarore della luna che la ragazza ammirava alta nel cielo. "Non esiste nessun amico ebreo",sentenziò laconica Anne.
A quelle parole, Hans posò la bimba nella culla che le aveva costruito, e si avvicinò perplesso alla ragazza, sedendosi al suo fianco. "Fu qui che lo scoprii", continuò Anne. "Avevo deciso di seguirlo perchè ultimamente si comportava in modo sempre più strano e la notte lo sentivo fuggire dalla finestra della sua camera per farvi ritorno sempre più tardi. Non potevo credere ai miei occhi quando vidi mio fratello, disteso sul pavimento del rifugio, baciarsi appassionatamente con un altro uomo". Hans la fissò sbigottito.
"Ma mi sa che non sono stata l'unica a vederlo", proseguì Anne, con gli occhi gonfi di lacrime. "Dopo qualche giorno mio padre lo cacciò di casa, dandogli del sodomita e denunciandolo alle autorità".
Hans abbracciò Anne, che singhiozzava sempre più forte, mentre con una mano le accarezza i suoi chiari capelli.
"Ti prometto che andremo via da qui, Anne", affermò deciso il ragazzo. "E porteremo con noi tuo fratello dal ghetto". "Mio fratello non è più nel ghetto", replicò secca Anne.
Hans capì. Comprese finalmente che il "ragazzo ebreo" di cui tanto aveva parlato Anne, era oramai solo un fantasma.
"Ha tentato la fuga qualche settimana prima che trovassimo Sara, ma è stato ammazzato".
Hans asciugò le lacrime dal viso angelico di Anne; solo ora che la vedeva così fragile, si rendeva conto di quanto fosse stupenda la sua amica.
"Noi ce la faremo, te lo prometto", rispose il ragazzo. "Scapperemo da questa città e saremo finalmente felici".
Hans la guardò a lungo negli occhi, in quegli occhi verdi colmi di lacrime che avevano tanto sofferto e si accorse di quanto le loro labbra fossero vicine.
Il pianto della piccola Sara riportò bruscamente i due ragazzi alla realtà, e la realtà era peggio del previsto: solo allora si resero conto che il padre di Anne, Heinrich, era salito sulla casetta e li stava fissando.
"Cosa ci fa lui quà? E perchè quella schifosa ebrea e con voi?", urlò ad Anne, mollandole un sonoro ceffone. "Perchè non rispondi? Parla!", ripetè gridando.
Al secondo schiaffo Hans non ci vide più: con tutta la forza che aveva nelle mani, sferrò un pugno al padre di Anne. Heinrich dopo aver barcollato per qualche secondo, perse l'equilibrio e cadde tramortito giù dal rifugio, ai piedi dell'albero. “ti sei fatta molto male?", domandò Hans, accarezzandole la guancia.
"No, non ti preoccupare", rispose Anne, sorridendogli. "Ma ora dobbiamo pensare a scappare. Appena mio padre riprenderà conoscenza non esiterà a denunciare la presenza di Sara alle SS". Hans annuì, avvolse Sara in una coperta e corse con Anne verso casa sua, dove in una borsa cercò di raccogliere tutto quello che poteva: cibo, acqua, farmaci, indumenti, una matita e un foglio che infilò nella tasca dei pantaloni.
Anne e Hans, con Sara in braccio, si incamminarono così per le strade buie. Con l'aiuto delle tenebre la città aveva indossato la sua solita veste di dolore. La flebile luce di qualche lampione contornava di mostruoso le ombre delle SS che sorvegliavano le strade; il vento sembrava trapassare i corpi come un pugnale; il silenzio aveva il rumore della misericordia non ascoltata.
Hans e Anne erano arrivati, davanti a loro c'era la dogana: una fila di persone aspettava di uscire dalla città. I due ragazzi cercarono di sgattaiolare dal lato del bosco senza farsi vedere, ma una SS fischiò. Erano stati visti. Il soldato si avvicinò. "Dove credevate di andare?", chiese sospettoso, puntandogli il fucile contro.
"Volevamo uscire dalla città", rispose Hans, cercando di mantenere il sangue freddo.
"Dovete fare la fila e passare alla dogana, non lo sapete?", domandò sempre più diffidente.
"Vorrà dire che vi accompagnerò personalmente", concluse beffarda la SS.
I ragazzi, scortati dal soldato, si misero in fila. "Cosa facciamo adesso?", bisbigliò Anne.
"Ho un'idea, ma mi devi promettere che qualsiasi cosa accada alla dogana, tu non farai nulla", rispose Hans. "Questo non me lo puoi chiedere e non te lo posso promettere", ribattè la ragazza. "Fidati di me, Anne", sussurrò il ragazzo. "Andrà tutto bene".
Hans le strinse forte la mano e con un sorriso cercò di infonderle la speranza che animava il suo cuore. Ma mentre Anne non lo vedeva, prese una pietra affilata da terra e, dopo averci armeggiato e averla gettata, pescò la matita e il foglio dalla tasca dei suoi pantaloni: scrisse molto velocemente qualcosa che infilò repentinamente tra le coperte della piccola Sara, prima di stamparle un dolce bacio sulla fronte e darla in braccio ad Anne. Era il loro turno.
"Qual'è il vostro nome?", domandò il doganiere. "Siamo Hans, Anne e Sara Konig", rispose Anne. "Motivo del viaggio?". "Dobbiamo far visita ad alcuni parenti". Il doganiere li scrutò a lungo. "Mostratemi i polsi, compreso quello della bambina!", esclamò.
"Ma come... non vede che siamo ariani?", rispose Anne, cercando di guadagnare tempo. I1 doganiere puntò il fucile contro di loro.
"Poche storie! Noi dobbiamo controllare chiunque esca dalla città, soprattutto ora, dato che poco tempo fa qualcuno ha denunciato un ebreo in fuga con due ariani. Vi ripeto, mostratemi i polsi!".
Hans sentì la sua anima risalire dal profondo: un giorno l'uomo avrebbe guardato a tutto ciò con orrore e si sarebbe vergognato di ogni sua azione; forse avrebbe capito che non esiste una razza ma un unico cuore, comune a tutta l'umanità. "Sono io l'ebreo che cercate!", esclamò Hans.
Tirò indietro la manica della maglia e mostrò i segni che si era impresso poco fa con la pietra sul suo polso: JUD.
"Ho costretto questi due ariani a venire con me per facilitarmi la fuga", continuò. Anne era inebetita, scossa dal folle gesto del suo amico. Ma Hans le sorrise, come non le aveva mai sorriso prima: le vennero in mente le parole che il suo amico aveva pronunciato poco prima. Amare lacrime caddero dai suoi occhi e bagnarono la fredda strada.
Hans fu subito portato via dal soldato. Neanche un saluto, un abbraccio, un bacio: l'avrebbero portato via e non sarebbe mai più tornato indietro.
Nella confusione generale che si era creata, Anne riuscì ad abbandonare la città senza che il doganiere controllasse nè il suo polso nè, soprattutto, il polso della piccola Sara. Ed era mentre si allontanava che sentì rimbombare gli spari: come suo fratello, anche Hans ora non c'era più.
Nella boscaglia che limitava la città scorse Giorgio, l'italiano che le avrebbe aiutate: Anne si volto per l’ultima volta a guardare la sua città, stringendo forte a sè Sara. Si stava incamminando verso il bosco, quando dovette fermarsi: qualcosa era caduto dalla coperta della bambina. Lo raccolse: scritte a matita su un foglio c'erano queste parole: "Abbi cura di Sara. Ti amo".
Giovanni Merone




Come tutte le fiabe che ci hanno raccontato da piccoli, sapevamo, anzi, eravamo più che certi che già prima che s’incominciasse a leggere la storia,che il bene avrebbe trionfato,il male abbattuto, e sapevamo che, anche se la pagine erano 10,20 o 30, comunque sarebbero andare le cose,alla fine avremmo trovato stampato un bel “..e vissero felici e contenti” o male che ci vada “..e vissero per sempre felici e contenti” Sarebbe bello se la felicità durasse davvero per sempre. Sarebbe bello dire che la Shoan non è mai esistita, eppure sono morte tante persone che avevano una sola colpa, la più grave: quella di esistere. Ma che uomini saremmo se la felicità costante e duratura albergasse sempre nel nostro cuore? Saremmo uomini vuoti, che non rischiano mai, che non si preoccupano mai degli altri e che tanto meno preferirebbero morire per salvare il prossimo come ha fatto Hans:un ragazzo ariano attaccato al suo ARI stampato sui suoi vestiti più di ogni altra cosa. Arrivando alla fine della nostra storia potremmo chiederci: “E l’amore che trionfa su tutto? Non è forse appena morto?”
No,invece è appena nato:è un amore che va oltre le “razze” oltre un fucile sparato dietro la schiena, va oltre un marchio impresso con raffinatezza su un giubbino o con violenza su un polso, va oltre l’odio e la presunzione di togliere la vita a qualcuno. Così le lacrime di Anne bagnano la strada fredda, un sorriso d’incoraggiamento di Hans e uno sparo ribalta la situazione; e una lettera sulla quale è scritta una piccola parola che da quel momento farà sentire ancora più incolmabile ed opprimente l’assenza di Hans. Tutta un’amicizia, un viaggio con Anne, forse troppo breve, sta dentro una parola,quella parola che Hans non era mai riuscito a dirle. Assunta Scozzafava


La natura ci parla




Gli alberi sono sempre stati per me i più persuasivi predicatori. Io li adoro quando stanno in popolazioni e famiglie, nei boschi e nei boschetti. E ancora di più li adoro quando stanno isolati. Sono come uomini solitari. Non come eremiti che se la sono svignata per qualche debolezza, ma come grandi uomini soli, come Beethoven e Nietzsche.
Tra le loro fronde stormisce il vento, le loro radici riposano nell'infinito; ma essi non vi si smarriscono, bensì mirano, con tutte le loro forze vitali, a un'unica cosa: realizzare la legge che in loro stessi è insita, costruire la propria forma, rappresentare se stessi. Nulla è più sacro, nulla è più esemplare di un albero bello e robusto. Quando un albero è stato segato ed espone al sole la sua nuda ferita mortale, dalla chiara sezione del suo tronco e lapide funebre si può leggere tutta la sua storia: negli anelli corrispondenti agli anni e nelle escrescenze stanno fedelmente scritti tutta la lotta, tutta la sofferenza, tutti i malanni, tutta la felicità e la prosperità, anni stentati e anni rigogliosi, assalti sostenuti, tempeste superate. E ogni contadinello sa che il legno più duro e prezioso ha gli anelli più stretti, che sulla cima delle montagne, nel pericolo incessante, crescono i tronchi più indistruttibili, più robusti, più perfetti.
Gli alberi sono santuari. Chi sa parlare con loro, chi sa ascoltarli, conosce la verità. Essi non predicano dottrine o ricette, predicano, incuranti del singolo, la legge primordiale della vita. Un albero dice: in me è nascosto un seme, una scintilla, un'idea, io sono vita della vita perenne. Unico è l'esperimento e il disegno che l'eterna madre con me ha tentato, unica è la mia forma e la venatura della mia epidermide, unica la più piccola screziatura di foglie delle mie fronde e la più piccola cicatrice della mia corteccia. Il mio compito è - nella spiccata unicità - dare forma ed evidenza all’esterno.
Un albero dice: la mia forza è la fiducia. Io non so niente dei miei padri, non so niente degli innumerevoli figli che ogni anno nascono in me. Vivo fino al termine il segreto del mio seme, non mi preoccupo d'altro. Confido che Dio è in me. Confido che il mio compito è sacro. Di questa
fiducia vivo.
Quando siamo tristi, e non possiamo più sopportare la vita, un albero può dirci: sta calmo! Sta calmo! guardami! Vivere non è facile, vivere non è difficile. Questi sono pensieri puerili. Lascia parlare Dio in te e questi pensieri taceranno. Tu sei angosciato perché il tuo cammino ti porta via dalla madre e dalla casa. Ma ogni passo e ogni giorno ti portano nuovamente incontro alla madre. La tua casa non è in questo o quel posto. La tua casa è dentro di te o in nessun luogo.
La nostalgia del peregrinare mi spezza il cuore quando ascolto gli alberi che a sera mormorano al vento. Se si ascoltano con raccoglimento e a lungo, anche la nostalgia del peregrinare rivela la sua quintessenza e il suo senso. Non è, come sembra, un voler fuggire al dolore, è desiderio della propria casa, del ricordo della madre, di nuovi simboli di vita. Conduce a casa. Ogni strada porta a casa, ogni passo è nascita, ogni passo è morte, ogni tomba è madre. Così mormora il vento a sera, quando siamo angosciati dai nostri stessi pensieri puerili. Gli alberi hanno pensieri di lunga durata, di lungo respiro e tranquilli, come hanno una vita più lunga di noi. Sono più saggi di noi, finché non li ascoltiamo. Ma quando abbiamo imparato ad ascoltare gli alberi, allora proprio la brevità, rapidità e fretta puerile dei nostri pensieri acquista una letizia senza pari. Chi ha imparato ad ascoltare gli alberi non brama più di essere un albero. Brama di essere quello che è. Questa è la propria casa. Questa è la felicità.

Tratto da: La Natura ci parla, di Hermann Hesse

martedì 2 febbraio 2010

Alice e i Nibelunghi


di Fabrizio Silei
Verso Gutenberg 8: Lettura ed esame in corso...

Ragazzi, buona lettura!

"Alice e i Nibelunghi” di Fabrizio Silei, con una semplicità quasi disarmante, racconta un gioco pericoloso, attuale: il negazionismo. È la storia, negli anni Ottanta, di due fratelli: una ragazza – Alice, che è colei che racconta – e un ragazzo – Riccardo – che fanno scelte diverse. Lei stringe amicizia con un piccolo nigeriano e un sopravvissuto ad Auschwitz. Lui, invece, finisce in mezzo a un gruppo di naziskin: gente razzista, violenta, impegnata a negare la storia, a infangare la memoria.
Racconta l’autore: “Un ragazzino, che diventa naziskin e abbraccia idee negazioniste, viene coinvolto in un rogo di immigrati come prova di iniziazione. Un modo per raccontare ai ragazzi, attraverso il romanzo d’avventura, chi sono i negazionisti, cosa professano e perché. Un modo per far loro comprendere che non basta collegarsi a Internet e scaricare materiale sulla shoah per fare una ricerca sensata. Non un libro sull’Olocausto, dunque, ma un libro sul e contro il negazionismo. Un libro che racconta come sia facile, in un’età difficile, ritrovarsi ultras e naziskin”.
Libro destinato ai ragazzi, ma non solo.
Fabrizio Silei, classe 1967, fiorentino. Diploma all’Istituto d’arte e laurea in scienze politiche. Per anni sociologo. Esperto di comunicazione sociale, esperto di teatro, grafico, autore di manifesti e storie illustrate. Premio speciale, nel 2007, per la sperimentazione iconica e la ricerca espressiva al “Premio internazionale di illustrazione Stepan Zavrel”. Tra le sue pubblicazioni: “Archeiten”, “Viaggio nei tre regni+1”, “Dalla Terra alla Luna. Cinque ecofiabe per un pianeta da salvare”, “Cuordipatata e i gracidatopi”. Per il teatro di narrazione: “I.M.I Italiani Mai Incontrati”, “Il dottor Semmelweis”, “La vecchia e il diavolo”.

Riccardo Cardellicchio

martedì 26 gennaio 2010

Cruciverba (latino)

(cliccate sullo schema del cruciverba per ingrandire l'immagine) Orizzontali: 1. signore. 3. all’uomo. 4. i naviganti ( compl.ogg.). 6. è.
9. Siracusa. 10. avere. 11. a. 12. temere. 14. abitante. 15. ancella.
17. mandare. 19. belva. 20. udire. 22. bella. 24. maestro.
26. delle aste. 28. agnello. 32. padre di famiglia. 33. egli loda.
34. noi mandavamo.

Verticali: 1. dono. 2. ragazzo. 3. uomo. 5. lodare. 7. ma. 8. navigante.
9. scrivere. 13. cavallo. 16. dei giochi. 18. agli abitanti. 21. ruscello.
23. nonno. 25. udite!. 26. asta. 27. acqua. 29. lupo. 30. gioco.
31. essere.

Altrimenti si possono inserire le soluzioni on-line cliccando sotto
http://www.iscgcesare.it/crucilatino.htm

Buon divertimento....ragazzi!

sabato 23 gennaio 2010

Dietro ogni libro emozioni che il tempo non cancella

La biblioteca “De Nobili” ( di Catanzaro) ospita la lezione del professore Federico Procopio sulla figura femminile nella poesia

Dietro ogni libro c'è l'umanità che resiste al tempo. Puoi trovarlo ingiallito, qualche carattere ha perso consistenza, le pagine assottigliate forse. Ma il tuo libro, magari quello del liceo resiste: è dentro te, sulle sue pagine ci sono passate le tue emozioni di adolescente, la tua rabbia, il tuo amore. E ora che sembra tutto dominato dai flussi di bit, lo prendi in mano quel libro. Inizi a leggere i distici scritti in una lingua che qualcuno ancora si ostina a definire “morta”. Morta una lingua vibrante di accenti, di versi ritmati? Morta
una lingua di dei e di eroi? Ti sale una vampata di orgoglio:quei versi li sai ancora tradurre, li sai declinare con gli accenti esatti. E allora ringrazi chi ti ha insegnato a viverla, quella lingua. Chi ti ha insegnato a leggere. Sarà successo questo a tutti i catanzaresi raccolti nei giorni scorsi nella biblioteca “De Nobili” per assistere alla lezione del professore Federico Procopio: il “loro” professore, il professore di papà, di mamma. La sua conversazione su “Personaggi femminili nella poesia drammatica classica, interpreti del pensiero di Euripide, Aristofane,Seneca contro la guerra”, è stata ancora un atto di amore verso i classici. Verso ogni discepolo. Un omaggio alla femminilità vera, fatta di “squisita delicatezza, gentilezza e garbo” anche quando è inserita nella più grande delle tragedie, una tragedia senza tempo e senza un perché: la guerra. Tanto quella cantata negli stasimi - “dove sta il poeta” ha sottolineato Procopio - , che quella che irrompe nell'animo di madre, di moglie, di sovrana, di schiava. Nella sala “Augusto Placanica”, si sono così materializzate figure di cui forse, nessuno parla mai: poetesse come Mirtide che osò gareggiare con Pindaro, Telesilla che armò le donne di Argo per respingere Sparta, Prassilla l'ubriacona. Di loro non restano che pochi frammenti, o i “tributi metrici” dei versi “telesillei”e“prassillei”. Accanto ad esse, le figure sospese tra Teatro e Mito: Alcesti, Ecuba, Medea, Prassitea, Amore, sacrificio, dolcezza, pietà, onore: nelle loro personalità è tutta l'Umana vicenda. Dalla femminilità nella poesia, alla femminilità nel dramma più assurdo, più vero: la guerra. Parola che in ogni parte del mondo, in ogni lingua, ha un suono inquietante, cattivo, duro. Realtà che “è senza un perché”, come la rosa nel pensiero del Silesius, ha sottolineato Federico Procopio. “Leggere, rileggere, imparare a leggere, per poter dire: io so leggere”: La lezione del professor Procopio, da studente l'avrai presa come “metodo”, e invece da adulto si carica di significati nuovi. Suona come un incitamento a riappropriarsi della dimensione umana, come se ogni lettura sia un atto di rispetto verso sé stessi, verso chi quei versi li ha creati nel tempo.
GIOVANNI FAZIA


Articolo tratto da : IL QUOTIDIANO DI CALABRIA di Sabato 23 gennaio 2010

giovedì 21 gennaio 2010

A proposito di farfalle

RAGAZZI: Ecco una nuova tematica da affrontare e discutere sia in narrativa che in poesia...













Dalla quarta di copertina:

" Sono qui per stupirmi", afferma un verso di Goethe...
Bisogna essere ciechi o estremamente aridi se, alla vista di una farfalla, non si prova gioia, fanciullesco incanto, un brivido dello stupore goethiano...
La farfalla, infatti, è qualcosa di particolare, non è propriamente un animale come gli altri, in fondo non è propriamente un animale ma solamente l'ultima, più elevata, festosa e vitalmente importante essenza di un animale...
La farfalla non vive per cibarsi e invecchiare, vive solamente per amare, e per questo è avvolta in un abito mirabile...
Tale significato della farfalla è stato avvertito in tutti i tempi e da tutti i popoli...
È un emblema sia dell'effimero, sia di ciò che dura in eterno...

È un simbolo dell'anima...
Hermann Hesse


Di seguito alcune poesie tratte dal testo di H. Hesse "Farfalle", a cura di Marcello Baraghini, Traduzione di Cristina Scassellati,Illustrazioni di Walter Linsenmaier, Stampa Alternativa, Fiabesca,Terni.
Il volumetto raccoglie racconti, ricordi, poesie, riflessioni, brani tratti da opere diverse.
I disegni riprodotti nelle tavole sono opera di Walter Linsenmaier, oggi considerato uno dei massimi specialisti in disegno, fotografia e pittura di animali, specialmente di insetti. I disegni sono tratti dalla sua opera Insects of the World, edito dalla Mc Graw-Hill Book Company. Walter Linsenmaier vive in Svizzera, dove ha fondato un museo zoologico.

LA FARFALLA NEL VINO
Una farfalla è volata nel mio bicchiere di vino,
ebbra si abbandona alla sua dolce rovina,
remiga senza forze, ora sta per morire;
ecco, il mio dito la solleva via.

Così il mio cuore, accecato dai tuoi occhi,
felice affonda nel denso calice, amore,
pronto a morire, ebbro del tuo incanto
se un cenno di tua mano non compia il mio destino.

FARFALLA AZZURRA
Piccola, azzurra aleggia
una farfalla, il vento la agita,
un brivido di madreperla
scintilla, tremola, trapassa.
Così nello sfavillio d'un momento,
così nel fugace alitare,
vidi la felicità farmi un cenno
scintillare, tremolare, trapassare.
SCRITTO SULLA SABBIA
Ciò che è bello, ciò che incanta,
solo soffio, tremito sia;
ciò che affascina e delizia
grazia senza termine sia:
nube, fiore, bolla aerea,
fuoco fatuo, riso di bimbo,
sguardo di donna allo specchio
e altre cose varie e mirabili
che, svelare, passano via
nello spazio d’un istante,
lieve brezza, soffio di vento:
e noi, tristi, lo sappiamo.


Ciò che dura, ciò che è eterno
non è a noi ugualmente caro:
dura gemma, freddo fuoco,
grevi lampi d’aurei lingotti –
e le stelle innumerabili,
alte e ostili, non somigliano
a noi erranti, non raggiungono
gli abissi fondi delle anime.

Forse l’intima bellezza
(così degna che l’amiamo)
è votata alla rovina:
le sta prossima la morte;
così, i toni della musica
che, sbocciati, già si involano
via scompaiono: sono un soffio,
sono un flusso, sono una caccia,
e in un triste muto alito
se neanche per un palpito
si trattengono, si domano;
ogni nota, appena emessa,
già sparisce e fugge via.

Così il cuore a ciò che svola
e via scorre, a ciò che vive,
è fraterno e sottomesso,
non a ciò che fermo sta.

Presto annoia ciò che dura,
pietra, firmamento e gemma;
a un eterno andare spingono
noi – alito di anime,
come bolle di sapone,
sposi al tempo, che non durano,
cui la stilla sulla rosa,
cui il danzare d’un uccello
o il morire d’una nuvola
trasvolante, o il bagliore
della neve, o arcobaleno,
o farfalla già fuggita,
o la gioia d’un sorriso
che passando non ci sfiori
già significa la festa –
o sgomento. Sì, noi amiamo
chi ci e simile, e lo sappiamo:
il vento scrive sulla sabbia.


Nadia Raimondo,
( afferma...dopo la discussione ed approfondimento di venerdì mattina in classe)
25 Gennaio, ore 19.32
Hermann Hesse oltre ad essere un amabile scrittore, era anche una grande appassionato di farfalle, una passione che va oltre al sapere dire mi piace la farfalla perché è bella. Fin da piccolo coltivò questo amore citandolo in molti dei suoi libri fin a “Farfalle”. Oggi all’uomo manca la sensibilità di percepire la vita nascosta tra sfumature di colori, nella scabrosità di un insetto, nell’erba fresca di rugiada. La natura è vita e ancor più lo è la farfalla. La farfalla è una creatura effimera, è la felicità che viene e se ne va, è la creatura di chi vive con lo grazia di amare. La farfalla ha una bellezza che l’uomo può far divenire sua se sa amarla ed apprezzarla. È immaturo sottovalutare la natura e con essa il suo creatore, è immaturo credere che dietro di essa non ci sia niente, è immaturo anche nascondere la sua dolce essenza di vita. Noi siamo soffocati dal mondo, il mondo non ci appartiene, siamo noi che apparteniamo al mondo e con essa la natura. Noi siamo ciechi di fronte ad essa, se abbiamo la possibilità di vedere allora osserviamo, se abbiamo la possibilità di osservare allora ammiriamo. La farfalla fin dall’antichità è stato l’emblema dell’anima anche se da molto tempo non si riconosce più essa come tale. Abbiamo perso lo stupore, abbiamo perso la voglia di vivere e di apprendere, Goethe affermava :”sono qui per stupirmi”. Lo stupore è nell’ingenuità di un bambino, è nel saper meravigliarsi di un qualcosa dapprima cieco ai nostri occhi. Oggetto valido dello stupore sono le farfalle. Oggi però lo stupore, queste vive meraviglie, trovano le porte chiuse dinanzi ai nostri occhi. L’uomo è cieco lo diceva anche Josè Saramago nel libro Cecità: “ secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo non vedono. La farfalla è degna di essere VISTA, è un animale che anche se nella sua leggerezza racchiude la dinamicità della vita felice, è modello della trasformazione paragonabile a quella dell’uomo. La farfalla è sempre stata conosciuta, oggi però rischia di scomparire se non fosse per pochi collezionisti che conservano la loro bellezza. Anche Hesse era un collezionista, però risulta essere contraddittorio quando citando una frase di J.J. Rousseau li ritiene pietosi a non stupirsi di loro quando sono in vita. E così dietro lo sguardo amichevole di Hesse nei confronti delle farfalle si cela l’incantata malinconia alla vista di quell’ebbrezza di vita. Allora contempliamoci alla caducità della natura e non ignoriamola, Hesse dice: “tutto il visibile è espressione, tutta la natura è immagine, è linguaggio e colorato geroglifico. Nonostante una scienza della natura molto evoluta, oggi non siamo affatto ben preparati,né educati ad una perfetta osservazione e, rispetto alla natura, ci troviamo piuttosto sul piede di guerra.” La natura è meraviglia, amiamo la vita che sta dinanzi ai nostri occhi.
Assunta Scozzafava V A
25 Gennaio 2010, ore 21.30
Farfalle: sinonimo di vita, libertà e sensibilità. Le farfalle sono il simbolo dell'anima -come afferma Herman Hesse- il simbolo di una vita un po' troppo breve. Come abbiamo visto nella "Fiaba d'amore" dello stesso Herman Hesse, neanche in queste poesie le trasformazioni mancano. I bruchi diventano farfalle. E così ogni cosa si evolve, si modifica, cambia, cresce, non resta mai la stessa. La bellezza dei colori delle ali delle farfalle sono i colori della vivacità dell'infanzia dei bambini. Un'infanzia ricca di stupore, di meraviglia e di sensibilità per le cose più banali ma più belle della vita. Gli adulti hanno perso questa sensibilità, non hanno più gli occhi colmi di meraviglia.
Si dice che una cosa la si apprezza nel momento in cui la si perde, poichè la presenza costante di quella medesima cosa diventa banale, quasi inutile. Herman Hesse dichiara che quando era ancora un fanciullo si dilettava a catturare le farfalle. -Ma..- ci chiederemo -lui cattura le farfalle? Proprio lui che le difende, che le elogia?- probabilmente è spinto dalla voglia di catturare la vita stessa, la quale le farfalle sfoggiano con tanto orgoglio.
E' la voglia d'impersonificare la vita in un animale tanto bello quanto fugace. Non si può rendere la vita immortale, poichè è la vita. Possiamo solo cambiare, trasformarci, incontrare altre vite e crearne altre che completano la nostra, così come fanno le farfalle prima di morire!
Michela Mangone
26 Gennaio, ore 18.12
Herman Hesse parla della farfalla come un animale simbolo della vita, non lo definisce un animale come gli altri, ma la più importante essenza di un animale. Attraverso questo argomento Hesse ci fa capire che nella nostra società tutto viene banalizzato, infatti noi non ci commoviamo più come fanno bambini davanti a qualche nuova “scoperta”, non ci emozioniamo più davanti a un tramonto, guardando il mare, il sole o una farfalla. Fin dall’antichità la farfalla è stata il simbolo dell’anima, segno dell’effimero ma nello stesso tempo dell’eternità. Inoltre la farfalla, come la fenice, è simbolo di metamorfosi, nasce sottoforma di bruco, poi diventa crisalide e infine farfalla, ma è anche la raffigurazione della libertà che mostra attraverso la bellezza delle sue ali ornate da mille colori. “L'uomo come il bruco, vive per terra ma desidera il cielo; patisce la pesantezza del corpo ma sente che il volo gli appartiene. La morte è il prezzo del suo mutamento e la sua vera natura lo spinge a trasformarsi in farfalla. Ciò che per il bruco è la fine del mondo in realtà è una bellissima farfalla. L'uomo come il bruco è una farfalla senza ali” (Mizar)
Gilda Ciacci
26 Gennaio 2010, ore 19.33
spero vada bene :
Herman Hesse scrisse moltissimi libri tra cui Farfalle; dove all’interno si trovano le sue annotazioni e i suoi pensieri nell’andare a scoprire la natura . Egli sceglie questi insetti perché sin da piccolo l’ avevano affascinato ; li definisce come la più importante essenza degli animali . Racconta che l’uomo è sempre stato affascinato nello scoprire i segreti della natura , aveva CURIOSITA’ , cosa che adesso è andata a deteriorarsi! è come se ci rimproverasse dicendo che l’uomo con l’ avvio dell’industrializzazione e della modernizzazione non da più importanza alla natura! È come se fossimo abituati a vedere cose a cui ormai non diamo l’importanza ! . Ad esempio molti potrebbero pensare che le farfalle siano solo degli insetti molto belli e “decorativi” , ma come dire .. inutili perché durano pochi giorni di vita e sembra non abbiano alcuna utilità per l’uomo; ma in realtà non è così ! loro hanno caratteristiche che nessun altro animale ha! Le farfalle sono nate per amare non per nutrirsi e invecchiare , sono il segno dell’ anima !! Hesse le mette a confronto con altri animali dicendo la differenza fra uccelli e farfalle ; affermando che gli uccelli se vengono uccisi , il colore delle loro piume diventa più sfocato mentre ; se muoiono le farfalle i loro colori risplendono come se fossero vive ! non perdono il loro splendore, la loro lucentezza . La farfalla è anche segno di mutazione, di TRASFORMAZIONE!
Essa non è statica; difatti passa dall’ essere bruco all’ essere crisalide e in fine farfalla !
Come fa l’uomo a non essere affascinato nel vedere questa bellezza? Siamo veramente così ciechi come afferma Hesse?!?
Anna Mirabelli
27 Gennaio, ore 15.25

Hermann Hesse tra i suoi numerosi libri ne ha scritto uno che tratta di farfalle, per gridare al mondo che la gente ormai è cieca. Tutti noi non ci soffermiamo più a guardare il sole, gli uccelli che volano liberi, le costellazioni e tutto ciò che ci circonda perché ormai per la maggior parte delle persone cio è diventato banale e scontato. Una volta, quando gli uomini non avevano gli strumenti tecnici necessari per osservare bene la natura, si era più interessati ad essa e si ringraziava un "creatore" per aver fatto ciò; ora questo non succede più.
Hesse si è interessato ed ha voluto trattare in alcuni suoi appunti, piccole note e poesie proprio di farfalle perché fin da piccolo ha avuto la passione per questi piccoli animaletti che definì "simbolo dell’anima". La farfalla, afferma Hesse in una sua poesia, è simbolo di felicità perché non dura tanto ed è fugace. A mio parere è un po’ strano che proprio quest’animale sia il simbolo della felicità perché, non vivendo a lungo, ci vuole far capire che non importa quanto vivi ma come vivi quindi vivere come una farfalla in libertà è essere felici. La farfalla simboleggia anche la trasformazione, pertanto mi viene "spontaneo" pensare ad un possibile collegamento con la fiaba “Le trasformazioni di Pictor” che tratta anch'essa appunto di un cambiamento auspicabile per migliorare. In fondo quale essere migliore poteva scegliere Hesse se non la farfalla che da bruco non molto bello diventa una stupenda farfalla? Nonostante ciò, mi trovo in disaccordo con Hesse perché ci ripete che dobbiamo sempre cambiare mentre io penso che si debba cambiare ma non sempre, e che non per forza il cambiamento, quando c'è, sia positivo.
Un altro punto che non mi convince dell'autore è che si contraddice sempre: perchè criticare e criticarsi, cogliere difetti se poi non si cambia?
Luciana Giulino
27 Gennaio 2010, ore 19.46

Hermann Hesse in questo suo libro ci fa capire, oltre alla sua passione per le farfalle, come il mondo nella società moderna sia cieco o comunque arido; la gente tende ormai a banalizzare tutto, non si sofferma più di fronte a nulla, presa ormai da una vita così frenetica, niente riesce più a meravigliarla. Lo scrittore descrive la farfalla non come un semplice insetto ma come la più importante essenza degli animali; infatti afferma che è come una decorazione, un ornamento, un gioiello della natura; inoltre dice che la farfalla non vive per cibarsi ma per amare e per concepire.Un altro aspetto da prendere in esame è la sua trasformazione; infatti la farfalla non è un essere statico; nasce bruco, diventa crisalide e successivamente farfalla. Siccome hanno una vita così effimera, la si pensa come un essere inutile, invece è, secondo me, la vita più bella che si possa vivere: amare e concepire e non pensare solo a nutrirsi...
Laura Fabietti
01/02/2010, ore18.39
Prof finalmente mi si è apertoo..

Herman Hesse, appassionato di farfalle fin da piccolo, dedica un suo libro interamente a questi piccoli animali. In questo libro Hesse definisce la farfalla come "la più importante essenza degli animali", non come un qualsiasi animale. Infatti ci fa notare una differenza, dice che quando un uccello muore perde il colore delle sue penne, mentre le farfalle no, anzi le varie sfumature di colori delle sue ali si accendono di più, e sembrano più vive. Inoltre ci vuole far capire che l'umanità è cieca, nel senso che vede solo quello che vuole vedere. Ormai non ci soffermiamo più a guardare quello che ci sta intorno,la bellezza del mare, di un tramonto, del sole o di una farfalla, ci sembrano cose banali e inutili e inoltre non abbiamo tempo per sederci a osservare la natura. E qua mi viene in mente il collegamento con il libro "Panchine" di "Beppe Sebaste" dove dice appunto questo. Comunque mi stupisco come Hesse , amante delle farfalle, che lui stesso definisce simbolo dell'anima e soprattutto della libertà, le cattura per vederle morte attaccate a un muro.
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Dal testo:
Pagina 5 del testo "Farfalle"

Tra gli scrittori tedeschi del XX secolo, Hesse è sicuramente quello che ebbe il rapporto più intenso con le farfalle.
Tutta la sua attività è disseminata di momenti di attenzione e di ispirazione dettati dall'incontro con le farfalle: dal suo primo romanzo Scritti e poesie postume di Hermann Lauscher (1930) agli ultimi diari (1955).

Raccoglieva farfalle fin da bambino, e persino nel diario del viaggio in India vi sono annotazioni su questa sua passione. In una lettera del 1926 Hesse scriveva: "Ho sempre avuto un interesse per le farfalle e altre fugaci e caduche meraviglie, mentre non mi sono mai riuscite relazioni durature, solide e, per cosí dire, sicure".



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(....)
Pagina 9 e seguenti, op. citata

A proposito di farfalle

Tutto il visibile è espressione, tutta la natura è immagine, è linguaggio e colorato geroglifico. Nonostante una scienza della natura molto evoluta, oggi non siamo affatto ben preparati, né educati a una corretta osservazione e, rispetto alla natura, ci troviamo piuttosto sul piede di guerra. Altri tempi, forse tutti i tempi e tutte le epoche antecedenti la conquista della terra da parte della tecnica e dell'industria, hanno avuto sensibilità e comprensione per il magico linguaggio dei segni della natura e sapevano decifrarlo in modo piú semplice e innocente di noi. Questa sensibilità non era assolutamente qualcosa di sentimentale: il rapporto sentimentale dell'uomo con la natura è un fatto recente, forse scaturito dalla nostra cattiva coscienza nei confronti della natura.
La percezione per il linguaggio della natura, la percezione della varietà che la vita generatrice mostra ovunque, l'impulso all'interpretazione di questo multiforme linguaggio e, ancor piú, l'impulso a una risposta, tutto questo è antico quanto l'uomo. Il presentimento di una unità occulta e sacra dietro la ricca varietà, di una madre primigenia che sta dietro tutte le nascite, di un creatore che sta dietro tutte le creature, questo mirabile impulso primario dell'uomo verso l'alba del mondo e il mistero delle origini è stato alla radice di ogni arte, e lo è ancor oggi, come sempre. Oggi, appariamo essere infinitamente lontani dall'adorazione della natura in quel senso tutto religioso che è la ricerca di una unità dietro la molteplicità, non ci abbandoniamo volentieri a questo infantile stimolo primario, ci scherziamo sopra quando ce lo rammentano. Ma è probabilmente un errore considerare l'intera odierna nostra umanità come irriverente, incapace di avere una esperienza religiosa della natura.

È solo che, al momento, ci è assai difficile, sí, ci è divenuto quasi impossibile, trascrivere innocentemente la natura in miti e personificare infantilmente il creatore per adorarlo quale un padre, come altre epoche poterono fare. Forse non abbiamo neanche tutti i torti, quando a volte troviamo un po' superficiali e poco serie le manifestazioni dell'antica devozione, e quando crediamo di sospettare che la portentosa e fatale inclinazione della fisica moderna verso la filosofia sia, in fondo, un processo religioso. Ora, se possiamo comportarci come devotamente umili o sfacciatamente superiori, se sorridiamo o ci stupiamo delle antiche forme di fede in una natura animata, il nostro reale rapporto con la natura, persino là dove la conosciamo solo piú come oggetto di sfruttamento, è ancora quello che il bambino ha con la madre; e non si sono aggiunti percorsi nuovi a quei pochi, antichissimi, che possono condurre l'uomo alla beatitudine e alla saggezza. Uno dei quali, il piú facile e infantile, è il cammino dello stupore per la natura, dell'ascolto pieno di trasalimenti del suo linguaggio.

"Sono qui per stupirmi!" afferma un verso di Goethe. Con lo stupore si inizia e anche con lo stupore si termina, e tuttavia non è un cammino vano. Se ammiro un muschio, un cristallo, un fiore, un coleottero dorato, oppure un cielo nuvoloso, un mare con il pacato respiro da gigante del moto ondoso, un'ala di farfalla con le sue ben ordinate nervature cristalline, il taglio e le colorite decorazioni ai suoi bordi, la varietà di caratteri e di ornamenti del disegno e le infinite, morbide, mirabilmente ispirate gradazioni e ombreggiature dei colori – ogni volta che riesco a vivere in sintonia con un frammento di natura grazie all'occhio o a un altro senso, ogni volta che sono da essa attirato e incantato aprendomi per un attimo alla sua esistenza e alla sua rivelazione – allora dimentico, in quello stesso istante, tutto l'avido cieco mondo delle umane ristrettezze, e invece di pensare o di impartire ordini, invece di conquistare o di sfruttare, di combattere o di organizzare, in quell'istante non faccio altro che "stupirmi", come Goethe; e con questo stupore non sono solo divenuto fratello di Goethe e di tutti gli altri poeti e saggi; no, sono anche il fratello di tutto ciò che ammiro e sperimento come mondo vivente; della farfalla, dello scarabeo, della nuvola, del fiume e dei monti: perché lungo il cammino dello stupore sfuggo per un attimo al mondo della divisione ed entro nel mondo dell'unità, dove una cosa, una creatura, dice a ogni altra: "Tat twam asi" ("Questo sei tu").

A volte con malinconia osserviamo l'innocente rapporto verso la natura delle generazioni passate; sí, con invidia; ma non vogliamo prendere il nostro tempo piú seriamente di quanto meriti, e non ci vogliamo neanche lamentare per il fatto che nelle nostre scuole superiori non si insegna a percorrere le piú semplici vie alla saggezza; anzi, per il fatto che vi si insegni invece dello stupore esattamente il contrario: il contare e il misurare invece dell'incantarsi, la freddezza invece della meraviglia, il fisso attaccamento alle singolarità separate invece che l'unione col tutto e con l'Uno. Queste scuole superiori non sono scuole della sapienza, ma scuole del sapere; ma nel loro silenzio presuppongono ciò che non riescono a insegnare; la sapienza del vivere, il sapersi commuovere, il goethiano stupore, e i loro migliori spiriti non conoscono meta piú nobile che avvicinarsi sempre piú a quegli eventi, cosí come Goethe e altri autentici saggi.

Le farfalle, di cui si occupa questo discorso, sono dunque al pari dei fiori, per molti, uno dei frammenti piú amati del creato, un oggetto particolarmente apprezzato e valido di quel famoso stupore, un'occasione particolarmente leggiadra per l'esperienza, il presentimento del grande miracolo, la venerazione della vita. Al pari dei fiori, esse sembrano esser state inventate da gentili, leggiadri e arguti geni; immaginate, con delicata voluttà creatrice, espressamente come decorazione, come ornamento, come gioielli; come piccole, scintillanti opere d'arte e canti di giubilo.



Bisogna essere ciechi o estremamente aridi se alla vista delle farfalle non si prova una gioia, un frammento di fanciullesco incanto, un brivido dello stupore goethiano. E certo ve ne sono buoni motivi. La farfalla, infatti, è un qualcosa di particolare, non è un animale come gli altri, in fondo non è propriamente un animale ma solamente l'ultima, piú elevata, piú festosa e insieme vitalmente importante essenza di un animale. È la forma festosa, nuziale, insieme creativa e caduca di quell'animale che prima era giacente crisalide e, ancor prima che crisalide, affamato bruco. La farfalla non vive per cibarsi e invecchiare, vive solamente per amare e concepire, e per questo è avvolta in un abito mirabile, con ali che sono molte volte piú grandi del suo corpo ed esprimono, nel taglio come nei colori, nelle scaglie e nella peluria, in un linguaggio estremamente vario e raffinato, il mistero del suo esistere, solo per vivere piú intensamente, per attirare con piú magia e seduzione l'altro sesso, per incamminarsi piú splendente verso la festa della procreazione. Tale significato della farfalla e della sua magnificenza è stato avvertito in tutti i tempi e da tutti i popoli, è una rivelazione semplice ed evidente. E ancora piú è divenuta, da festoso amante e splendente metamorfo, un emblema sia dell'effimero come di ciò che dura in eterno, e già in tempi antichi fu per l'uomo paragone e simbolo dell'anima.

Si tenga al contempo presente: la parola Schmetterling non è molto antica, né è divenuta comune a molti dialetti tedeschi. Un tempo, questa strana parola, che esprime nel contempo un qualcosa di sommamente vivo ed energico come anche di grossolano e inadeguato, fu conosciuta e usata solo in Sassonia e forse in Turingia, penetrando nella lingua scritta e divenendo universalmente accettata solo nel diciottesimo secolo. La Germania meridionale e la Svizzera prima non la conoscevano, cosí per farfalla si usava il nome piú antico e piú bello: Fifalter, ma dato che il linguaggio umano, al pari del linguaggio della scrittura sulle ali delle farfalle, non è opera di intelletto o di calcolo, ma dell'impulso creatore e poetico del gioco, la lingua, qui come in tutte le cose che il popolo ama, non si è accontentata di un solo nome, ma gliene ha dati di piú, sí, molti di piú. In Svizzera ancora oggi la farfalla viene chiamata di solito Fifalter, oppure Vogel (Tagvogel, Nachtvogel) oppure Sommervogel.

Se esistono già tanti nomi per le farfalle nel loro complesso (c'è anche Butterfliege, Molkendieb, e una sfilza di altri) ci si immagini quanti nomi, variabili a seconda della provincia e del dialetto, vi sono per le singole specie di farfalle — o fra poco bisognerà dire: vi erano, poiché al pari dei nomi indigeni dei fiori si stanno lentamente estinguendo, e se tra i ragazzi non ci fossero sempre amici e collezionisti di farfalle, questi meravigliosi nomi per la maggior parte sparirebbero via via, come in molti luoghi la ricchezza di varietà di farfalle è in larga parte sparita ed estinta in seguito all'industrializzazione e alla razionalizzazione dell'agricoltura.

E a favore dei collezionisti di farfalle, dei giovani come degli anziani, si può dire anche altro. Il fatto che i collezionisti uccidano le farfalle, le infilzino con gli aghi e le preparino per poterle conservare possibilmente belle e possibilmente durevoli, viene indicato, fin dall'epoca di J.J. Rousseau, spesso con atteggiamento pietistico, come una brutale crudeltà, e nella letteratura tra il 1750 e il 1850 appare la comica, pedantesca figura di quello che può godersi le farfalle solo morte e infilzate con gli spilli. Questo era già allora in parte insensato e lo è oggi quasi del tutto. Naturalmente ci sono, tra i giovani come tra gli adulti, di quei collezionisti che non giungono mai al punto di voler lasciare in pace le farfalle per osservarle vive in libertà. Ma anche i piú rozzi collezionisti contribuiscono a che non ci si scordi delle farfalle, che qua e là, in qualche parte, si conservino i loro antichi meravigliosi nomi e a volte contribuiscono anche a che ci siano ancora le amate farfalle. Infatti, cosí come la passione per la caccia conduce ovunque, alla fine, non soltanto alla caccia, ma anche all'apprendimento e all'esercizio della conservazione, cosí i cacciatori di farfalle si sono naturalmente accorti per primi che grazie alla scomparsa di alcune specie di piante (ad esempio, l'ortica) e ad altri radicali interventi nell'equilibrio naturale, in certe regioni la quantità delle farfalle diminuisce rapidamente fino all'estinzione. E precisamente non nel senso che ci siano un po' meno cavolaie, o altri analoghi nemici di contadini e giardinieri; perché, quando in qualche parte del paesaggio gli uomini si impegnano troppo a organizzare, sono sempre le specie piú nobili, rare e belle a soccombere e ad estinguersi. Il vero amico delle farfalle non solo tratta con attenzione i bruchi, le crisalidi e le uova, ma fa anche quanto possibile per dare nei suoi dintorni possibilità di vivere a ogni specie di farfalle. Io stesso pur non essendo piú, da tanti anni ormai, un collezionista, di quando in quando ho piantato ortiche.

Ogni fanciullo che possegga una collezione di farfalle ha anche sentito parlare delle piú grandi, colorate, meravigliose farfalle che vivono nei paesi caldi, in India, in Brasile, in Madagascar. Qualcuno di loro le ha anche potute ammirare coi suoi occhi, nei musei o presso qualche appassionato, perché oggi queste farfalle esotiche, preparate su cotone, sotto vetro, e spesso assai ben presentate, si possono anche comprare, e infine chi non le ha viste di persona le conosce almeno da immagini. So bene quanto, da giovane, mi sono augurato di poter vedere una volta una particolare farfalla che, stando ai libri, volava in Andalusia nel mese di maggio. E ogni volta che qua e là, da amici o nei musei, riuscivo a vedere qualcuna di queste grandi meraviglie dei tropici, ho sentito in me risvegliarsi di nuovo qualcosa dell'ineffabile incanto della fanciullezza, qualcosa di quell'incanto mozzafiato quale io, ad esempio, provai vedendo per la prima volta la farfalla apollo.

E insieme a questa meraviglia, che racchiude anche malinconia, alla vista di quelle incantevoli farfalle mi avvicinavo anche, nel bel mezzo di una vita non sempre poetica, allo stupore goethiano, vivendo un attimo di rapimento, di contemplazione, di religiosità.

E piú tardi mi capitò addirittura ciò che non avrei mai creduto possibile, che io cioè dovessi viaggiare attraverso grandi mari, scendere sulle calde spiagge straniere, percorrere, penetrando foreste tropicali, fiumi popolati di coccodrilli, e osservare le farfalle tropicali, vive, nel loro ambiente.

Lí si realizzarono molti sogni infantili e, avverandosi, molti di essi hanno perduto sapore. Ma non si affievolí l'incantesimo delle farfalle; questa porticina verso l'indicibile, questo soave e facile sentiero verso lo "stupore" raramente mi ha abbandonato.

Fu a Penang che per la prima volta vidi in volo, vive, delle farfalle tropicali, a Kuala Lumpur per la prima volta ne catturai alcune e a Sumatra vissi un breve periodo, molto bello, sul Batang Hari, dove di notte sentivo rumoreggiare sulla giungla temporali selvaggi e di giorno scorgevo nelle radure della foresta librarsi le farfalle sconosciute, con il loro incredibile oro e verde, con i loro colori da pietre preziose. Nessuna di esse è restata, quando la rivedevo preparata con uno spillo o sottovetro, cosí mirabilmente eccitante, cosí favolosa come lo era stata in libertà, tra le ombre e le luci animate dove ancora viveva, dove i colori delle ali prendevano ancora vita dall'interno, dove al colore si aggiungeva il movimento, quel volo sovente cosí espressivo, sovente cosí misterioso, e dove la meraviglia non era tanto semplicemente abbandonata alla mia curiosità, ma doveva essere a ogni momento furtivamente scoperta e vissuta.

Pure, è stupefacente come si possano conservare bene le farfalle. La maggior parte degli esseri colorati, animali o piante, anche con la migliore preparazione perdono, dopo la morte, il piú della bellezza. Si osservino una volta, se non bastasse l'esempio dei fiori, le piume di un uccello che un cacciatore ha appena ucciso, e si osservi poi il medesimo uccello una mezza giornata piú tardi: c'è sempre, lí davanti, il blu, il giallo, il verde o il rosso, ma su di essi si è steso un velo estraneo, manca qualcosa, splende sempre ma non è piú raggiante, qualcosa che non torna piú si è spento in esso, è finito. Con le farfalle, invece, e con alcuni coleotteri, la differenza è meno forte, la fastosità dei loro colori permane anche con la morte, meglio che in qualsiasi altro animale. Le si può conservare per molto tempo, anche per decenni; devono solo essere protette oltreché dagli insetti anche dalla luce, in particolare da quella del sole.

Anche i popoli della Malesia, nei cui paesi allora viaggiavo, avevano i loro nomi per le farfalle, nomi differenti e tutti belli. E il nome generico, Schmetterling, conserva ogni volta nel suono il ricordo vivido dell'essere alato diviso in due parti, cosí come risuona soprattutto nel termine alto-tedesco Zwiespalter, in Fifalter, nell'italiano "farfalla", eccetera. Di solito i malesi chiamavano le farfalle o kupu kupu o lapa lapa — ambedue i nomi suonavano come un battito d'ali. Questo lapa lapa è qualcosa di egualmente bello e vivido, qualcosa di egualmente espressivo e di inconsciamente creativo come è l'occhio sull'ala di una vanessa bianca, lettera C tracciata sul retro dell'ala color ruggine di una farfalla indigena.

Chi osservi le tavole con le immagini di queste favolose farfalle, possa essere sopraffatto qua e là, e ovunque, dal grande stupore, che è stadio preliminare della conoscenza come della venerazione.

(1935)